Rocca Imperiale-02/08/2013: IL SEQUESTRO DELL’ANIMA di Pino Affuso (critica di Raffaella Delli Veneri)

IL SEQUESTRO DELL’ANIMA

di Pino Affuso

2 agosto 2013

Spesso ciò che ci colpisce in un libro e che ci spinge ad acquistarlo, dopo averlo sfogliato indecisi in libreria, è l’incipit, cioè il modo in cui esso comincia.

Bene, i primi righi del libro di Pino Affuso  rendono bene l’idea di come si possa  appena cominciare un libro e sentirsi già nel vivo della narrazione.

Queste  prime battute ci catapultano letteralmente in medias res: una banda di quattro manigoldi si appresta a mettere in atto un sequestro di persona.

Quattro balordi, li definisce la voce narrante, i cui tratti fisici e psicologici sono definiti con grande ironia: poche espressioni che condensano e riassumono l’animus di ciascuno.

Ecco la caratterizzazione di uno dei quattro, tal Ciccio De Rosa, il cosiddetto numero 2 della banda: pag.8

Come si  evince dallo stesso titolo, un sequestro, dunque,  costituisce l’anima dell’intreccio intorno alla  quale scorrono, veloci come in un film, scene e azioni che tengono il lettore con il fiato sospeso.

Vittima del sequestro è ANNA, rampolla dell’aristocrazia siciliana, giovane donna colta, molto affascinante, esperta di economia, ma anche appassionata di letteratura e di scrittura. ANNA LA SORTE. Già nel nome si legge il presagio, la valenza  di ciò che il destino potrà riservarle, una sorte non totalmente benevola: ricca e sfortunata, Anna subisce la morte prematura dei genitori, poi l’incontro con un  uomo violento e colluso con la mafia che la tiranneggia, poi il sequestro e il resto lo scoprirete leggendo…

Ecco come viene descritto il Vitti:  pag.13  

I PERSONAGGI

Mi ha molto colpito l’attenzione dell’autore per la caratterizzazione fisica e psicologica dei personaggi: personaggi che provengono quasi totalmente dall’ambiente malavitoso (l’ambiente abietto, malevolo e senza scrupoli della criminalità siciliana), ma in essi quali emerge sempre un elemento di debolezza, di fragilità  o di stupidità che ci fa percepire appieno la loro umanità e ce li fa in un certo senso compatire, aldilà della violenza e brutalità delle loro azioni.

Alcuni sono certamente personaggi “piatti”, cioè individui la cui personalità non si evolve nel corso del romanzo: alla fine delle vicende si dimostrano gli stessi, cattivi, stupidi o servili, come all’inizio.

Altri sono invece personaggi “a tutto tondo”che si evolvono come conseguenza degli eventi. Anna La Sorte  è fra questi: l’incontro e la relazione con Pasquale Vitti, il sequestro di cui viene fatta oggetto, i sentimenti verso uno dei sequestratori ne segnano la personalità, modificano il suo modo di essere, la sua sensibilità, il suo modo di concepire la vita,  la sua fiducia negli altri.

Quando viene introdotta all’inizio del romanzo, Anna viene descritta come una donna bella da togliere il fiato. Non solo. Ella possiede anche sensibilità,  “elevatezza e nobiltà spirituale”. Questo tratto  la accomuna a Lucia, protagonista del romanzo d’esordio di Pino Affuso “Ma l’America è così lontana”. Lucia, come Anna, è bella e sfortunata, con una singolare nobiltà d’animo che le proviene da un’innata signorilità e non da un antico  lignaggio.

 Entrambe sono donne forti che non si lasciano assoggettare da uomini abietti  e violenti, ma tentano, anche in situazioni estreme, di affrancarsi dagli ingiusti soprusi. Ciò che le  distingue, però, è il fatto che Lucia riesce a conservare uno sguardo bello, puro e fiducioso nel futuro nonostante le ingiustizie subite e il male ricevuto. Anna non possiede questa capacità  e quindi la sua è una sorta di educazione sentimentale rovesciata, un’evoluzione in negativo della sua personalità rispetto all’inizio del romanzo. Leggendo capirete perché.

