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Acri-15/09/2017:“AVE MARIA”(di Anna Maria Algieri)

MADONNA DEI BISOGNI 

“AVE MARIA”

 

di Anna Maria Algieri

 

Ave, Maria,

perdona i miei peccati!

Sono peccatrice

e non so rendermene conto.

 

Santa Maria, ascolta

la mia preghiera,

insegnami ad essere

umile e paziente.

L’ira e la collera

accecano la mia fede.

 

Commento di Giuseppina Raio Marchesiello

alla poesia “Ave Maria” di Anna Maria Algieri

 

In un momento di profondo raccoglimento la poetessa Anna Algieri cerca conforto in una preghiera. La devozione alla Vergine Maria la spinge ad aprire il suo cuore e dare sfogo alle sue pene. Dalle sue labbra una invocazione: la consapevolezza di avere peccati di cui chiedere perdono, senza nascondere la sua fragilità nell’ammettere di non averne di essi piena consapevolezza. Lei sa di aver peccato, ma non si riconosce fin dove si è spinta nell’oscurità dello stesso. Con animo accorato l’artista implora la Vergine Maria di ascoltare la sua preghiera. Si sente molto provata dalle avversità della vita. I problemi urtano quotidianamente contro la sua persona e non la rendono immune dal macchiarsi. Così si sente vulnerabile, angosciata, appesantita, confusa, persa… L’ira e la collera sembrano gli unici sentimenti negativi utilizzati per poter far fronte a tanto disagio morale e sociale della vita. La preghiera viene così confessata affinché la sua anima sia liberata da tanta sofferenza o pesantezza che macchiano e accecano la sua fede. Umiltà e pazienza chiede l’autrice della poesia alla Vergine Maria, sentimenti unici e vincenti affinché le diano la forza di vivere con più coraggio e serenità le avversità della vita.

 

Acri-09/05/2017:L’OSTRICA PERLACEA (DI ANNA MARIA ALGIERI)

L’OSTRICA PERLACEA DI ANNA MARIA ALGIERI

 

A cura della Associazione Culturale Carta e Penna di Torino, ha visto la luce, nel luglio del 2016, una significativa Antologia poetica essenziale, dal titolo evocativo Luce di sogni (pp. 78) della ormai nota e affermata poetessa di Acri (CS), Anna Maria Algieri.

Molto opportunamente la pittrice Giuseppina Raio Marchesiello, che ha firmato pure la Presentazione del volumetto, ha pensato per la copertina proprio un’ostrica perlacea che diventa cifra e chiave di lettura dell’intera silloge poetica.

In Luce di sogni Anna Maria Algieri ha fatto confluire il meglio di alcune delle sue raccolte poetiche, nell’ordine: Illusa speranza, Guscio di sogni, Ricordi, Oasi, Lettera di Natale ai miei genitori, Rime d’amore, Voce dell’anima, La voce del cuore, Liriche in libertà queste ultime nell’antologia Africano, che abbiamo già avuto occasione di recensire, cercando di estrarre da ognuna, sempre per rimanere nella suggestione dell’immagine di copertina, la perla.

Le tematiche che Anna Maria Algieri tratta nelle sue poesie, sfiorandole con delicatezza e lungimiranza profetica, nella consapevolezza della comune avventura umana, nulla tralasciano dei sentimenti profondi del cuore come la sofferenza, la fede, l’amore.

A questo proposito, come è ricordato nella lunga intervista a cura di Fulvio Castellani, che sigilla il volumetto,  la nostra Anna Maria Algieri è stata indicata come “poetessa della quotidianità”, proprio per l’analisi che dell’animo umano troviamo nelle sue poesie, e “penna di Dio”, secondo la definizione del frate cappuccino Ignazio, per indicare l’attaccamento alla fede e alle tradizioni che ne derivano.

Basta scorrere le varie poesie delle singole raccolte, infatti, per leggere tutta la passione che Anna Maria mette in questa “notte senza tregua” (p. 10) “Notte infinita” (p. 25), che è la vita umana che, tuttavia, non perde la speranza di vedere splendere il “Sole” (p. 13).

Anche la solitudine è declinata in tanti suoi versi da Anna Maria, come in “Sola” (p. 17), fino all’invito rivolto a Dio “Non odiarmi” (p. 20) e al rimanere in attesa di “Nessuno” (p. 27), senza riuscire a versare una “Lacrima” (p. 28).

Ma a prevalere sono sempre i sentimenti positivi che fanno vedere alla poetessa di Acri, non lontana, un’ Oasi d’amore (p. 31) e all’orizzonte “pace, tranquillità, / il silenzio infinito” (p. 35).

Struggenti sono poi i ricordi familiari delle Lettere di Natale ai miei genitori che hanno come centro e punto di riferimento il suo quartiere, un vero e proprio microcosmo di umanità: “Il Casalicchio: nostalgia del passato” (pp.41-43), espressa con la forza insita nel dialetto locale.

Con “Rime d’amore” e “Voce dell’anima”, Anna Maria, tra amore, fede e ricerca, sigla il suo cammino poetico ritornando all’evocazione originale della “Perla” (p. 49), capace, in “Redenzione”, a farsi profezia di futuro e certezza: “Ho con me nuove gemme / ed una perla a raccogliere il mio dolore” (p. 68).

