Roma-08/01/2020: Dante Maffia scrive sull’Artista Luca Celano

Luca Celano, “ Paesaggio con fichi d’India”, 2019, olio su ceramica
Luca Celano,”Mandriano del Sud”,2015, olio su tela , cm 50 X 60
Luca Celano, “ Cielo di Roma “, 2019,olio su ceramica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dante Maffia e Luca Celano

 

 

 

 

 

 

 

 

LUCA CELANO

 

Seguo la pittura di Luca Celano da tantissimi anni e quindi ho potuto rendermi conto di come egli abbia, giorno dopo giorno, affinato la sua espressione, il suo colore, di come abbia realizzato il paesaggio facendolo diventare fiato caldo dell’anima e non solo illustrazione, di come sia stato capace di dare alle nature morte la bellezza della loro “funzione”, e ai volti il carattere immediato della loro origine.

A sfogliare il lungo lavoro dell’artista, nato nel paese che non si deve nominare e che adesso invece si nomina con orgoglio, Colobraro, grazie a un sindaco intelligente che ha saputo con ironia dare una coloritura giocosa al nido delle streghe e delle “maciare”, come si chiamano in Lucania, ci si può rendere conto che egli ha saputo cogliere l’essenza di un mondo che stava perdendosi, la poesia di una civiltà che, nonostante l’offerta sistematica di Levi, di Guerricchio e di Guttuso non è rimasta a svettare se non come testimonianza di una realtà ormai diventata altro.

Tuttavia il repertorio di Luca Celano non è bello e affascinante soltanto perché recupera momenti di un realismo ricco di sfumature irripetibili, è bello perché egli  mette la sua anima dentro ogni realizzazione, il fuoco dei suoi pensieri, dei suoi ideali.

E ciò diventa una vera scommessa, perché da una parte lo pone come l’ultimo dei pittori gelosi del patrimonio dei padri e dall’altra come il primo di un’avanguardia che è quella del cuore.

Ultimamente ho trovato, in pagine di scrittori che sono considerati intellettuali rigorosi e fermi nell’impastare il loro mondo, delle considerazioni che mi hanno colpito molto. Per esempio in Voltaire, in Pascal, perfino in Giuseppe Mazzini leggo che “se la letteratura abbandona il sentimento e le emozioni, la partecipazione calda e incantata a ciò che si scrive, l’uomo diventa un imbuto e non farà più scandalo. Perché il vero scandalo è riuscire a mettere in ciò che si scrive, si dipinge, si scolpisce o si suona la nobiltà e la semplicità dell’anima, in modo che ogni cosa non sia soltanto materiale culturale, ma piume di un sogno”.

Ebbene, la pittura di Luca Celano è tutta cosparsa da un sogno che amalgama i soggetti realizzati. Se il visitatore delle sue mostre ha la pazienza di soffermarsi con calma dinanzi ai lavori si accorgerà che essi parlano, in silenzio, serenamente, con dolcezza e a volte perfino con un certo turbamento e riescono a raccontare storie antiche, magie di un’epoca che conserva accensioni di rara bellezza.

I critici sussiegosi spesso, invece di valutare le opere, vanno alla ricerca di ascendenti, scomodano la filologia e la semantica, gli ismi di evoluzioni e di involuzioni che caratterizzano il fare dell’arte. In pittura basti che l’autore insista sul rosso e subito gli si appiccica il pittore del passato che ha fatto uso e abuso del rosso; basta che scelga l’orizzontalità d’una veduta e diventa un realista dell’Ottocento. Per Luca Celano il gioco non vale, perché egli ha dentro di sé una tale carica di libertà coloristica, di disegno, di approdi personali che chiunque cadrebbe nell’abbaglio del paragone. Dipinge con la stessa foga con cui sua madre e sua nonna facevano il pane, con la stessa semplicità, e non perché non sia passato attraverso le forche caudine dell’accademia, ma per scelta, sempre più convinto che un quadro, una incisione, un piatto colorato, una litografia, un acquerello, cioè un’immagine, deve essere fiato, vita che palpita e non una pura ragione intellettuale.

La festa dei suoi colori la dice lunga su come la pensa nel momento in cui mette mano alla realizzazione di un quadro. Il Sud gli appartiene con tutta la stravaganza della luce, con tutta la tavolozza spudorata che mostra ovunque il suo splendore.

Ma la tradizione vuole che un pittore debba essere circoscritto all’interno di scuole e di pensieri che dominano in determinati momenti. Celano non ci sta, se proprio lo si vuole catalogare diventa una rincorsa, perché nel mentre sta per mostrare la sua faccia impressionista si trasforma in gesto espressionista e poi figurativo e ancora neo figurativo. Allora?

Allora lasciamolo correre appresso agli aquiloni del suo cuore, appresso agli arcobaleni della sua anima e facciamogli realizzare quei momenti così esaltanti che sembrano avere la parola, tanto sono espressivi e vivaci, ricchi e dolcemente inquietanti.

Un pittore vero, un interprete della Lucania che è sempre bella, anche senza essere capitale di niente.

 

Dante Maffia