Trebisacce-20/13/2013:Convegno Unesco:DIRITTI UMANI E CARCERI- (di Andrea Petta)

DIRITTI UMANI E CARCERI

Una palese, flagrante violazione dei diritti umani ed una gravissima lesione dello stesso principio di legalità nel nostro Paese è dato, a mio parere, dalle condizioni inumane e degradanti in cui sono costretti a vivere i detenuti nelle nostre carceri.

La questione è di pregnante attualità ed è oggetto di un  acceso dibattito politico a seguito del recente messaggio del Capo dello Stato, il quale, partendo dalla presa d’atto che le condizioni dei detenuti sono lontanissime dal dettato costituzionale, ha invitato il Parlamento a riflettere anche sull’adozione di eventuali provvedimenti di clemenza, quali l’amnistia e l’indulto.

L’articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ancora, l’art. 3 della Convenzione europea dei Diritti dell’uomo stabilisce che “nessuno può essere sottoposto a pene o trattamenti inumani o degradanti”.

La realtà delle carceri italiane rende evidente come questi principi siano in essi  frequentemente ed ampiamente traditi: il tasso di sovraffollamento, tra i più alti d’Europa, raggiunge il 142,5%. Ci sono più di 66.000 carcerati, per circa 45.000 posti letto detentivi. I detenuti sono costretti a vivere in condizioni disumane, occupando celle di appena dieci metri quadrati dove sono rinchiuse anche quindici o venti persone tutte insieme. Si pensi che, in base ad espresse disposizioni comunitarie, i maiali d’allevamento hanno diritto ad almeno 3 metri quadrati di spazio. Nelle nostre celle, talvolta, non si garantiscono neanche 2 mq di spazio ai detenuti, a fronte della previsione della Corte Europea che stabilisce uno spazio minimo di 7 mq da riconoscere ad ogni detenuto, spazio vitale sotto il quale la pena declina in tortura. In Italia, quindi, sono garantiti 2 mq a carcerato, a fronte dei 3 riconosciuti ai maiali. In pratica, sembrerebbe che in abbiano più diritti i maiali che gli esseri umani. Mancano in certi casi i servizi primari (acqua calda, riscaldamenti) e i detenuti, con la “scusa” che il numero di agenti penitenziari in rapporto ad essi è scarso, vengono spesso privati addirittura della classica, proverbiale, irrinunciabile ”ora d’aria”. Si pensi, poi, agli episodi di violenze e maltrattamenti (l’ormai famoso caso di Stefano Cucchi, ma anche molti altri che non sono assurti agli onori della cronaca).

Poggioreale, Napoli. Lo chiamano carcere, ma chi ci è passato lo descrive come un inferno, come un girone dantesco. La casa circondariale di Napoli, costruita nel 1908,  ospita 2.800 detenuti su una capienza massima di 1.600. I carcerati sono rinchiusi, ammassati in celle sovraffollate, infestate da topi e scarafaggi, i bagni turchi sono in condizioni di assoluto degrado e i soffitti perdono acqua; e, secondo numerose testimonianze, frequenti sono gli abusi e le vessazioni delle guardie penitenziarie. Poggioreale non ha al suo interno spazi di socialità: i passeggi sono quadrati di cemento senza panche o copertura, non esistono lavori extramurari o interni che facilitino il reinserimento esterno, né è attivo alcun corso di formazione professionale. In cella si arriva fino a 10-12 detenuti e con letti a castello fino a tre livelli. D’estate, il sole entra nelle celle in maniera così prepotente che si è costretti a refrigerare la stanza con magliette bagnate. A Poggioreale, fornelli e servizi igienici sono gli uni accanto agli altri e nella maggior parte dei padiglioni non c’è nemmeno la doccia in cella.

A fronte di tali condizioni drammatiche delle carceri italiane, di cui Poggioreale è l’esempio più emblematico, si registra una vera mattanza, decessi e suicidi. Nel 2012, si sono avuti 56 suicidi, più di uno a settimana, per non parlare delle decine di tentativi falliti e dei numerosissimi casi di autolesionismo.

Il carcere è ormai osceno, osceno nel senso letterale, etimologico dell’aggettivo, ob scaenum, fuori dalla scena. Il carcere è diventato la discarica dove nascondere tutto ciò che la società non vuole più vedere, tossicodipendenti, immigrati, disabili psichici, disadattati, non integrati.

