Trebisacce-24/08/2025: Rubrica storico-letteraria a cura di Salvatore La Moglie

Rubrica storico-letteraria a cura di Salvatore La Moglie

Qui di seguito viene pubblicato il “sesto capitolo” del saggio di Salvatore La Moglie “Che cos’è la Divina Commedia” edito dalla casa editrice  Setteponti di Arezzo nel 2022.

Insomma, Dante è stato un grande, straordinario sperimentalista, moderno e innovativo, da avanguardia, non solo nell’ideazione della Commedia ma anche nel genere poesia come pochi altri. Basti pensare alla scuola poetica del Dolce Stil Novo, iniziata da Guido Guinizzelli (o Guinizelli) e continuata soprattutto dal cenacolo toscano e cioè, appunto, da quella élite intellettuale costituita da Dante, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Dino Frescobaldi, Cino da Pistoia, Gianni Alfani. Lo Stilnovo fu un vero e proprio movimento letterario d’avanguardia, che si distingueva dalle precedenti  scuole poetiche appunto per la carica innovativa, per il modo assolutamente nuovo di fare poesia e di trattare il tema dell’amore e della donna. I più innovativi furono Dante e il suo amico Guido Cavalcanti e, ancora oggi, la critica letteraria discute su chi sia stato più grande e innovativo dei due nell’ambito dello stilnovismo. Che Dante fosse innovativo nel suo modo di fare poesia ne era fieramente consapevole e, infatti, ecco come spiega al guittoniano Bonagiunta Orbicciani da Lucca, nel canto XXIV del Purgatorio, la differenza fondamentale (il nodo) tra lo Stilnovo e il modo di fare poesia delle scuole poetiche precedenti, sia quella Siciliana con Jacopo  da Lentini (inventore del sonetto) che quella facente capo a Guittone d’Arezzo: I’ mi son un che, quando amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando. Dante è talvolta stilnovista anche nella Commedia, solo che qui la sua poesia diventa romanzo, una prosa mai disgiunta dal lirismo e, anzi, da tantissimi momenti lirici in cui a dominare sono le vette del sublime e dell’ineffabile. Soprattutto grazie a questo  immortale romanzo, Dante è un classico praticamente da sette secoli, e Boccaccio è stato il primo a comprendere la classicità del Sommo Poeta, che aveva e avrebbe avuto molto da dire e da dare ai suoi contemporanei, poi a quelli che sono venuti nei successivi secoli e ancora a quelli che verranno nei secoli a venire. Non è un caso che il Divino Poeta abbia sempre  avuto, in genere, una grande fortuna in ognuno dei sette secoli che si sono succeduti dopo la sua morte (soprattutto nell’800 e nel ‘900) e che sempre  enorme è stata la sua influenza negli scrittori e nei poeti di ieri come di oggi e crediamo pure di domani, e non solo del nostro paese. Valga   per tutti l’esempio dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, dove si dà voce e si fanno parlare i morti dalle loro tombe e, questa, è un’ulteriore dimostrazione dell’universalità di Dante. Aveva ragione il già citato Eliot quando affermava che egli è il più universale dei poeti di lingua moderna e, infatti, negli ultimi vent’anni, è stato anche interpretato da famosi cantanti e cantautori che hanno messo in musica e cantato i versi, gli episodi o i personaggi più celebri della Divina Commedia (cosa, questa, che a lui sarebbe piaciuta tantissimo): Fabrizio De Andrè,  Jovanotti, Antonello Venditti, Luciano Ligabue, Gianna Nannini, Angelo Branduardi, Franco Battiato, Francesco De Gregori,  Michele Salvemini, in arte Caparezza, Murubutu, Claver Gold, ecc. Pertanto, la Commedia può certamente essere definita come un libro-mondo, anzi il libro-mondo per eccellenza e Dante appare un autore sempre più vicino a noi e non lontano, piuttosto moderno che non antico e superato. La sua modernità si può cogliere anche nel modo in cui tratta le donne nella Commedia: con delicatezza, lasciandole parlare e raccontare anche brevemente le loro vite, farsi le loro ragioni fino a far dire la loro verità sui colpevoli del loro destino di dolore e di morte pur soltanto con le cose non dette  (come fa, per es., con Pia de’ Tolomei e Piccarda Donati) oppure facendo una vera e propria intervista sulla vita, sull’amore e sulla morte come nel caso di Francesca da Rimini condannata come lussuriosa, per aver sottomesso la ragione al piacere, lui che pure da giovane si era lasciato andare contro la costantia de la ragione e che, adesso che sta rivedendo la propria vita e le colpe dell’umanità che rappresenta, corregge la rotta e condanna Francesca e se stesso come peccatori e, nel farlo, è tanto commosso, impietosito, interiormente turbato e agitato (forse anche perchè è stato un po’ troppo severo con quella ragazza che difende il suo amore con versi da Stilnovo), tanto turbato, insomma, da svenire e cadere per terra come cade un corpo senza vita. E quel cadere per terra appare a noi come atteggiamento giustificatore e assolutore e dimentichiamo la condanna…