Mentre ringraziamo Anna Maria Algieri, per la sua più che trentennale attività letteraria, raccogliamo con gratitudine la sua convinzione, espressa sempre nell’intervista con Fulvio Castellani: “La preghiera è molto importante, direi essenziale, per la mia vita perché  è un colloquio diretto col Signore e non può che essere fonte di pace e di serenità interiore, e anche di fiducia nel domani e nel prossimo”.

Una certezza di cui il nostro mondo ha un bisogno estremo. Preghiera e poesia, infatti, possono contribuire a rendere più umana la nostra inquieta e affannosa giornata terrena.

fra Giovanni Spagnolo

 

 

 

Acri-19/03/2017:Ricordando mio padre (di Anna Maria Algieri)

Ricordando mio padre

Mio padre ha saputo vivere una vita

Di sacrifici, lotte, conquiste e vittorie.

Mi ha dato la gioia

di essere una figlia Forte, leale, sincera.

Il suo amore e’ stato grande, immenso.

Ora, padre, ho preso il tuo posto,

Sono sola e devo lottare contro i prepotenti,

Contro chi crede di essere forte,

Perché usa il potere della corruzione,

Della menzogna e dell’ipocrisia.

La realtà della vita cruda e amara

Rende i miei giorni forti e sicuri

Grazie ai tuoi insegnamenti.

Anna Maria Algieri

Acri-05/03/2017: Donna (di Giuseppina Raio)

Acri-20/01/2017:Anna Maria Algieri con l’Antologia essenziale “Luce di sogni” ripercorre la sua brillante carriera poetica (di Luisiana Ruggieri)

Anna Maria Algieri con l’Antologia essenziale “Luce di sogni”

ripercorre la sua brillante carriera poetica

 

                                       di Luisiana Ruggieri

 

 

La poetessa Anna Maria Algieri, nata ad Acri in provincia di Cosenza, dove tuttora risiede, è una donna davvero speciale: il suo animo particolarmente sensibile la contrappone, senza incertezze, alla superficialità e alla fredda razionalità della società contemporanea. Sembra un usignolo che canta con eleganza e delicatezza i suoi vari stati d’animo, usando diverse sfumature poetiche, tanto che le sue note riescono a vibrare intensamente fino a coinvolgere il lettore in un gioco di passione, di amore, di umana sofferenza, quest’ultima soprattutto per la perdita dei cari genitori.

L’Antologia “Luce di sogni”, Carta e penna Editore, è una raccolta poetica che potremmo definire ondeggiante tra il dentro e il fuori:

 

Sola mi ritrovo nella mia stanza, / dove la pace, il silenzio / sembrano dar fine alla mia solitudine. (“La mia stanza” dalla raccolta “L’illusa speranza”).

 

La stanza, infatti, per Anna Maria è un rifugio, un luogo appartato e intimo dove poter ricordare, sognare, illudersi: e va detto che la sua è la medesima illusione che ritroviamo in Leopardi, allo stesso modo commovente e necessaria per poter andare avanti.

La sua poetica, quindi, non si limita agli spazi interni, quelli della casa, delle abitudini, dell’introspezione e dell’interiorità: come per incanto l’usignolo riesce ad abbandonare le ombre delle pareti domestiche e a condurre il lettore ad assaporare l’amore nel significato più ampio della parola facendogli riscoprire i sani valori del passato. È il caso della poesia “Il Casalicchio: nostalgia del passato”, tratta dalla raccolta “Lettere di Natale ai miei genitori”, e proposta anche in una suggestiva e preziosa versione vernacolare:

 

A questo rione, un tempo, non mancava niente: / ci trovavi il falegname, il sarto / il fornaio, il ciabattino, il barbiere / e c’era anche il sale e tabacchi.

 

Sembra di rivivere un bozzetto di vita paesana di fine Ottocento o una delle scene realistiche e popolari del teatro napoletano di Scarpetta: il vicolo, il vicinato, le botteghe, il calzolaio. Si tratta di gente semplice, umile ma piena di amore e di generosità, di disponibilità, di senso di appartenenza e di fede, come si evince dall’atmosfera della Vigilia di Natale che la poetessa descrive con struggente nostalgia:

 

[…] e la notte di Natale nel bel mezzo della piazza / – che è dedicata a don Franco Giannone – / il fuoco ardeva scoppiettando / e i ragazzi tutt’intorno / con gioia e canti facevano festa.

 

Bastano pochi versi e improvvisamente ci si trova coinvolti nella scena del rione, e quel fuoco, agli occhi del lettore, diventa vivo e crepitante: si avverte il calore non soltanto della legna che brucia, ma anche dell’amore cristiano che ognuno nutre verso l’altro.

Anna Maria Algieri è anche la poetessa dello spirito e questo le consente di uscire dall’isolamento, dalla personale riflessione esistenziale e di aprire la porta del suo cuore per parlare non soltanto di amore terreno, come accade nelle ispirate liriche tratte dalla raccolta “Rime d’amore”, ma per volgere lo sguardo anche verso il Cielo rivolgendosi alla Vergine Maria affinché protegga tutti i suoi figli bisognosi e il mondo intero:

 

[…] Diffondi le tue grazie / a chi è rimasto solo in vita. / Sii il sostegno e la pace del mondo, / governa l’universo / come il Tuo Figlio desidera. / Fa’ che regnino la pace, l’amore, la fratellanza / oggi domani e sempre. (“Mamma celeste” dalla raccolta “Voce dell’anima”).