Anche Antonio Melisi, a mio avviso, è un personaggio che sviluppa la propria personalità nel corso della  narrazione: l’acerbo  e imbelle professorino  del primo capitolo, il numero 4 della banda dei sequestratori, diviene, attraverso la  responsabilità delle proprie scelte, un uomo capace di amare, ma anche capace, per amore, di gesti estremi e cruenti.

I LUOGHI

Mentre la caratterizzazione dei personaggi è molto precisa e ricca, nulla o poco viene detto, durante la narrazione, dei luoghi  in cui gli eventi si svolgono. Sappiamo che siamo in Sicilia, ma non precisamente dove. Anche le digressioni a scopo descrittivo sono limitate a pochi righi in tutto il romanzo. Un esempio ne è la pag.

Questo perché  il focus della narrazione è tutto concentrato su questi due elementi: sui personaggi e sull’azione (non a caso all’interno del racconto si fa riferimento al susseguirsi spasmodico delle vicende  come ad un action thriller).

L’AZIONE

L’azione, infatti, è il vero motore della narrazione: quando la tensione dell’azione sembra rallentare, ecco che sopraggiunge un nuovo evento che riconduce l’azione al suo climax, al massimo della tensione,  tenendo il lettore con il fiato sospeso e sorprendendolo con ripetuti colpi di scena.  

Lo STILE  e LA LINGUA del romanzo sono  davvero singolari.

Ho trovato un raro esempio di sincretismo linguistico, vale a dire un registro linguistico, un uso della lingua che mette insieme termini che non sono fatti per convivere. E invece in questo libro trovo un’ironica convivenza, a volte stridente e quindi non sempre pacifica,  di termini rari, ricercati, dotti (umiliamenti per umiliazioni), antichi e letterati (procella  per tempesta oppure gorgia per gola), scientifici (bradicardico) con termini ed espressioni gergali (farsi un cicchetto), popolari (paliatoni) e dialettali, e qui mi riferisco in particolare al dialetto siculo. I numerosi anglismi (set, nomination, nickname) si affiancano alle espressioni latine (modus agendi, captatio benevolentiae, requiescat in pace, ad abundantiam), ai francesismi (trumeau, vis-à-vis) e ai neologismi (gossippari: adattamento italiano dell’inglese gossiper). Molto interessante, quindi, dal punto di vista dell’analisi linguistica.

Il LINGUAGGIO, inoltre, è duro, crudo, irriverente, a volte inquietante (un po’ tutto il libro lo è) e sa esprimere visivamente stati d’animo ed eventi di grande criticità. E’, però, anche un linguaggio ironico, e questo mi è piaciuto molto, perchè aiuta a sdrammatizzare la tragicità di alcune situazioni e alleggerisce la tensione del racconto, consentendo al lettore di  leggere anche con il sorriso sulle labbra…

Per concludere…

Personalmente, ho sperato fino alla fine che i fatti andassero in modo diverso, che l’amore di Anna per la scrittura, per la lettura e la letteratura potesse costituire una via d’uscita,  da quell’asfissia dell’anima che invece ha segnato inevitabilmente i giorni del  sequestro e l’intero suo destino. Avrebbe potuto costituire un modo per affrancarsi dal sequestro fisico ed interiore, per liberarsi della paura  e  trovare un nuovo senso in quello che le accadeva. L’ho sperato perché lo  stesso autore lo aveva fatto presagire attraverso un esplicito riferimento al potere catartico della lettura durante i giorni del sequestro: pag 37.

Invece, non so come, la lettura perde il suo potere catartico.

Peccato, mi son detta…

E tuttavia la fine del racconto lascia un varco, costituisce una sorta di finale aperto: che l’autore abbia meditato un  sequel?

                                                

                                                      Raffaella Delli Veneri

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