Infine, un altro segno della modernità di Dante lo possiamo rintracciare nel XXIX dell’Inferno laddove si parla del suo congiunto Geri del Bello, un cugino di primo grado del padre di Dante, condannato come seminatore di discordie (ma pare fosse anche un falsario) nella nona bolgia dell’ottavo cerchio: sembra che Geri fosse un uomo alquanto violento, un attaccabrighe facile alla rissa e che, un giorno, venne assassinato da un certo tal Brodaio della famiglia dei Sacchetti; la sua morte violenta attendeva ancora di essere vendicata da un suo familiare, perché all’epoca vigeva una sorta di legge, non scritta ma che di fatto, per consuetudine, era applicata e praticamente istituzionalizzata  e ammessa dagli stessi statuti comunali: una legge che prevedeva la vendetta privata, cioè la faida familiare. Nel passo su Geri, si comprende bene che, pur se turbato dalla vista dell’indignato e minaccioso parente che chiede di essere vendicato, Dante non riesce ad avallare un “istituto” medievale così barbarico e incivile come la vendetta privata. Per il suo forte sentire, per la sua superiore cultura, per la sua alta moralità e umanità, nonchè per la sua elevata concezione religiosa cristiana e anche civile, il Poeta della Rettitudine non poteva certo avallare e far proprio qualcosa di così violento, spietato e abietto come il diritto alla rappresaglia, alla vendetta per cui, con il sangue versato, si lavava l’onore di una famiglia. Dante riesce a comprendere l’esigenza di giustizia per il parente offeso ma non lo spirito di vendetta che genera una spirale di violenza e di sangue, che può rivelarsi inarrestabile. Può comprendere, provare compassione, pietà ma non condividere, anche perché, per un credente come lui, è solo Dio che può rendere giustizia.  Questa sua presa di distanza da tale barbarico “istituto” (che era di derivazione germanica) la si coglie proprio nelle parole messe in bocca  a Virgilio, quando invita Dante a lasciar stare il suo consanguineo, a pensare ad altro e non più di tanto al suo minaccioso e indignato additare: sì alla pietà ma lui resti lì tra i dannati dell’Inferno! Pertanto, Dante si rivela, anche questa volta, più uomo della Modernità che non del Medioevo.

La Comedìa (poi divina per felice intuizione di Giovanni Boccaccio, che fu   anche tra i primissimi esegeti e pubblico lettore del capolavoro dantesco, di cui intuì pienamente la grandezza e la modernità) è un poema allegorico-didascalico che si presenta come un trattato, una summa, una sintesi del sapere, dello scibile umano dai tempi più remoti fino a quelli del Poeta. Commedia (canto del festino) e non tragedia (canto del capro) perché   la commedia inizia in maniera drammatica e finisce con il lieto fine; allegorico perché la Commedia è una continua allegoria, tutto o quasi tutto è simbolo di qualcosa o di qualcuno (l’allegoria, per Dante, è una  veritade ascosa sotto bella menzogna, una verità nascosta sotto una bella metafora; secondo Charles S. Singleton Dante utilizza l’allegoria dei teologi, quella propria delle Sacre Scritture); didascalico (o didattico) in quanto vi è – anch’essa continua – la tensione-ossessione di Dante al pedagogismo, all’insegnamento soprattutto morale e spirituale. La prima edizione a stampa è del 1472 mentre è nel 1555 che appare l’aggettivo divina nell’edizione veneziana a cura di  Ludovico Dolce. Oltre 800 sono i codici, i manoscritti dell’opera, molti dei quali arricchiti da preziose miniature. Purtroppo, non è stato rintracciato nessun testo autografo del capolavoro come pure delle altre opere e, del resto, le stesse notizie su Dante e sulle sue opere non risultano precise, e i dantisti di tutti i tempi hanno dovuto molto faticare, non solo per commentare e decifrare i suoi versi spesso difficilissimi e da supplizio mentale, ma anche per stabilire e mettere a punto ora questo e ora quest’altro, scervellarsi ora su questo problema e poi su un altro, tanta è la complessità della Commedia e della figura di Dante.