 

Il suo animo, la sua sensibilità si accostano molto a Kandinsky, in quanto ella guarda al mondo e al proprio animo con l’occhio aperto e l’orecchio vigile trasformando, grazie alla magia dell’arte, le piccole cose in grandi esperienze.

 

Acri-19/01/2017:“BANDELLO & CO” DI ANGELO MINERVA: UN APPASSIONANTE VIAGGIO NELL’ETÀ RINASCIMENTALE (di Luisiana Ruggieri)

“BANDELLO & CO” DI ANGELO MINERVA:

UN APPASSIONANTE VIAGGIO NELL’ETÀ RINASCIMENTALE

 

 

di Luisiana Ruggieri

 

 

Angelo Minerva si presenta al pubblico con un nuovo e interessante saggio intitolato “Bandello & Co – Nobiluomini, nobildonne, dotti, religiosi, militari e altri alla corte di Matteo Bandello”, edito dalla prestigiosa casa editrice Solfanelli di Chieti.

Si tratta di un’opera di raffinata critica storico-letteraria nella quale l’attenzione è puntata soprattutto sui personaggi, divisi per categorie, che ricorrono nelle lettere di dedica che fanno da premessa ad ognuna delle 214 novelle di Matteo Bandello e, di conseguenza, sul variegato e drammatico scenario storico di buona parte del XVI secolo.

Grazie al ricchissimo materiale documentario e ad una meticolosa ricerca d’archivio, l’autore porta alla luce eventi, personaggi, atmosfere, ambienti, rituali dell’epoca rinascimentale, trasportando il lettore nella particolare atmosfera dei palazzi signorili e delle principesche corti italiane.

Del resto, come sottolinea Francesco Flora, Bandello fu realmente “testimone di una storia tra le più intense e inventive d’ogni epoca, […] avvertì ed espresse come pochi altri il senso fortunoso del suo tempo.”

Le “Novelle” di Matteo Bandello (nato a Castelnuovo Scrivia nel 1485 e morto ad Agen, in Francia, nel 1561), prima monaco domenicano e poi cortigiano a tempo pieno, secondo Giulio Ferroni, “rappresentano la maggiore raccolta novellistica italiana apparsa dopo il Decameron”.

Si tratta, in effetti, di un’opera che vanta una straordinaria ricchezza di contenuti e di situazioni e che, affondando le radici nella più antica tradizione della novellistica, assume particolare importanza quale collante tra mondi lontani e tradizioni diverse. Non va dimenticato, infatti, che è stato proprio Boccaccio il primo a operare una profonda e convincente sintesi tra la narrativa araba, di cui egli fa tesoro nel suo capolavoro, e quella occidentale a lui più prossima, diffondendola poi in tutta l’Europa e anche oltre.

Il genere novellistico nasce proprio nel Mondo Arabo e ha come prestigioso e autorevolissimo punto di riferimento “Le Mille e una notte”, eccezionale e affascinate raccolta, che ha rappresentato uno scrigno pressoché inesauribile di spunti narrativi per la maggior parte degli scrittori che si sono voluti cimentare in questo importantissimo e appassionante genere letterario. Tale tradizione attraverso Boccaccio può giungere, quindi, fino a Bandello, tanto che oggi molti critici si chiedono fino a che punto questi sia debitore nei confronti dell’autore del “Decameron”. Come viene messo bene in risalto da Angelo Minerva, Bandello cerca di differenziarsi dall’antico “maestro” rinunciando nella sua raccolta alla solida cornice boccaccesca, collegandosi piuttosto, proprio grazie al ricorso alle lettere di dedica, a Masuccio Salernitano; infatti, a differenza di Boccaccio, fa precedere le sue novelle “da altrettante lettere dedicatorie, in un periodo in cui la pubblicazione delle lettere familiari è ormai largamente diffusa.” Già nel Cinquecento, infatti, la lettera “è da considerarsi come un ben definito costume letterario, un vero e proprio genere che si è evoluto e perfezionato grazie a una continua tensione verso l’acutezza e l’esattezza dell’osservazione e dell’espressione.” Inoltre, “si può senz’altro affermare che le Novelle bandelliane introducono una dimensione nuova nella tradizione novellistica: l’irruzione massiccia della storia nella sua molteplicità di forme”, tanto che Bandello, andando ben oltre la spicciola aneddotica, può mostrarsi come un vero e proprio “storico” del suo tempo. In definitiva è vero che Bandello “uomo di corte, calatosi nei panni dello scrittore, si fa artefice, nella dimensione letteraria, di un mondo che ha conosciuto direttamente e che però sta per disintegrarsi nell’urto demolitore con la grande storia.”

Un’altra non trascurabile differenza è rappresentata, poi, dalla lingua: Bandello, rifiutando gli utili consigli che Pietro Bembo offre ai letterati dell’epoca con le sue “Prose della volgar lingua”, usa il lombardo e non il fiorentino nel comporre la sua opera, palesemente fiero delle sue origini settentrionali.