La sofferenza inumana a cui è sottoposta la popolazione carceraria riguarda non solo i  detenuti ma l’altra parte della barricata, gli agenti di polizia penitenziaria: le guardie carcerarie si trovano in situazioni di continua emergenza, costretti anche a turni di nove ore, nei quali può capitare che un solo agente si trovi a sorvegliare una cinquantina di detenuti. È tutt’altro che un caso se dal Duemila ad oggi ci sono stati cento suicidi tra chi indossa la divisa della polizia penitenziaria. È tutt’altro che un caso se, da un triennio a questa parte, una media di quattrocento guardie all’anno ha ottenuto il congedo anticipato per inabilità, per motivi psichicilegati ad un malessere e ad un disagio profondo. Nel lessico tecnico-specialistico si parla di burnout: ogni anno vanno in pensione all’incirca 1.200 poliziotti carcerari e il 30% non riceve la pensione per motivi di età ma per inabilità al servizio, dovuto ad acclarate condizioni di forte stress psichico. Una fuoriuscita nel complesso devastante anche dal punto di vista economico: quattrocento persone all’anno che gravano sul sistema pensionistico in anticipo rispetto alle norme, con uno  spreco di persone che hanno ricevuto preparazione e formazione professionale e che lasciano anzitempo il lavoro.

Tra autosoppressioni, aggressioni, violenze, sovrappopolamento, violazione del diritto e dei diritti, stress del personale penitenziario, le nostre galere hanno perso ogni residuo di civiltà, umanità e legalità.

I principali diritti umani, il diritto alla salute, il diritto ad un’esistenza dignitosa, nelle carceri sono negati per definizione, il dettato costituzionale che individua l’obiettivo della rieducazione rimane lettera morta e una mera, chimerica, utopica, petizione di principio, ci si limita a torturare e a punire, secondo la concezione rozzamente retributiva della pena del malum passionis quoad infligitur ob malum actionis.

In queste condizioni in cui la dignità dei detenuti è totalmente calpestata, non c’è spazio evidentemente per progetti e percorsi educativi volti ad una riabilitazione e ad un futuro reinserimento del condannato nella società, come previsto dalla nostra Carta Costituzionale. E’ francamente difficile immaginare un cambiamento nella vita di un detenuto, una volta scontata la pena, se durante la reclusione è stato privato di umanità e dignità. Una volta usciti dal carcere, è quasi impossibile riuscire a trovare un’occupazione e rifarsi una vita.

Un sistema carcerario in queste condizioni non può che confermare quanto diceva Edward Bunker, in “Animal Factory”, nel 1977, secondo cui “la prigione è una fabbrica che trasforma gli uomini in animali. Le probabilità che uno esca peggiore di quando ci è entrato sono altissime”.

L’Italia può essere ormai considerata, dati alla mano, “maglia nera” nella gestione del sistema carcerario. Dal 1959 al 2010, l’Italia ha subito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ben 2.121 condanne, di cui ben 15 per trattamenti disumani e degradanti e una addirittura per tortura. All’interno dei Paesi dell’Unione Europea, l’Italia detiene il triste e poco lusinghiero primato per le condanne relative alla condizione dei detenuti, mentre è seconda rispetto a tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa, precedendo perfino la Russia. Il nostro Paese ha dovuto conoscere anche l’onta del “Settembre Nero” dell’anno 2010, quando vennero registrati sette decessi in dieci giorni: tre suicidi, tre casi da accertare e una morte dovuta a circostanze naturali.

La Corte, a fronte di questo scenario desolante, ha intimato all’Italia di introdurre misure idonee a risolvere il problema del sovraffollamento e rendere le carceri “a norma”, affinché non si verifichino in esse nuove violazioni dei diritti umani.

Il nostro Paese, sulla questione fondamentale della condizione di vita dei detenuti, sta offrendo da troppi anni una immagine indegna di una grande nazione civile ed europea,  patria, tra l’altro, di Cesare Beccaria. La situazione di estremo degrado delle carceri italiane è indice di una complessiva, generale arretratezza culturale del Paese. “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”, diceva Fëdor Dostoevskij, in “Delitto e castigo” nel 1866, e ancora, per citare un altro grande della Letteratura Russa, Lev Tolstòj, “se vogliamo conoscere davvero un Paese, dobbiamo visitarne le carceri”.

