Trebisacce-15/11/2025: Rubrica storico-letteraria a cura di Salvatore La Moglie Qui di seguito viene pubblicato il “nono capitolo” del saggio di Salvatore La Moglie “Che cos’è la Divina Commedia” edito dalla casa editrice Setteponti di Arezzo nel 2022.

Rubrica storico-letteraria a cura di Salvatore La Moglie
Qui di seguito viene pubblicato il “nono capitolo” del saggio di Salvatore La Moglie “Che cos’è la Divina Commedia” edito dalla casa editrice Setteponti di Arezzo nel 2022.
Dunque, fissiamo definitivamente i punti fermi in Dante e nella Commedia:
1) La Felicità: insieme alla Giustizia, alla Verità e alla Libertà, la Felicità è uno dei grandi temi-ossessioni-chiodi-fissi di Dante non solo lungo tutta la Commedia ma lungo tutta la sua vita: forse quello da cui tutto è partito e che implica tutti gli altri e a tutti gli altri strettamente legato a filo doppio. Perché siamo infelici e perchè la felicità sulla Terra è impossibile? E se siamo infelici come uomini, come corpi, come saremo come anime? E che fine farà la nostra povera anima uscita fuori dal nostro povero corpo mortale? Quale sarà, escatologicamente, il nostro destino e quello della nostra anima? Credo che Dante si sia posto questi interrogativi durante tutta la vita e che se lo sia chiesto nelle sue poesie e nella Vita Nuova, oltre che nel Convivio e nella Monarchia. E soprattutto per questo ha scritto il Poema Sacro. In verità, gli uomini politici saggi e di alto livello morale, quelli che non vedono il Potere soltanto come mezzo per raggiungere i propri fini e il proprio meschino interesse personale, dovrebbero porsi per prima cosa la domanda: il popolo, i governati, i cittadini e, insomma, gli uomini di una collettività, grande come piccola, sono felici? E se non lo sono, cosa li può rendere felici? E, io, cosa posso e devo fare per renderli felici?… Tutte domande che forse soltanto pochissimi uomini del Potere si sono posti nel corso di millenni e anche oggi, nel XXI secolo, forse soltanto in due o tre se lo pongono… Il problema felicità non rientra nella loro visione delle cose… Eppure è domanda fondamentale e Dante ne era convintissimo perché se i popoli, i cittadini, i governati sono felici tutto funziona meglio e le società in cui viviamo sarebbero ben ordinate e finirebbero per rispecchiare quell’ordine divino così giusto e pacifico, così pieno d’amore e senza più cattiveria, così perfetto e armonioso da rendere tutti felici e gioiosi che Dante riesce a vedere realizzato soltanto nel Paradiso, nella Casa di Dio, perchè, sulla Terra, gli uomini non sono capaci di costruirlo, tanto sono impegnati a fare il male e a farsi del male l’un l’altro fino ad arrivare al delitto, alle stragi e alle guerre. A condurre Dante alla felicità del Paradiso, fino alla visione di Dio, che è sommo Bene e somma Felicità, è (non a caso…) l’allegorica Beatrice (“colei che rende felici”) e, quindi, alla fin fine, la Felicità (se non terrena, almeno celeste) è Beatrice. Probabilmente, quando Dante l’ha vista la prima volta (e a maggior ragione la seconda), avrà pensato che quella bellissima, meravigliosa e sublime creatura non era altro che la personificazione, l’incarnazione della Felicità, la Felicità fatta persona, e avrà pensato e, magari anche detto a se stesso, ad alta voce: Ecco, è lei la Felicità! La Felicità si chiama Beatrice!…
2) Il più grande male e peccato che affligge l’uomo e l’umanità è l’avarizia o cupidigia di beni materiali, terreni, di ricchezze, potere, influenza, privilegi, onori, gloria e simili. Gli altri mali, strettamente legati all’avarizia, sono l’arroganza, la prepotenza, la violenza, la superbia, l’invidia, la fraudolenza, l’inganno, la menzogna, la lussuria e ogni altra forma di corruzione per cui l’uomo smarrisce la diritta via e finisce per ritrovarsi nella selva oscura del peccato e della perdizione, della corruzione e della degenerazione morale e spirituale, sia individuale che collettiva, con tutti i guasti nel tessuto socio-politico che Dante vedeva con i suoi occhi, poteva toccare con mano e che aveva sperimentato sulla propria pelle. A Dante certamente piacerebbero le parole che papa Francesco (il papa comunista…) va ripetendo contro la sete di denaro e di potere degli uomini con grave danno per le società e