Un’attenzione particolare meritano le lettere presenti nella raccolta, una sorta di genere letterario “intermedio”, assai prossimo alla novella, se è vero che, come si legge nel saggio in questione, “elemento costitutivo basilare della lettera, quello che ne è alla radice, è proprio l’esigenza di instaurare rapporti che non temano le distanze, è il dare notizia di sé, il raccontarsi, e quindi il presentare se stesso a qualcun altro, in modo diverso, a seconda dei casi e delle circostanze (il modo è anche legato ai diversi moduli stilistici o strutturali rintracciabili nella lettera): si tratta, in definitiva, della stessa esigenza di raccontare che è alla base delle novelle.”

Bandello, indubbiamente, non può essere considerato un semplice imitatore di Boccaccio, dal momento che ha coltivato un genere letterario che allora si stava affermando ed evolvendo, non soltanto in Italia ma in tutta Europa. E, infatti, per fare solo un paio di esempi, sarà l’ispiratore, tra gli altri, del poeta inglese George Gascoigne, e addirittura di William Shakespeare, non solo per la tragedia “Romeo e Giulietta”, ma anche per “Molto rumore per nulla” e “La dodicesima notte”.

Questo riuscitissimo saggio, che propone anche due esempi di analisi critica di novelle bandelliane, può senz’altro rappresentare una lettura interessante e utile non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per un più ampio pubblico, dal momento che l’Autore, pur nel rigore dell’analisi testuale e filologica delle fonti (l’ampia bibliografia è da considerare come un materiale davvero prezioso per gli studiosi) e dei riferimenti critici e documentali (si può spaziare dal “Cortegiano” di Baldassar Castiglione alla “Liberata” di Torquato Tasso, per citare solo due titoli popolari), non rinuncia all’uso di un linguaggio scorrevole, chiaro e accattivante, attento a cogliere sfumature e caratteri peculiari di un’intera epoca: “La dimensione cortigiana storicamente e umanamente ben connotata, che per molti aspetti emerge chiara e potente dalle dedicatorie, finisce così con l’apparire ai posteri come corrosa alla radice da una sottile vena malinconica, percorsa da una sorta di diffuso rimpianto che contribuisce da un lato a esaltarne il ricordo e dall’altro a farne un mito contraddittorio che può continuare a brillare proprio grazie alla sua luminosa e struggente vacuità.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Acri-17/01/2017: LA NEVE

 

  

LA NEVE

 

 

Nel silenzio della notte

tanti piccoli fiocchi di neve

scendono sull’asfalto della strada.

 

Gli alberi con le loro braccia nude

vengono coperti di bianco.

 

Che silenzio! Che pace!

Nessun rumore.

 

Solo essa rallegra la natura.

 

 

Anna Maria Algieri

Acri-12/01/2014:La famiglia come valore imprescindibile nel romanzo “Giacomino sulla luna” di Angelo Minerva ( di Anna Maria Algieri)

La famiglia come valore imprescindibile nel romanzo

“Giacomino sulla luna” di Angelo Minerva

 

di Anna Maria Algieri

 

Ho letto con vero piacere e interesse il romanzo “Giacomino sulla luna” di Angelo Minerva, edito da Book Sprint, che segue di pochi mesi la fortunata silloge poetica “I pesci rossi” pubblicata dalla stessa Casa Editrice, e l’ho trovato una miscela perfetta di racconto e fiaba. Si tratta, a mio parere, di una chiara e lucida riflessione sulla famiglia come gruppo di persone che interagiscono tra loro, ma nello stesso tempo sul comportamento del singolo individuo, messo di fronte a se stesso, alla propria interiorità.

L’ambientazione dei fatti narrati ci porta indietro nel tempo, negli anni Trenta del secolo scorso, nel Meridione d’Italia, quando ancora la famiglia era considerata un guscio sicuro e protettivo e riusciva a sprigionare quel calore umano che, come un balsamo salutare, attenuava i dolori dell’esistenza e rendeva possibile il superamento di ostacoli piccoli e grandi.

Cosa accade però se alla famiglia viene all’improvviso a mancare un elemento portante? Cosa succede se in una famiglia all’apparenza perfetta in realtà non c’è dialogo, ma solo incomprensione e muto rancore? Giacomino, il giovanissimo protagonista della vicenda, vive entrambe le esperienze: rimasto orfano di padre, allorché la madre sta per risposarsi, viene mandato da Salerno, dove vive, in Calabria presso la famiglia di Elisa, amica di collegio di sua madre. Si tratta di una famiglia benestante, solo in apparenza serena, infatti in essa non regnano certo il dialogo e la comprensione. Il ragazzino però è alla ricerca disperata di un padre e crede di trovarlo nel marito della donna, Alfredo, uomo rigido e chiuso, che non riesce ad esternare a nessuno i propri sentimenti, la propria rabbia, il proprio bisogno disperato di affetto.

Ed ecco che la mancanza di una reale conoscenza dell’altro, l’accumulo dei malintesi e la rinuncia al dialogo finiscono col creare un drammatico equivoco che avrà le sue tragiche conseguenze nell’epilogo della struggente storia.

