Trebisacce-09/01/2026: Rubrica storico-letteraria a cura di Salvatore La Moglie-CONOSCERE LA POESIA DI ANTONIO PILEGGI*, POETA DELLA PACE UNIVERSALE


Rubrica storico-letteraria a cura di Salvatore La Moglie
CONOSCERE LA POESIA DI ANTONIO
PILEGGI*, POETA DELLA PACE UNIVERSALE
Contro la follia e la logica della guerra il poeta calabrese esalta la pace e il ripudio universale di ogni conflitto in nome di un rinnovamento morale e culturale degli uomini. Due opere poetico-filosofiche per il sogno di nuovo umanesimo.
di Salvatore La Moglie
Quello che Antonio Pileggi – poeta, saggista e giurista di alto livello e spessore culturale, intellettuale e morale – fa nelle sue due ultime opere poetiche edite da Genesi Editrice di Torino, e cioè Ius pacis. Per un’epoca universale di rinnovamento (2023) e Il ripudio della guerra (2025), è davvero un urlo-j’accuse contro la guerra attuale e quella eterna, di sempre, che l’uomo, rimasto ancora quello della pietra e della fionda (come direbbe Salvatore Quasimodo), continua a fare al suo simile, con strumenti di morte sempre più precisi e disumani. Ogni suo pensiero, espresso in versi, sembra voler ripetere e ribadire che Francisco Goya aveva ragione, più di due secoli fa, quando, in un suo celebre lavoro, lasciò impresso che: Il sonno della ragione genera mostri.
Le due opere di Pileggi appaiono decisamente voler andare controtendenza: contro la sciagurata tendenza dei governi mondiali di rendere normale lo stato di guerra, ovvero la guerra come normalità e, quindi, il pensare di risolvere con la guerra i problemi che la Storia del momento pone, evitando ogni altra possibile alternativa. E, pertanto, se i vari Paesi europei vanno martellando sulla necessità e inevitabilità della guerra (per il momento storico, contro la Russia, poi si vedrà se anche contro la Cina…); se essi martellano per convincere i popoli sulla necessità del riarmo e della corsa agli armamenti (che si pensava fosse ormai cosa da Guerra Fredda superata da anni…), ebbene le opere di Antonio Pileggi cercano di convincere, con tono pacato e con le sole armi della Poesia (direbbe il compianto Pier Paolo Pasolini), che la guerra è da sempre il Male Assoluto, il Male dei Mali da evitare e da ripudiare con tutte le nostre forze, in nome di una auspicata e possibile nuova umanità capace di realizzare un’era di pace e di progresso, incentrata sulla libertà, sull’eguaglianza e sulla fratellanza, ovvero sui principi e gli ideali del Cristianesimo che, secoli dopo, sono stati anche, laicamente, fatti propri dall’Illuminismo francese e messi in Costituzione per la prima volta dagli uomini politici americani dopo la Dichiarazione d’Indipendenza dall’Inghilterra. Principi e ideali che capi di Stato e di governo che si definiscono “cristiani” e “credenti” in Dio e in Cristo dovrebbero vivere come propri e ad essi conformare la loro azione politica e, invece, li tradiscono puntualmente, soprattutto quando si tratta di fare le guerre.
Nelle sue opere, il nostro Autore, ricorda più di una volta che di ius pacis, di diritto alla pace, ha parlato per primo (nel 2022, anche se come vox clamantis in deserto…) Papa Francesco, il quale ha definito quella che si combatte in questi anni come la Terza Guerra Mondiale a pezzi, guerra che è sempre una sconfitta dell’umanità, ha sempre tenuto a precisare questo grande papa, di cui si sente forte la mancanza. In effetti, con la guerra non ci sono né vinti e né vincitori ma solo l’eterna sconfitta dell’uomo e della sua stessa umanità. L’uomo, che da millenni abita il pianeta Terra, si è molto incattivito, è abituato a farsi sempre la guerra, tanto che non c’è un secolo senza guerre. È un uomo che maltratta la natura, un uomo assuefatto al male, alla barbarie fino a ridursi ad un indifferente. E questo perché è anche poco educato all’amore, ai buoni sentimenti, alla bontà, alla lealtà, al senso di giustizia e, alla fine, la vita stessa perde ogni valore, ogni sacralità visto che si uccide anche per pochi soldi o per una banale discussione per un parcheggio condominiale. L’umanità intera ha bisogno di un nuovo umanesimo, un umanesimo in una forma ancora più radicale che metta, una volta per tutte, al centro del discorso l’uomo e i suoi bisogni, le sue esigenze, i suoi diritti, i suoi problemi, i suoi desideri, i suoi sogni. Occorrerebbe l’affermazione, su questa terra, di un nuovo tipo di umanità, un uomo nuovo capace di saper imporre il proprio modello fondato sulla bontà, sull’amore, sul bene, sulla solidarietà e lo scambio reciproco delle conoscenze per lo sviluppo e il miglioramento delle condizioni della specie umana, oggi come domani. E questo vorrebbe dire porre, una volta per tutte, fine alle guerre, alla volontà di potenza e di sopraffazione. Vorrebbe dire far prevalere su questo mondo un tipo di umanità che pensa non a come farsi la guerra ma a come progredire tutti insieme nella pace e nella concordia rendendo, in tal modo, il pianeta Terra una casa in cui star tutti bene e vivere meglio.