il mondo intero; basta citare soltanto quel che ha detto il 6 febbraio del 2017 per la Quaresima: L’avidità del denaro è la radice di tutti i mali. Il denaro può arrivare a dominarci, così da diventare un idolo tirannico. Invece di essere uno strumento al nostro servizio per compiere il bene ed esercitare la solidarietà con gli altri, il denaro può asservire noi e il mondo intero a una logica egoistica che non lascia spazio all’amore e ostacola la pace. L’uomo ricco si veste come se fosse un re, simula il portamento di un dio, dimenticando di essere semplicemente un mortale. Per l’uomo corrotto dall’amore per le ricchezze non esiste altro che il proprio io, e per questo le persone che lo circondano non entrano nel suo sguardo. Il frutto dell’attaccamento al denaro è dunque una sorta di cecità: il ricco non vede il povero affamato, piagato e prostrato nella sua umiliazione.
3) La Storia, la Politica e l’Etica (e, quindi, la morale, il nostro comportamento, il nostro senso di responsabilità e, insomma, la nostra coscienza), per Dante, sono fondamentali per la sua dottrina politica, per la sua poetica e per la sua analisi dei fatti sia passati che più recenti e anche contemporanei e, pertanto, la Storia e la Politica sono tra i principali protagonisti della Commedia. La Storia intesa anche come insieme dei fatti e delle vicende umane viste in relazione al piano provvidenziale di Dio, al suo imperscrutabile disegno, progetto escatologico per l’umanità (visione provvidenzialistica della Storia) è onnipresente nella Commedia e, in questa visione, in questa filosofia della storia di Dante, si inseriscono le numerose profezie, quella del Veltro (poi ripresa nel Purgatorio con il cinquecento diece e cinque, ovvero un DVX, un Duce, una guida, un imperatore-salvatore dell’umanità deviata e, dunque, di nuovo l’allegoria del Veltro) come pure altre ancora più difficili da decrittare, da decifrare. Allo stesso modo, la Politica, la Politica intesa nella sua accezione più nobile, più alta, come attività da svolgere al servizio e per il bene, per la felicità della comunità, dei popoli e non per il proprio miserabile tornaconto. Questa Politica così concepita (alla maniera del maestro Aristotele) dovrebbe procedere di conserva con la Morale, con l’Etica, altra grande protagonista della Commedia (contrariamente alla dottrina di Niccolò Machiavelli, così ben espressa ne Il principe): per Dante tanti guai e guasti provengono dal fatto che, a qualsiasi livello, l’uomo non si comporta eticamente, usa male il libero arbitrio che Dio gli ha fornito e non si attiene al principio di responsabilità ma segue, piuttosto e più volentieri, il male, la via sbagliata, i beni terreni effimeri e ingannevoli che soddisfano il nostro miserabile principio di piacere (direbbe Freud, ma lo dice anche Dante nella Commedia, anticipando il padre della psicoanalisi di un bel po’ di secoli…), fino all’abbrutimento, fino a ridursi allo stato di bestia, che è proprio quello contro cui più egli lotta e per cui scrive il Poema Sacro ispirato da Dio (al quale ha posto mano e cielo e terra): l’elevazione (propria dell’Umanesimo) dell’uomo e non la sua abiezione, il suo avvilimento, la sua degradazione: Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, fa dire ad Ulisse, suo alter ego, suo portavoce, suo simile, suo fratello nel folle-volo-viaggio (il suo, però, voluto e sorretto dalla Grazia divina, che gli ha concesso un particolare privilegio). Sia detto per inciso, anche nel fare del mitico Ulisse un moderno Prometeo che porta agli uomini il fuoco della Conoscenza, un moderno eroe della Conoscenza, della Curiosità e della Scoperta fino al prezzo della vita (caratteristiche che sono tipiche dell’uomo occidentale che poi farà la Rivoluzione Industriale, ecc. ecc.), ebbene rappresenta uno degli elementi della modernità di Dante, anche se fa fallire il folle-volo-viaggio-sfida di Ulisse perchè non sorretto dalla Grazia divina, basata sulle sole forze umane, diversamente dal suo folle-volo-viaggio fatto sotto l’egida di Dio e senza spirito di sfida, senza hybris: è come se Dante ci dicesse: L’uomo può e deve conoscere, desiderare anche l’impossibile ma deve fare questo senza superbia e fidando nell’aiuto di Dio e non nelle sue sole capacità.