I fatti sono narrati molti anni dopo da Marco, figlio maggiore di Elisa ed Alfredo, coetaneo e compagno di giochi di Giacomino, in una specie di lungo monologo interiore che ha lo scopo di risolvere un antico trauma infantile. 

Un contenuto molto delicato, particolare e complesso, quindi, quello del romanzo “Giacomino sulla luna” e per questo motivo ho voluto fare delle precise domande all’autore, che ho contattato telefonicamente.

Oggi l’uomo si può sentire solo nella società del  benessere?

L’uomo è sempre solo. Lo è stato in passato, lo è nel presente, nonostante gli strumenti di comunicazione di massa e per ultimi quelli informatici, e lo sarà ancora nel futuro. Intendo dire solo con se stesso, con i suoi pensieri, col proprio mondo interiore in cui si collocano i desideri, i sogni, le aspirazioni, ma anche le insoddisfazioni, i disagi, i traumi; condividerli è molto rischioso, perché ciò comporta un’apertura che rende indifesi e fragili di fronte al giudizio altrui. E poi non è mai stato facile comunicare ad altri la propria interiorità, la propria autenticità: la letteratura ed anche il cinema sono pieni di opere che trattano proprio il tema dell’incomunicabilità. Nel mio romanzo ho voluto mettere in risalto, tra le altre cose, anche questo aspetto cruciale dell’esistenza: la necessità di comunicare e al tempo stesso la difficoltà che spesso ciò comporta.

 

Sono cambiati i ruoli nell’ambito familiare nella società moderna?

In buona parte credo proprio di sì! I genitori, che sono di solito impegnati nel loro lavoro, o comunque intenti a risolvere i mille e gravi problemi della quotidianità, hanno perso autorevolezza nei confronti dei figli e concedono loro troppo in termini di libertà, spesso proprio per evitare di rapportarsi con loro nell’età più critica, quella adolescenziale. La maggior parte dei padri e delle madri non è preparata a svolgere un ruolo educativo efficace né ad offrire un modello valido a cui il giovane possa rifarsi. Mancano i divieti e soprattutto un atteggiamento coerente nei confronti della prole. Ed è ovvio che un simile comportamento, fuorviante e altamente diseducativo, finisca col ripercuotersi e gravare anche sulle dinamiche esterne alla famiglia, ad esempio, sull’esperienza scolastica.

 

Ci si può sentire vittime del proprio comportamento?

Oggi più che in passato si è vittime della fretta, della superficialità, la propria e quella degli altri. Ritengo che l’esistenza di ognuno, in buona parte, sia costituita dalla somma delle azioni, giuste e sbagliate, compiute nel corso degli anni. Si è sempre responsabili del proprio comportamento, quindi assumere atteggiamenti vittimistici è la cosa peggiore che si possa fare oltre che inutile e controproducente. Più che sentirsi vittime, quindi, direi che bisognerebbe sentirsi responsabili e cercare di rimediare agli errori, se si è in tempo, altrimenti cambiare decisamente modo di fare!

 

A volte esageriamo con i nostri silenzi?

Il silenzio non dovrebbe essere la prassi, dovrebbe servire alla riflessione, alla preghiera, alla cura dello spirito; dico questo perché penso che il silenzio non faciliti i rapporti umani, né aiuti a crearli, tanto meno a mantenerli vivi. Il silenzio di solito indica un’assenza, un disinteresse, un rifiuto del dialogo, una forma di esclusione o di autoesclusione. Certo a volte è preferibile al vociare indistinto, volgare e alle banalità a cui ci hanno abituato i mass-media.

 

Quale suggerimento dare a chi continua a credere nella famiglia?

Ritengo che la famiglia sia un dato imprescindibile della comunità umana e che sia necessaria alla società; è la cellula che la compone, le dà unità e compattezza. Quindi bisognerebbe continuare a credere in essa al di là di ogni altra considerazione. Naturalmente anche la famiglia è destinata a cambiare e spesso ci rendiamo conto che i cambiamenti non sono sempre positivi, però proprio chi  crede ancora in questa istituzione deve fare di tutto perché essa continui a svolgere la propria basilare funzione educativa. La vicenda di Giacomino, il giovanissimo protagonista del mio romanzo, vuol essere emblematica di quanto una famiglia “malata” di rancori, colpevoli silenzi e pregiudizi possa nuocere a chi in essa vive e  in essa dovrebbe crescere e formarsi nel migliore dei modi. Tutto questo lo spiega molto bene Paola Ancarani nella splendida Prefazione che ha scritto per il mio libro. Una famiglia che non accoglie, che non dà sicurezza, che non discute le scelte e che non si pone delle regole non fa che danneggiare e umiliare la componente più indifesa, cioè i figli, e trasmettere loro un’idea sbagliata dei rapporti umani e, in definitiva, dell’affettività.