La narrazione dantesca è costituita di tre cantiche – Inferno, Purgatorio e Paradiso – e ogni cantica è composta di 33 canti (ogni canto, in media, è composto da 102,33 versi): solo l’Inferno ne ha uno in più che  fa da proemio a tutta l’opera. Come si può notare il numero 3 (con i suoi multipli)  è il numero caro al Divino Poeta e non poteva essere diversamente visto che 3 è sinonimo della Trinità, di Dio uno e trino. Ma anche il 10 e il  7 sono importanti e perfetti nella numerologia dantesca (in cui si avverte una certa influenza del pitagorismo, anche di quello più arcano, occulto ed esoterico): 10, per es., sono i Comandamenti, 7 sono i vizi capitali, 7 sono le virtù fondamentali per i cristiani (3 teologali e 4 cardinali) e 100 sono tutti i canti quasi come a confermare la perfezione del Creato e il Poema Sacro in perfetta sintonia e uniformità con l’ordine universale voluto da Dio. Il tipo di versificazione utilizzata da Dante è l’endecasillabo (da lui definito superbissimum carmen), cioè il verso di undici sillabe, perfettamente a rima incatenata (ABA-BCB); e, così, si possono leggere migliaia di terzine (in totale sono 4.711 e anche qui il 3 la fa da padrone) la cui perfezione e bellezza restano  ineguagliate. I versi del poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra (Par., XXV) assommano, infatti, a ben 14.233, di cui 4.720 sono per l’Inferno, 4.775 per il Purgatorio e 4.758 per il Paradiso. Secondo un conteggio, le parole sono complessivamente 99.542, di cui 33.444 nell’Inferno, 32.379 nel Purgatorio e 32.719 nel Paradiso. Quali sono state le fonti di Dante, quali modelli di Aldilà ha avuto per la costruzione del suo mondo ultraterreno, organizzato in base al sistema geocentrico, ovvero in base alla concezione aristotelico-tolemaica del mondo? Tantissimi. Prima di lui c’erano i modelli di Oltremondo classico, quelli di Omero e di Virgilio, per non parlare dell’intera Bibbia; poi, nel Medioevo, ci sono stati  il Libro delle tre scritture di Bonvesin de (o da) la Riva, la La Gerusalemme celeste (De Jerusalem celesti) e la Babilonia città infernale (De Babilonia civitate infernali) di Giacomino da Verona e, certamente, Dante conosceva anche l’Itinerarium  mentis in deum (il Viaggio della  mente verso Dio) di San Bonaventura da Bagnoregio. Si è tanto discusso e tuttora si discute in merito all’influenza che avrebbe avuto, fino all’accusa di plagio, l’Oltremondo e le stesse pene descritte nel viaggio di Maometto, il padre dell’Islam, nel Libro della Scala (Liber Scalae). Importanti sono gli studi di Maria Corti, secondo la quale, a farla breve, Dante avrebbe molto saccheggiato, molto mutuato dal famoso testo arabo in quanto le analogie sarebbero più di una; ma se anche Dante avesse copiato dal testo islamico, va sottolineato che la sua genialità ha saputo rendere tutto assolutamente originale proprio come il Foscolo riusciva a rendere originali, personali, sue le cose che mutuava dai suoi amati poeti della classicità greca e latina. Del resto, se anche questa influenza ci fosse e Dante avesse tratto in qualche modo, qua e là, ispirazione dalla fonte islamica, ebbene sarebbe un’ulteriore dimostrazione di quanto il Sommo Poeta fosse moderno e universale, di ampie vedute, aperto alle culture di altri paesi, aperto all’osmosi, allo scambio culturale, delle conoscenze, pronto ad accogliere nella sua arte anche il pensiero e la visione altrui invece di remare e rimare nei limiti stretti della propria regione e, quindi, di essere un intellettuale aperto al confronto e non allo scontro con le altre culture, con le altre civiltà, con mondi diversi, pronto a cogliere le novità provenienti dagli altri scrittori e dalle altre opere e, insomma, un intellettuale di dimensione internazionale, che non se ne resta chiuso a coltivare il proprio orticello.