Nelle nostre carceri vengono violati iprincipi stessi dello Stato democratico di diritto. Allora, se vogliamo trasmettere ai nostri figli il valore della legalità, la premessa è che non può essere lo Stato per primo a violare quel principio nelle carceri della Repubblica. Noi, tra l’altro, come ripetutamente detto, siamo stati più volte richiamati al rispetto dei diritti umani dentro le nostre carceri dalla Corte europea. E non si può essere europeisti a corrente alternata, pronti a mettersi in regola e a seguire pedissequamente le indicazioni dell’Unione Europea quando si discute di Fiscal compact e di pareggio di bilancio e, viceversa, mostrarsi del tutto sordi e insensibili quando si parla di diritti umani.

L’amnistia e l’indulto sono provvedimenti-tampone che possono contrastare l’emergenza congiunturale dell’abnorme sovraffollamento.

Dopodiché è chiaro che bisogna affrontare il problema in maniera strutturale e sistemica con un pacchetto coerente ed organico di misure che prevedano un sistema di pene alternative alla detenzione, la messa in prova, la detenzione domiciliare qualora possibile, l`inserimento in comunità di recupero, il ricorso alle opportunità offerte dal progresso tecnologico con l’impiego, ad esempio, del braccialetto elettronico.

E si dovrebbe prendere in considerazione, altresì, l’abrogazione o, quantomeno, la revisione delle leggi che hanno finito con l`aggravare il problema, che producono “carcerazione di massa”, come la Bossi-Fini sull’immigrazione clandestina o la Fini-Giovanardi sulle droghe.

 

Più, in generale, se vogliamo che le pene non siano un modo per infliggere una punizione fine a se stessa, ma un vero e proprio percorso di riflessione e reinserimento di un essere umano nel tessuto sociale,  bisogna ripensare a fondo il nostro stesso sistema penale e punitivo.

È necessario, inoltre, concepire un modello detentivo rispettoso della dignità umana e capace di tener conto delle necessità di socialità, di espressione di sé, di esplicazione della personalità, di lavoro e condivisione. E così pensare all’introduzione di misure atte alla realizzazione di politiche tese al reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti per ridurre il rischio di recidiva.

Non è un caso che le percentuali di recidivi (che commettono nuovi reati e tornano in carcere) sono del 65% per coloro che durante la pena non hanno svolto alcuna attività di lavoro o formazione, contro il solo 19% tra quelli che invece hanno avuto la possibilità di accedere a misure alternative alla detenzione.

E, poi, sviluppare una maggiore sensibilità nei confronti delle biografie dei carcerati, delle loro storie personali che li hanno portati ad assumere condotte antisociali e devianti, secondo l’impostazione culturale della “Grande Anima”, il Mahatma Gandhi, secondo il quale “tutti i criminali dovranno essere trattati come pazienti e le prigioni diventare degli ospedali riservati al trattamento e alla cura di questo particolare tipo di ammalati”; e pensare che chi si è reso responsabile di atti illegali non merita per questo di essere rinchiuso e privato di diritti e dignità, ma deve essere semmai aiutato a prendere consapevolezza dei propri errori e a ricostruire la sua vita, attraverso un percorso di crescita e responsabilizzazione. Perché possa essere davvero efficace, il percorso detentivo deve essere basato sulla responsabilità.

E’ evidente che di deve tenere conto da un lato della tutela dei diritti umani dei detenuti e dall`altro dell’esigenza, altresì imprescindibile, della tutela della collettività nel suo complesso. Ma anche quest’ultima preoccupazione, la sicurezza dei cittadini, non è un obiettivo che si può disgiungere dalla condizione di vita dentro le carceri che, lungi dall’assolvere ad una funzione riabilitativa e rieducativa, finiscono per diventare palestre di illegalità e per avere paradossalmente una valenza criminogenetica.

 

E’ una responsabilità morale, prima che politica, della classe dirigente del Paese, allora,  farsi carico della questione per come è stata posta dal messaggio del Presidente della Repubblica, che va letto e interpretato nella sua ispirazione di fondo.

E non dimenticarci mai della riflessione di Tenzin Gyatso, conosciuto come il Dalai Lama, il quale, nei suoi “Consigli del cuore”, del 2001, insinua quantomeno il dubbio nel nostro fragile e discutibile sistema di certezze: “Siamo tutti potenziali malfattori, e nel profondo dell’animo quelli che mettiamo in prigione non sono più cattivi di chiunque di noi. Hanno ceduto all’ignoranza, al desiderio, alla collera, malattie da cui anche noi siamo affetti, per quanto in misura diversa. Il nostro dovere è di aiutarli a guarire”.

 

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