 

Acri-12/01/2017:“SUL FIL D’UN SOFFIO ETESIO…” CON PASQUALE ALLEGRO ALLA SCOPERTA DELLE SUE “COLLEZIONI DI CIELO” (di Angelo Minerva)

“SUL FIL D’UN SOFFIO ETESIO…” CON PASQUALE ALLEGRO

ALLA SCOPERTA DELLE SUE “COLLEZIONI DI CIELO”

 

di Angelo Minerva

 

La prosa, leggera e densa al tempo stesso, preziosa, frammentata eppure fluidissima, che caratterizza l’opera prima di Pasquale Allegro, mi porta a pensare all’aria di Nannetta “Sul fil d’un soffio etesio” del “Falstaff” di Verdi. Pacatezza e sospensione, uniformità della tensione narrativa, concentrazione ed essenzialità dei contenuti, trama minimalista, tessuto del racconto in perfetto equilibrio tra monologo interiore e flusso di coscienza, virtuosismo letterario tenuto a freno, tutt’al più appena accennato: sono queste le caratteristiche salienti di “Collezioni di cielo” (Gigliotti Editore), un commosso e commovente tributo ai sentimenti, uno sprazzo di luce teso a illuminare spazi reconditi della mente e del cuore di solito celati agli altri, perché facile indizio di fragilità e soprattutto spia di una disarmata sensibilità.

Si tratta di voci tutte interiori che parlano, sommesse e pudiche, alla coscienza di ogni essere umano costretto a interrogarsi sulla propria condizione, a prendere delle decisioni per il suo domani, per quello dei propri cari, a rapportarsi con la persona amata, a specchiarsi nei suoi occhi nella speranza di comprenderne l’essenza più vera e di alleviarne le sofferenze e i disagi. In un mondo spesso disumano e crudele, in cui i legami affettivi autentici sono tenuti in vita quasi esclusivamente da atti di dedizione, mutuo soccorso e sostegno, la pur lecita ricerca dell’affermazione professionale non può che generare sensi di colpa e persistenti stati di malinconia, e la lontananza forzata non può che essere vissuta come esilio, sradicamento e carcere: la direzione dell’itinerario è tanto scontata quanto amara e va dal Sud al Nord dell’Italia, dalla Calabria a Milano, per poi spostarsi ancora più lontano, sui martoriati scenari di guerra orientali, che marchiano a fuoco non solo le pagine del giovane reporter, ma anche e soprattutto quelle più eteree eppure indelebili dell’anima.

La catarsi, a questo punto urgente e necessaria, che sembra avvenire senza clamore col ritorno alla quiete familiare, non può che essere operata dalla scrittura di quelle e di altre ancor più pregresse esperienze, o meglio dalla luminosità della primavera meridionale, anch’essa suggestivamente impressa sui fogli, che sembra avere il potere magico di placare l’animo, e in ultima analisi dal cielo stesso che, dopo aver osservato ogni cosa, ogni accadimento, come un testimone muto e paziente, finalmente si rischiara. Una storia antica e moderna, quella narrata in questo libro, che rifugge, però, dal classico lieto fine, dal momento che la ritrovata serenità può poggiare esclusivamente sull’evanescenza del cielo che, se tutto contiene, tutto osserva, protegge e abbraccia, ha pure come peculiare caratteristica l’incorporeità, l’inconsistenza delle nuvole e la loro proverbiale mutevolezza. 

Di ciò vi è piena coscienza nel testo: per questo detto e non detto si fondono mirabilmente, la luce e l’ombra mostrano le loro ferite, squarci di cielo che rispecchiano i sussulti del cuore, e la stessa coscienza della precarietà del vivere diventa canto e, a tratti, quasi elegia.

La possibilità di fermare sulla carta ricordi, voci, sensazioni e sentimenti non ha nulla a che fare con l’ansia di eternare se stesso e la propria opera: diventa qui legame con l’esistenza, percezione preziosa del suo arcano fascino. Ed è anche voglia di guarire – se possibile – dalle proprie debolezze o, quanto meno, di esorcizzarle per un più quieto vivere. Ben lungi dal sentimentalismo o da cifre personalistiche e intimiste, la scrittura di Pasquale Allegro si fa riflessione profonda e stimolo di crescita, ansia di elevazione e di umano perfezionamento. Così, come per le fate della già citata aria verdiana, in “Collezioni di cielo” la magia sta tutta nelle parole, nella loro particolare collocazione e nel loro sapiente uso, nell’intento pienamente raggiunto di farle diventare espressione chiara e sonora dei sentimenti, anche di quelli più sfumati e inafferrabili.

Non a caso il piccolo giardino casalingo, descritto nel romanzo, si fa, nella proiezione letteraria, spazio privilegiato dei sentimenti e delle impressioni, metafora della vita e dei suoi valori che devono essere pazientemente coltivati e protetti in nome di un sentire più alto e umanamente nobile. Lo scopo dell’autore di far scoprire ai lettori riflessi preziosi e suggestivi del suo “cielo” interiore è raggiunto: un mondo prende magicamente corpo nelle pagine grazie allo straordinario potere conferito dall’arte alle parole. Ed è proprio questo il prodigio che Nannetta auspica con gli ispirati e bellissimi versi della sua aria: “Coi gigli e le viole / scriviam de’ nomi arcani, / dalle fatate mani / germoglino parole, / parole alluminate / di puro argento e d’or, / carmi e malie.”

