Trebisacce-23/12/2025: Rubrica storico-letteraria a cura di Salvatore La Moglie Qui di seguito viene pubblicato il “decimo capitolo”, l’ultimo del saggio di Salvatore La Moglie “Che cos’è la Divina Commedia” edito dalla casa editrice Setteponti di Arezzo nel 2022.

Rubrica storico-letteraria a cura di Salvatore La Moglie
Qui di seguito viene pubblicato il “decimo capitolo”, l’ultimo del saggio di Salvatore La Moglie “Che cos’è la Divina Commedia” edito dalla casa editrice Setteponti di Arezzo nel 2022.
Dunque, la durissima polemica di Dante, sparsa per tutti i canti della Commedia e nell’Inferno in modo particolare, è sempre rivolta nei confronti dei ceti altolocati, contro gli uomini di Potere, quelli delle classi dirigenti, dell’establishment sia del livello politico che ecclesiastico (che era anche politico, visto l’enorme potere che la Chiesa ha avuto tra Medioevo ed Età Moderna), sia del livello sociale ed economico. Classi dirigenti che, spesso inette e buoneanulla, erano, però, capaci di tutto, anche dei peggiori delitti, anche delle peggiori stragi (proprio come nei nostri tempi moderni e postmoderni…) pur di raggiungere i loro poco edificanti fini e obiettivi. Dante ce l’ha a morte con gli uomini-feccia prodotti dalle élites dominanti, dai potentati, dai poteri forti (come li chiamiamo oggi), dalle lobbies e, insomma, da quelli prodotti, scaturiti dal livello del Potere che, in ultima sintesi, si esprime nella categoria del politico, che è il livello, il momento che, nell’operare, nel gestire la cosa pubblica più può condizionare la vita di una collettività come di un singolo individuo in bene o in male. Diceva Thomas Mann che nel nostro tempo, il destino dell’uomo assume il suo significato in termini politici e questo Dante lo comprendeva perfettamente e ce lo fa comprendere benissimo anche a noi. Con la sua smisurata intelligenza riusciva a vedere da vicino e anche e soprattutto molto lontano e, dunque, comprendeva e aveva piena consapevolezza della corruzione, della degenerazione, dei grandi guasti, delle devastazioni, nella vita sociale e in quella degli individui, che provocavano gli odi di parte, le lotte fratricide tra Comuni, Principati e Signorie, Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri: lotte incentrate sul guicciardiniano proprio particulare. E, in questa logica perversa, la Chiesa, il Papato c’erano dentro fino al collo e, infatti, Dante punta spesso il dito contro gli avari uomini di chiesa assetati di Potere e di denaro, di ricchezze, di privilegi, ecc. né più e né meno degli uomini politici e dei loro partiti. Loro – gli uomini di chiesa, con il papa alla testa – che avrebbero dovuto essere d’esempio più degli altri e più degli altri colpevoli in quanto dediti più alla materia che allo spirito.
Quinto e ultimo punto fermo per Dante: La Ragione e la Fede (politicamente l’Impero e il Papato, i due Soli) sono le uniche capaci di guidare e salvare l’umanità peccatrice e poterlo far vivere in un mondo in cui i grandi valori e ideali come la Libertà, la Giustizia, la Verità, la Pace, l’Amore, la Fratellanza, la Solidarietà tra gli uomini possano essere alla base della convivenza civile e delle società umane che, appunto, devono avere al centro del discorso l’uomo e i suoi bisogni, i suoi desideri, anche i suoi sogni, il suo desiderio di felicità. Il benessere, la felicità terrena come pure la felicità, la beatitudine spirituale, ultraterrena e, insomma, la salvezza della nostra anima sono possibili, ma l’uomo, se le vuole per davvero, deve fare delle rinunce, deve essere capace di ravvedimento sincero sulle proprie colpe e debolezze, facendo pieno affidamento sui lumi della Ragione e della Fede. Se l’uomo vuole davvero questo, dev’essere pronto ad affrontare la tempesta della vita e mettersi in mare aperto e affrontare acque spaventose, cercando di attraversare tutto il male e tutto il dolore del mondo invece di fingere di non vederlo. Così, si potrà vedere che dopo il viaggio negli abissi e negli orrori degli uomini (l’Inferno, la discesa agli Inferi), dopo la salita verso la totale purificazione per la salvezza e la piena libertà (Purgatorio) e, infine, dopo l’ascesa verso la beatitudine perfetta e definitiva (Paradiso) la via è difficile e lunga ma, alla fine, ne è valsa la pena. Per aspera ad astra, però, poi, poter dire che trasumanar significar per verba non si poria, poter dire questo, cercare di spiegare agli uomini il Sublime, l’Ineffabile, l’Assoluto, la vera Felicità, la vera Libertà (quella per cui un uomo può giungere fino al sacrificio della vita pur di ottenerla) e la vera Bellezza della vita, ebbene, è un’emozione indescrivibile, qualcosa di immensamente straordinario, un privilegio per pochi eletti.