Dante era approdato ad una sua particolare visione delle cose, per cui fondamentale era che a prevalere, in ogni cosa umana (al fine di evitare corruzione e degenerazioni) fosse la ragione, la razionalità, la virtù, il ben operare, il giusto comportamento, la buona condotta e, insomma, quello che per Kant dev’essere l’imperativo categorico per eccellenza, per cui l’epitaffio sulla tomba sarà: Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me. Un Kant ante litteram, in verità, è quello che ci appare Dante man mano che lo si legge, un Kant per il quale l’uomo deve avere l’altro uomo come fine e mai semplicemente come mezzo e deve giungere ad un punto tale che deve essere e sentirsi come un legislatore universale, tanto la legge morale dev’essere dentro di lui. Cielo stellato sopra di lui e legge morale dentro di lui: Dante era già tutto questo prima di Kant e quell’epitaffio gli sarebbe piaciuto e lo avrebbe voluto per lui. Per Kant (come per Dante) occorre ben operare, agire virtuosamente tanto da rendere ogni nostra azione, ogni nostro atto degno di diventare un ricordo, ovvero qualcosa di memorabile, di emblematico, un modello, un esempio. Per Dante (che volle fare della propria vita una vita esemplare ed emblematica, quasi un capolavoro, un’opera d’arte tale da assurgere a simbolo dell’intera umanità) razionalità, moralità e libero arbitrio (o libera volontà e, quindi, senso di responsabilità) sono strettamente collegati, devono marciare insieme per il fine elevato del ben operare, sia individuale che collettivo. Ed è soltanto così, cioè con l’eticizzazione delle nostre esistenze, che gli uomini possono migliorare, elevarsi, essere veramente e pienamente liberi e conquistare la vera felicità, sia sulla Terra che nel Cielo. Un altro mondo è possibile, sembra dirci Dante attraverso tutta la Commedia, e l’immoralità, la corruzione e la disonestà dilaganti possono essere, se non eliminate, fortemente ridotte a patto, però, che vi sia, da parte di tutti gli uomini, la volontà di eticizzare i propri liberi arbitri, indirizzandoli verso il Bene e non verso il Male, e i primi a dover fare questo passo fondamentale dovevano essere gli uomini del Potere, i Potenti della Terra: avrebbero dovuto elevarsi autoeducandosi alla Moralità, all’Etica attraverso la bellezza della Cultura, della Letteratura, della Poesia, dell’Arte. Soltanto così avrebbero usato il loro Potere a fin di bene, al servizio della collettività, dei popoli, per il loro benessere, la loro felicità, il loro progresso e la loro pacifica convivenza. Il caso di Carlo Martello, che troviamo nel Paradiso, è emblematico di questa visione dantesca, ed è proprio in questa visione che consiste il suo Grande Sogno e la sua Grande Utopia: voler raddrizzare il legno storto dell’umanità per l’affermazione di un uomo nuovo che segnasse una svolta e l’inizio di una nuova era per l’umanità.
4) Il Potere, in tutte le sue umane espressioni, e in quella politica in modo particolare, è un altro tema sempre presente nella mente di Dante ed è uno dei grandi protagonisti della Commedia, anche se non sembrerebbe. Lo stesso avverrà con i Promessi sposi di Alessandro Manzoni e, come nel capolavoro del Gran Lombardo, su questo Potere degli uomini che, il più delle volte, crea ingiustizie e sofferenze, si erge vindice, vittorioso e trionfante il Potere di Dio, il quale, secondo la concezione provvidenzialistica della vita, ristabilisce la Giustizia e risarcisce, con la sua infinita bontà, chi ha subìto offese, soprusi e sofferenze di vario genere. Dante – mostrando di essere assolutamente moderno – nell’VIII del Paradiso giunge a dire che quando i governanti di turno sono inadeguati, inetti, disonesti, corrotti, violenti e incapaci di servire bene i loro governati, i loro popoli, ebbene questi hanno il diritto di ribellarsi, cioè hanno il diritto alla resistenza verso chi li malguida e malgoverna.