    

Acri-06/11/2016:ANNA MARIA ALGIERI, LUCE DI SOGNI Antologia poetica essenziale, Carta e Penna Editore, Stampato da Universal Book Srl Rende (Cs) luglio 2016 ( a cura di EUGENIO MARIA GALLO)

ANNA MARIA ALGIERI, LUCE DI SOGNI Antologia poetica essenziale, Carta e Penna Editore, Stampato da Universal Book Srl Rende (Cs) luglio 2016

                      a cura di EUGENIO MARIA GALLO

 

Mi è capitato altre volte di recensire Anna Maria Algieri e l’ho fatto anche con piacere perché, nella sua poesia, ho avuto modo di incontrare le emozioni di un’anima sensibile e aperta al bello. Anna Maria Algieri scrive da tempo, me la ricordo vincitrice proprio qui ad Acri, negli anni ottanta, del Premio “Vincenzo Padula” per la poesia edita, in un concorso bandito dal Centro Culturale Amicizia. Scrive da tempo e, con i propri scritti, regala emozioni ai propri lettori. Il suo cammino poetico è lungo e si snoda, in questa antologia essenziale, attraverso una silloge di alcune delle sue raccolte. Per lei, la poesia è importante, è una possibilità privilegiata di comunicazione. Nella poesia essa si incontra, infatti, con se stessa, ma anche con i propri lettori, cui offre le divagazioni della propria vis creativa. La sua poetica è la poetica delle emozioni, la poetica che disegna, nei versi, le immagini dei suoi stati d’animo, dei riflessi interiorizzati del proprio vissuto. E’ la poetica delle voci e dei sospiri, mi piace dire sintetizzando la sua essenza creativa. Il suo canto, infatti, è evocazione di voci che salgono dal profondo e si esprimono in parole che hanno il gusto tenue di dolci sospiri, che si sciolgono in immagini fluide come i moti del cuore. Il poeta, per lei, è colui che naviga fra le voci e i sospiri ed essa lo dice molto bene: “Viaggiatore clandestino, esploratore / del futuro, navighi per oceani sconosciuti / e deserti sterminati. / Porti intonazioni di canti sperduti / di gioia e di amori” (cfr. Al poeta, da Oasi, p. 37). Quanta vaghezza e quanto fascino in questi versi, proprio la vaghezza ed il fascino della poesia. C’è, nei versi di Anna Maria Algieri, un coro di voci e di sospiri che, insieme, costituiscono una specie di summa del suo canto, un segno chiaro delle coordinate essenziali dei suoi sentimenti e del suo punto privilegiato di osservazione e di partecipazione alla vita. Questo punto privilegiato è l’orizzonte di un’anima libera. Da questo orizzonte, appunto, essa guarda e da esso trae il messaggio, che offre ai propri lettori e che si sintetizza in un sentimento di sofferta contestazione di ogni forma di pregiudizi e di pseudo giudizi. Essa contesta quel gratuito bisogno di “giudicare” che si annida in chi è sempre pronto a stigmatizzare e a condannare il comportamento degli altri. Quella di Anna Maria Algieri è un’anima libera e desiderosa di libertà, un’anima che, contestando non grida ma, per la propria delicatezza, si esprime pacatamente quasi sospirando (per questo parlo di poetica di voci e di sospiri). In merito, c’è una sua poesia che è un po’ un elemento paradigmatico: “Vecchie case poggiate su rocce. / Giù nel corso la piazza / dove i giovani cercano certezze. / Vi si trova il tribunale fantasma / fatto di tanti giudici spietati / di pochi impotenti avvocati. / Invano si spera di essere assolti, / ma la giustizia non c’è / per i condannati” (cfr. Tribunale fantasma p. 16, poesia tratta da Guscio di sogni). Sono versi emblematici questi di Anna Maria Algieri, versi che mettono a fuoco la triste realtà della piazza, dove agisce il tribunale dei soliti benpensanti e dei soliti perbenisti sempre pronti a giudicare gli altri, sempre pronti a stigmatizzarne il comportamento, sempre pronti a guardare la pagliuzza presente negli occhi degli altri e mai disposti a vedere la trave che è nei propri. Certo, la poetessa non può accettare questa grave realtà e si ribella, ma lo fa con un sospiro del cuore che, nel condannare i “tanti giudici spietati”, soffre e sospira per una correttezza umana che non c’è. Emblematici questi versi che, in fondo, danno contezza della carica dei sentimenti, che si agitano nel suo cuore e che essa esprime sussurrando parole, che delineano immagini e suggeriscono moti del cuore, fra pause di eloquenti silenzi. Sono versi che danno, un pò, il taglio della sua poesia, una poesia che ha la propria Musa in una sincera solidarietà per la persona offesa e in un forte senso d’amore per l’altro. In quest’ottica si muovono e si svolgono le coordinate del canto di Anna Maria Algieri, che sono anche le coordinate del suo mondo. Ecco allora apparire, nei versi, il sentimento dell’amore che abita il suo cuore e preme per uscire, mentre essa cerca di evocarlo con la forza della parola. “Aspetto che il giorno passi / – canta A. M. Algieri – per dirti che ti amo / (…) / Ma in amore non c’è misura di tempo / (…) / I giorni fuggono, dal