Tutte queste cose sembrano dirci, verso dopo verso, le parole che Antonio Pileggi scrive nei suoi libri e nella maniera volutamente più semplice possibile e senza l’uso di parole difficili e di incomprensibili figure retoriche che, in un pubblico di fruitori medi e di poca cultura, lascerebbero il tempo che trovano, senza alcuna presa nelle loro coscienze e nei loro cuori. A fronte di una propaganda bellicista che punta a militarizzare le coscienze e gli animi, Pileggi compie, appunto, il processo inverso: egli si impegna in ogni modo (perché è questa la sua grande ambizione), sia con la parola poetica che con gli incontri con gli studenti e con i convegni, a conquistare le coscienze e i cuori al grande e sublime ideale della bellezza della pace; quella pace la quale, una volta eliminata dalla Terra e dal vocabolario la parola guerra, anch’essa non avrebbe motivo di essere, non avrebbe più senso pronunciarla, proprio in quanto se lo stato di guerra non sussiste, la parola pace (che ad essa si oppone) non avrebbe più senso. Pertanto, contro la follia della guerra, che è una pazzia (come diceva Papa Francesco) il Nostro Autore scrive parole e versi semplici capaci di colpire le coscienze degli uomini e di porle dinanzi a una scelta: o per la guerra con tutte le brutte conseguenze di milioni di morti, dolore, sofferenze, distruzioni, macerie, crisi economiche, ecc. fino all’epilogo possibile dell’apocalisse nucleare, oppure contro la guerra in nome del benessere, del progresso, della democrazia, della libertà, della giustizia, della fratellanza e della solidarietà tra gli uomini. Quest’ultima scelta implicherebbe l’affermarsi di un nuovo umanesimo e la realizzazione di una nuova umanità unita tutta dal principio, dall’etica della responsabilità che, appunto, dovrebbe guidare gli uomini e le loro esistenze. La guerra si può e si deve evitare e, del resto, ricorda sempre Pileggi, la nostra Costituzione ha dedicato un articolo al ripudio della guerra: l’articolo 11. Il quale, negli ultimi tempi, sembra essere non molto applicato e, anzi, aggirato, come se si facesse finta che non ci fosse.
In Ius pacis l’Autore ricorda subito al lettore che lo stesso Albert Einstein – uno dei padri dell’atomica – aveva subito preso coscienza del pericolo nucleare per l’umanità e, quindi, insieme ad altri grandi personaggi come il filosofo Bertrand Russell, aveva inviato ai Potenti della Terra una lettera-manifesto in cui invitava a porre fine alle armi atomiche in nome della pace e della sopravvivenza stessa dell’umanità che, in verità, non sarebbe altro che applicare il buonsenso, evitando il fatidico senno di poi, di cui – come diceva Alessandro Manzoni – son piene le fosse. Dopo parecchi decenni dalla messa in guardia di Einstein sul pericolo di olocausto nucleare e di fine del mondo, vediamo, tuttora, che questo pericolo sussiste e che i cosiddetti Grandi della Terra continuano a giocare col fuoco (il gioco della guerra nucleare, scrive Pileggi in L’arte della guerra) e, quindi, a mettere in pericolo la stessa sopravvivenza della specie umana sul nostro sciagurato pianeta, in cui l’erba è lieta dove non passa l’uomo, per dirla con un famoso verso di Giuseppe Ungaretti in cui emerge la violenza e la distruttività dell’uomo, sulla quale sia Sigmund Freud che Erich Fromm hanno scritto saggi memorabili.