Per Dante i più colpevoli di tutti i guasti delle società, delle comunità piccole come di quelle grandi, sono le classi dominanti, quelli che hanno in mano le leve del Potere, sia politico che religioso ma anche economico, perché sono loro che devono dare l’esempio, sono loro che devono fare da modello, da paradigma e, infatti, quando il pesce puzza dalla testa allora è normale che tutto il resto (il corpo di una comunità) venga infestato per poi puzzare a sua volta. Certamente, al vertice delle responsabilità, per Dante, ci sono la Chiesa, il Papato politicizzato e corrotto e l’Impero senza un vero imperatore capace di imporre la propria autorità e di ristabilire l’ordine mondiale (come diciamo oggi) secondo come voluto da Dio, affinchè regnino la pace e la giustizia. In merito al concetto del pesce che puzza dalla testa, ci piace ricordare che l’11 dicembre del 1955, su L’Espresso, il giornalista e scrittore Manlio Cancogni pubblicò un celebre articolo di inchiesta dal, purtroppo, fortunato titolo: Capitale corrotta=nazione infetta, come dire, appunto, che se la corruzione parte dalla capitale di un Paese (il pesce puzza dalla testa), allora il male si diffonde (e la puzza con esso…).
Le élites, l’establishment, le classi dirigenti di cui ci parla Dante, erano capaci di tutto, dei peggiori delitti e crimini compiuti (machiavellicamente…) alle spalle e sulla pelle e le teste dei popoli governati; erano classi che, pur di far trionfare il guicciardiniano proprio particulare, cioè il proprio interesse, erano capaci di sovvertire l’ordine stabilito (il sovversivismo delle classi dominanti di cui parlava Gramsci) anche con guerre, stragi, delitti e nefandezze di ogni genere. Ma facciamoci una domanda: è forse cambiato qualcosa dai tempi di Dante ai nostri, sia nel micro (in Italia) che nel macro (nel mondo intero)? Crediamo proprio di no, e basterebbe leggere un buon manuale di Storia o consultare anche soltanto Wikipedia per gli ultimi cinquant’anni di Storia e di cronaca più recente per vedere se è vero o falso. Insomma, ieri come oggi, i Potenti della Terra (l’aiuola che ci fa tanto feroci, Paradiso, XXII), in nome dei propri interessi, dei propri fini (in genere poco nobili…), hanno sempre pensato di risolvere la Storia attraverso le guerre, le stragi, le violenze, la morte, il sangue… Pertanto, siamo sempre a un mondo ridotto a una giungla, dove a vincere è il più forte e il più aggressivo. Si pensi soltanto alle guerre in corso tra Russia e Ucraina e tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. Dunque, così prima, durante e dopo Dante: nulla è cambiato e, ieri come oggi, l’uomo, sia come individuo che come umanità, è costretto a subire la violenza della Storia e anche ad esserne travolto e, quindi, soprattutto per questo la Commedia risulta sempre di straordinaria attualità. Che Dante avesse visto bene in merito all’ordine mondiale che sarebbe cambiato da così a così, lo dimostra già solo il fatto che, dopo un paio di secoli, sarebbe iniziata quella gara tra le massime potenze europee che avrebbe portato al colonialismo e più in là all’imperialismo, mentre la corona imperiale del Sacro Romano Impero di Nazione Germanica, detenuta dagli Asburgo d’Austria, era sempre più una mera formalità (gli Stati nazionali che si stavano formando ai tempi di Dante e che saranno tra i più importanti dell’Europa moderna, erano Spagna, Portogallo, Inghilterra e Francia, quella Francia dei Capetingi indicata, nel XX del Purgatorio come il male politico peggiore sia per l’Italia che per il mondo cristiano).