domani / che in un lampo diventa oggi. / Il tempo si ferma al nostro incontro / nell’attesa di dirti ti amo” (cfr. Aspettandoti, da L’Illusa speranza, p. 10). Ed il tempo corre e solo la possibilità d’un incontro con la persona cara può fermarlo. L’attesa dell’incontro, però, è lunga, come l’attesa dell’attimo in cui poter dire “ti amo”. E quell’attesa silenziosa si carica di tanti sospiri in cui si rifugiano le voci che sfuggono al cuore. L’amore, in A. M. Algieri, è anche amore per le piccole- grandi cose della propria vita, ad esempio la propria stanza che si fa, nel canto, essenza stessa dell’abitare il tempo, espressione di voci e di silenzi in cui la poetessa vince la propria solitudine ed incontra se stessa. E poi l’amore è sogno ed inquietudine della notte, è ritorno alla madre e al padre. Belli i versi dedicati alla madre: “La mamma non ha età, / – canta la poetessa – ha solo profumo d’amore, / sorriso di speranza: / àncora sicura” (cfr. La Mamma, da La Voce del cuore, p. 60). Sì, è vero, la mamma è un punto fermo, è fonte di speranza, è “profumo d’amore” e questo profumo A. M. Algieri sembra avvertirlo come un’emotiva risonanza del cuore. Belli i versi per il padre, in cui essa esprime la propria gratitudine per il suo amore e per gli insegnamenti che l’hanno resa forte e sicura. Delicati e fortemente significativi i versi del canto intitolato “Figlio”, versi in cui appare, in tutta la propria bellezza, il suo messaggio d’amore. Quanta delicata sofferenza in quel riconoscere che “la vita è amara”, quanta affabile sensibilità e quanta dolce premura nell’invitare questo ideale ragazzo a coltivare i “sogni” e le “speranze”, in cui trovare la forza della vita. Ma l’amore è anche ritorno al paese così com’era un tempo, così come è rimasto intatto nel suo cuore: “Un passato di ricordi / – essa canta – e di esperienze! / (…) / Vecchie case consumate, / e la gioia di ritrovarsi uniti” (cfr. Paese, da Ricordi, p. 24). E in questo ritorno vive anche il suo ritorno al passato in tutte le sue manifestazioni, espressioni e suggestioni, un passato che le sussurra dentro come un sospiro, come un momento di vita che riprende a correre fra le persone, i vicoli, le case, i negozi, i giovani ed i sentimenti d’un tempo, come nei versi d’U Casalicchiu. Poi, l’amore si fa fede e si scioglie in versi in cui il canto diventa più dolce, la parola si fa più delicata e sale dal cuore sempre più come un lieve sospiro, come una candida preghiera: “Signore aiutami a non vivere / nell’odio e nella menzogna / (…) / Fa che il mio cuore / possa spandere amore / e luce a chi ha bisogno / Accresci in me la gioia / (…) / della tua serenità” (cfr. Invocazione, da Voci dell’anima, p. 52). Sono versi dolci, tenui sospiri di una preghiera in cui A. M. Algieri cerca la serenità, ma esprime anche il desiderio ed il bisogno di poter vivere il proprio amore in funzione degli altri, soprattutto dei più bisognosi. E poi ancora una preghiera a Gesù: “Ascoltami Gesù! / Sono sola e ti chiedo aiuto. / Salva la mia anima / dall’ingordigia e dall’odio. / Saziami del tuo amore ed / effondi la tua gioia / nel mio cuore” (cfr. A Gesù, da Voci dell’anima, p. 53). Ed è qui il senso vero della sua fede, in questo suo sentirsi nulla di fronte a Cristo e in questo suo bisogno di chiedere aiuto perché diventi in toto una vera espressione dell’amore divino. E ancora la preghiera alla Madonna: “Grazie Maria, Mamma celeste, / proteggimi e guidami / sulla retta via del bene. / Diffondi le tue grazie / a chi è rimasto solo in vita. / Sii il sostegno e la pace del mondo”(cfr. Mamma celeste, da Voci dell’anima, p. 54). Torna il sentimento della solitudine, in questi versi, ma è la fede a vincerlo. Nella fede espressa in questi versi, l’amore tocca il sublime e si fa gharis, cioè benevolenza, bisogno di chiedere non solo per sè, ma anche e soprattutto per gli altri. E l’amore, nella propria virtuosa misura, per A. M. Algieri, ha per dimensione un’oasi: “Madre, sarà per te / costruita l’oasi dell’amore / formata da tanti fratelli / (…) / Nell’oasi d’amore / regnerà il giardino dell’amore (cfr. Oasi d’amore, da Oasi, p. 31). L’amore, infine, si fa attenzione per la solitudine dell’anziano, si fa sguardo per la donna ancora in cammino per la propria libertà, per la donna che, per le proprie virtuose qualità,  fa della vita una sintesi di “amore perfetto”. Belli e teneri, questi versi rendono merito alla donna e ne fanno il paradigma dell’amore che è nella vita. E’ questa la poesia di A. M. Algieri, una poesia che vede la vita nei suoi umori e soprattutto nell’amore e la coglie negli intimi meandri del cuore per esprimerla in immagini ricche di sfumature e in versi immediatamente comunicativi che sollecitano ad andare oltre la realtà fenomenica per incontrare e abbracciare l’essenza intima della vita.

 Eugenio Maria Gallo