Ebbene, contro questa perenne distruttività umana, il nostro Autore inizia subito il suo convincente discorso sulla pace e contro la violenza, proprio partendo, seppur da un punto di vista laico, dal quinto comandamento delle Tavole della Legge date da Dio a Mosè: NON UCCIDERE. Ma Caino non seguì questa norma, norma che dovrebbe valere – spiega Pileggi – sia per chi appartiene alla nostra tribù che ad un’altra estranea alla nostra, altrimenti non vale più di tanto. Il non uccidere deve, cioè, essere legge universale, deve valere per tutti, qui e ovunque. Il non uccidere dev’essere alla base, a fondamento della civiltà ma – ahimè! – ancora non lo è: siamo tuttora alla fase tribale, alla Preistoria dell’uomo che si fa la guerra in eterno e non sa iniziare – direbbe Karl Marx – la vera Storia, cosa, questa che afferma pure Julien Green quando dice che la guerra è il grande gioco sanguinoso dell’umanità che non riesce a uscire dalla sua preistoria. La vera Storia dell’umanità inizierebbe quando egli si libererebbe della violenza e della guerra e, quindi, della necessità degli eserciti, perché se tutti gli uomini sono buoni e vivono in base ad alti principi etici e con senso di responsabilità, allora, nulla di ciò che finora è stato avrebbe senso. Ed è questo uno dei principali concetti espressi da Pileggi nelle sue opere. Nelle quali la parola guerra implica solo: violenza, morte, distruzione, inganno, falsità, volontà di potenza, legge del più forte e del vincitore sui vinti ma anche odio, prepotenza, arroganza, convivenza non pacifica tra gli uomini, ottundimento della Ragione e del Pensiero, silenzio dei Poeti oppressi dalla preponderante ideologia della guerra, prevalere della Menzogna sulla Verità, potere e affarismo dei Signori della Guerra, dei tanti Dottor Stranamore che si presentano sulla scena di quel Grande Delitto Collettivo che è la guerra.
Se diritto alla pace significa diritto a vivere, ebbene esso si oppone alla guerra che significa dovere di morire, per la Patria o per altro, ma comunque morire scrive Pileggi nella lirica che dà il titolo alla raccolta: Ius pacis. In Ecocidio si leggono queste memorabili parole: Uccide/ l’uomo e la natura/ l’ecocidio./ Uccide/ inquina e mente/ l’umana gente/ erede di Caino./ Uccidere,/ inquinare e mentire/ è il fare e il dire/ della guerra/ chimica e nucleare,/ fino alla fine/ dell’umana gente: fino alla distruzione totale, fino alla catastrofe finale che il nostro Autore intravede e prevede, salvo che l’uomo – come auspicava già Dante nella sua Commedia – non faccia, finalmente, una svolta a 360 gradi capace di invertire la rotta e intraprendere un Nuovo Inizio con una Nuova Umanità. Che è la svolta, appunto, sognata da Pileggi per la salvezza di una umanità che vede correre ciecamente verso la catastrofe universale e, infatti, scrive che occorre evitare il nulla dell’apocalisse (La guerra prima e dopo) e occorre che si sappia che la guerra degli eredi di Caino (Eredi di Caino) non è altro che uccidere e mentire e che nella guerra c’è una sola verità (La verità della guerra): i morti ammazzati,/ i feriti, i mutilati e le distruzioni. Il resto è falsità/ perché Caino uccide e mente. E, ancora, occorre ribadire, affinché sia ben chiaro che (in Sempre): Sempre/ la guerra è un affare/ coltivato col concime delle armi,/ dell’odio/ della corruzione/ e della sopraffazione. Come pure che la guerra è il contrario della vita, è soltanto morte: La guerra è sempre generata/ dalla voglia/ di potenza/ che genera morte (in Generare vita e morte).