Ma cos’è stato Dante?: un uomo libero, un fallito o un servo di partito? Dopo sette secoli crediamo che si possa dare una risposta all’atroce dubbio posto da Antonello Venditti nella sua canzone Compagno di scuola (1975) laddove lamenta che dalla lettura in classe non aveva ancora capito bene che tipo di uomo e di intellettuale fosse stato Dante: E la Divina Commedia, sempre più commedia al punto che ancora oggi io non so se Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito. Ebbene, Dante non fu certo un fallito e non fu neppure un servo di partito: fu certamente un rivoltoso, un uomo in rivolta. E che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta non significa che rinunci, ha spiegato bene Albert Camus. Dante fu certamente un uomo libero, religiosissimo ma anche tanto laico e anticlericale da permettersi di mettere sotto impietosa accusa la Chiesa, i papi e gli ecclesiastici corrotti; legatissimo alla politica ma anche tanto libero e anticonformista da separarsi, a un certo punto, dai suoi scellerati compagni di fazione e preferire l’esilio a vita e anche la morte piuttosto che un umiliante e disonorevole patteggiamento per poter ritornare nella sua amata-odiata Firenze. Dante (direbbe Pasolini) fu fin troppo eretico e corsaro e, pur essendo cattolico e uomo di grande e sincera fede, ebbe il coraggio di dire la sua, di contestare, di fare le sue durissime e corrosive critiche contro Chiesa, papi ed ecclesiastici politicizzati, mondanizzati, corrotti e degenerati tanto da finire, infatti, qualche secolo dopo, nel mirino degli uomini di chiesa che gestivano il famigerato Indice dei libri proibiti, soprattutto per la Monarchia, ma anche per la Commedia, proprio per le sue coraggiose posizioni politico-ideologiche ritenute, appunto, eretiche, fuori dall’ortodossia e, insomma, non-allineate. La Chiesa della Controriforma e del nuovo Tribunale dell’Inquisizione, quella uscita dal Concilio di Trento, non perdonava gli eretici, cioè chi dissentiva, chi la contestava e la contraddiceva ma anche quelli di prima non perdonavano e, certamente, Dante, se fosse stato acciuffato, sarebbe finito torturato e messo sul rogo come Giordano Bruno. Un’opera come la Monarchia in cui Dante teorizzava la netta distinzione tra potere politico dell’Imperatore e potere spirituale, religioso del Papato non poteva piacere alla Chiesa e, infatti, già nel 1329 fu pubblicamente bruciata, messa al rogo per mano del cardinale Bertrando del Poggetto e, nel 1554, sarà messa, dalla Chiesa, all’Indice dei libri proibiti. Si tenga presente, anche, che nel 1335 il Capitolo provinciale dei Domenicani di Firenze vietava ai frati di avere in loro possesso e di leggere le opere di Dante, cioè soprattutto la Monarchia e la Divina Commedia e, dal canto suo, il domenicano Guido Vernani, tra il 1327 e il 1334, respingeva come pazzesca (“iste homo copiosissime deliravit”) la dichiarazione dantesca della provvidenzialità degli eventi della storia romana (addotta nella Monarchia, ma elemento fondamentale dello stesso “poema sacro”), oltretutto antitetica a quanto aveva ripetutamente proclamato S. Agostino; e si capisce come egli guardasse con estremo sospetto anche alla Commedia, giudicata opera di ispirazione diabolica che “non solum egros animos sed etiam studiosus dulcibus sirenarum cantibus conducit fraudulenter ad anteritum salutifere veritas”…(cfr. Dizionario critico della letteratura italiana, a cura di Vittore Branca, Utet, 1974).