Contro la possibilità di una civiltà e di una società solidale, fondata sulla solidarietà e la fratellanza, l’Autore vede il mondo della civiltà e della società tribale, preistorica, andare Verso l’apocalisse (come recita il titolo della lirica che si legge a pag.85): Vorrei pensare/ nella serenità/ della pace./ Ma vedo veloce/ la corsa/ verso/ l’apocalisse./ Nella guerra nucleare/ non ci saranno i tempi/ per appendere le cetre ai salici./ Si stanno armando/ e stanno correndo/ in armi/ verso l’apocalisse. Tutto questo marasma, tutta questa possibile catastrofe, tutta questa nuova banalità del male (come l’ha definita Hanna Arendt) all’insegna dello strapotere di una pericolosa tecnologia basata sull’uso dei droni e dell’Intelligenza Artificiale che li perfeziona e ne fa armi sempre più micidiali e distruttive e, così, nella lirica Intelligenza artificiale si legge che: Primeggiano già i droni/ e l’intelligenza artificiale,/ ciechi padroni/ della corsa verso/ la banalità del male/ e verso la guerra/ nel Pianeta Terra.
Nel riprendere il suo discorso contro la guerra, il nostro Autore, nella sua ultima raccolta di versi intitolata Il ripudio della guerra (che, in effetti, è la continuazione ideale di Ius pacis) non poteva non iniziare, ancora una volta e pur sempre dalla sua visione di uomo laico, con il biblico Non uccidere (così recita il titolo) che Dio ha consegnato a una umanità che lo ha sempre smentito e ha poco obbedito a quella legge, a quel comandamento: Non uccidere/ tuo fratello/ fu subito contraddetto/ da Caino./ […]/ Non uccidere/ comandamento/ di solamente/ due parole,/ non è ancora/ a fondamento/ della civiltà. Preso atto di questo continuo perseverare dell’uomo nell’errore e nel delitto, nella guerra civile universale, ovvero nella guerra fratricida se è vero, come scriveva Cesare Pavese ne La casa in collina che ogni guerra è guerra civile, ebbene l’Autore prosegue il suo poetico racconto contro la guerra a mo’ di diario, partendo dalle riflessioni del giugno 2023 per chiudere con l’ottobre 2025. Primo titolo: Eterna mattanza e, se ci facciamo caso, non c’è un secolo della Storia in cui non ci siano state guerre, guerre combattute tra popoli e tra Stati con l’obiettivo del predominio e della predazione dell’altro, proprio secondo la celebre massima di Thomas Hobbes, mutuata da Plauto: homo homini lupus, l’uomo lupo dell’altro uomo. Da secoli si ripete che: si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra, come recita la celebre locuzione latina che risale allo scrittore romano Vegezio) e si sa che per Hobbes la vita tra simili non è altro che un eterno bellum omnium contra omnes, guerra di tutti contro tutti. Dunque, annota Pileggi che l’eterna mattanza prosegue a suon di droni e di Intelligenza Artificiale, che sono i nuovi padroni/ della belligeranza. Ma, di fronte a tanta banalità del male, occorre ribadire Il diritto alla pace (così il titolo) che gli uomini dovrebbero urlare in faccia ai Potenti della Terra, in nome del diritto alla vita e a non morire ammazzati: In verità,/ tre sono i diritti/ del diritto alla pace:/ il diritto alla libertà/ di vivere […];/ il diritto alla libertà/ di non farsi uccidere […]; il diritto-dovere/ di non uccidere […].
Nell’Agosto 2023 le prime poesie di contestazione sono contro La libertà di odiare e contro Il diritto all’odio il quale non è altro che il padre e la madre/ della guerra/ fino all’Apocalisse. L’odio genera morte recita il titolo di un’altra lirica e all’odio non si può che opporre il diritto alla pace che è diritto supremo della vita degli uomini, i quali non sentono altro che Il linguaggio della guerra (così il titolo), in cui i tanti Dottor Stranamore non fanno che martellare i cervelli ripetendo, col loro nefasto vocabolario, parole sempre gravide di/ odio, di morte e di distruzione. E appaiono come inconsapevoli che: Non ci sarà un dopo/ dopo l’apocalisse nucleare (Il prima e il dopo), si legge nel diario del mese di Settembre, mentre si sa che la guerra/ è il male assoluto/ e ricorrente (Il male) e che, come ha detto Papa Francesco, Ogni guerra è una sconfitta (così il titolo) e che La pace non è un’utopia (altro titolo) ma qualcosa di possibile e realizzabile se solo l’uomo fosse capace di voltare pagina una volta per sempre. Intanto, gli uomini non fanno che ripetersi in eterno e fanno vivere ai propri simili L’inferno (così il titolo) sulla Terra: ieri i lager nazisti per gli ebrei e oggi la prigionia a cielo aperto a cui i perseguitati di ieri condannano a vivere, da alcuni decenni, i palestinesi (i perseguitati di oggi), con tutto quel che è seguito di orribile fino ad oggi e che sembra non doversi mai fermare: Campi di concentramento/ e prigioni anche a cielo aperto/ sono l’inferno,/ che non è per i morti,/ ma per i vivi/ condannati a patire/ prima della pace eterna.