Il Poeta della Rettitudine c’è andato, giustamente, pesante con la Chiesa e la sua corruzione e, infatti, soltanto nel ‘900, con Benedetto XV, si incomincia ad avere (opportunisticamente o meno) un buon rapporto con il Sommo Poeta e la Commedia fino a fare del primo un poeta–teologo e della seconda un quinto evangelo, affermando che Dante è poeta nostro per un diritto speciale (Paolo VI, nel 1965). Non più anticlericale e nemico della Chiesa ma profeta di speranza (papa Francesco). Indubbiamente, una Chiesa che nel XX secolo avesse mostrato di avere ancora paura dell’eretico Dante e del pericoloso libro della Commedia sarebbe apparsa troppo meschina e troppo conservatrice e reazionaria e, pertanto, si è scelto di fare proprio il nostro più grande Poeta, troppo grande e universale per averlo ancora come temibile avversario. Va rilevato, però, il fatto che, finora, si è sempre sottolineata la grande fede di Dante cercando di nascondere e di far dimenticare il Dante grande accusatore di papi e cardinali e della Chiesa-puttana (come la chiama nel XXXII del Purgatorio) troppo mondanizzata e poco spirituale e, questo, in verità, fa risaltare un atteggiamento che non può non essere definito ambiguo e ipocrita, dell’ipocrisia di chi non sa fare autocritica e mea culpa e dimostrare di voler cambiare, proprio come chiedeva e chiede Dante nel romanzo della Commedia.
Dante non fu un italiano da tengo famiglia ma fu il primo grande antitaliano per eccellenza, tra i pochissimi della nostra letteratura; fu un uomo libero e coerente, di altissima levatura morale e intellettuale e, certamente, non un opportunista e un voltagabbana; e, quando si è coerenti, si è disposti a pagare dei prezzi anche altissimi per le proprie idee e le proprie scelte di vita. E lui li ha pagati fino in fondo e, nel romanzo della Commedia, lo dice più di una volta. Ha tanto pagato e sofferto per la sua Verità, per le sue idee, per l’eccessivo amore per gli uomini, per il loro bene, la loro felicità, la loro salvezza terrena, morale e spirituale in opposizione e contestazione a un mondo cieco, corrotto e incapace di vero amore, tanto che qualcuno lo ha definito il quarto Cristo (Pasolini sarà poi definito il quinto): dopo Socrate, Cristo e San Francesco. In effetti, per Dante, la Commedia rappresenta anche il momento e il luogo di quella che i Greci chiamavano parresia e, cioè, il diritto-dovere di dire tutto, cioè di dire tutta la verità, la libertà di dire la verità fino in fondo e in tutta franchezza, senza mezzi termini e giri di parole (con la consapevolezza di poterne pagare le conseguenze…) e, nel farlo, si fa dare il visto, si stampi! da Beatrice (nel Purgatorio) e poi (nel Paradiso) da Cacciaguida e da San Pietro in persona, cioè il fondatore della Chiesa Cristiana e poi Cattolica nonchè primo vicario e rappresentante di Cristo sulla Terra. Del resto, lo abbiamo già rilevato che quella di Dante è una poetica della verità e che per lui la Letteratura ha una funzione di Tribunale Morale, per cui si potrebbe parlare per il Sommo di una vera e propria etica della verità, della Verità con la V maiuscola, quella per la quale si è disposti anche a soffrire e a morire. Dante, con il suo Poema Sacro, fa una vera e propria operazione Verità e non ha fatto altro che seguire l’insegnamento di Cristo: La verità vi renderà liberi e, certamente, gli sarebbe piaciuta la frase di Antonio Gramsci: Dire la verità è compiere azione rivoluzionaria (oltre che comunista…), come gli sarebbe piaciuta quella di George Orwell: In tempi di menzogna (o: nel tempo dell’inganno) universale, dire la verità è un atto rivoluzionario. Pertanto, il Poema Sacro è anche coraggiosa rivelazione, svelamento, smascheramento e demistificazione e, dunque, non poteva non risultare sgradito e pericoloso sia per il potere politico che per quello della Chiesa, e proprio perché finiva per essere una modalità di fare politica con altri mezzi, cioè con la Letteratura, la parola scritta che rimane nei secoli e che inchioda per sempre i responsabili della malapolitica e del malgoverno delle società e dei popoli alle loro imperdonabili colpe.
A Dante quarto Cristo, la Chiesa che ha ormai fatto pace con l’eretico e il non-allineato Poeta, per la mano di papa Francesco, ha dedicato una lunga Lettera apostolica (25 marzo 2021) intitolata a lui definito come: Candor Lucis aeternae, cioè Splendore della Luce eterna. Definizione che fa venire in mente quella di un grande poeta del Novecento, Andrea Zanzotto, secondo il quale Dante è, per noi, come una luce diffusa nell’aria che respiriamo. Insomma, non si è sbagliato Michelangelo a scrivere che simil uom né maggior non nacque mai. E chissà se mai nascerà.