Nel Gennaio 2024 Pileggi annota che La guerra (questo il titolo), in verità, è già di per se stessa un crimine/ contro/ l’umanità: aldilà di tutte le nefandezze che si possono commettere in guerra, bisogna prendere atto che è la guerra in sé il più grande crimine, il crimine per eccellenza contro l’umanità. Ma gli Umani in guerra (così il titolo) proseguono imperterriti a farsi ancora la guerra/ e si resta ancora ancorati/ nella fase selvaggia e tribale/ della storia, e non riflettono sul fatto che, con lo scontro nucleare, saremo Tutti morti (così recita il titolo nel mese di Giugno 2024): Noi,/ nella guerra atomica,/ non avremo eroi,/ non avremo vincitori,/ non avremo vinti./ Né ragioni, né torti:/ saremo tutti morti. E, nell’Agosto 2024, nella poesia Sempre uguali, il poeta annota, con amarezza e malinconia, come la Storia delle guerre e delle violenze si ripeta come pure i suoi protagonisti, gli Attila di sempre, gli eterni Attila della distruttività umana, per cui dove passano loro non cresce più erba ma fanno solo terra bruciata, seminano morte e distruzioni, alla ricerca di una miserabile gloria conquistata col sangue di migliaia e migliaia di uomini: Sempre uguali in tutti i tempi/ metodi, idee e comportamenti/ degli Attila di tutta la storia, / che seminano morte/ e cercano gloria. Ora c’è il rischio della corsa veloce verso l’Apocalisse. Apocalisse che se si realizzasse porrebbe fine a tutti gli Attila, alla loro pseudo-gloria (fu vera gloria? è vera gloria una gloria, una fama ottenuta col sangue degli altri?…) e porrebbe, anche, per sempre fine alla Storia stessa e alla presenza dell’uomo sulla Terra.
Contro quel delitto perfetto che è la guerra (Delitti perfetti), fatto di affari col solito macello, Il Poeta (così il titolo) potrebbe dire, rivelare tante verità come cercò di fare, a suo tempo, Pasolini, il poeta assassinato, ma, come lui, anche Pileggi è costretto a dire: Io so, ma non ho le prove: Lo so,/ ma non lo posso provare./ Così diceva il poeta/ libero/ perché senza mecenati./ Parlava degli autori/ di delitti perfetti e impuniti. Come quello assoluto e terribile della guerra!… La guerra è Malvagità (così il primo titolo del mese di Novembre 2024), malvagità per eccellenza, malvagità contro l’uomo, la natura e il senso stesso di umanità: La guerra/ è l’essenza/ della malvagità/ consapevole/ o indifferente/ all’umana sofferenza/ fino all’Apocalisse. Intanto, però, si continua Barbaramente (recita così il primo titolo del mese di Dicembre 2024) nella follia della guerra, la quale ha le sue ragioni che, ieri come oggi, sono incentrate su alcuni capisaldi, alcuni fondamentali pilastri per cui tutto si tiene: Razzismo, schiavismo e colonialismo/ sono fenomeni ricorrenti./ In tanti,/ barbaramente,/ hanno solo in mente/ la supremazia/ e la prepotenza. Bisognerebbe abolire l’Io (il detestabile Io, direbbe Blaise Pascal) sia a livello di uomo singolo che come sinonimo di singola entità statale, così come bisognerebbe abolire il Super-Io entrambi nemici del Noi, e cercare di imporre, invece, il Noi, il Noi come collettività, il Noi come umanità: solo così potremmo salvarci dalla follia perenne della guerra che nasce, appunto, dal narcisismo dei primi due, per cui si sono avuti e si hanno razzismo, schiavismo e colonialismo.
Dunque, se la guerra non è altro che crudeltà (così l’ha definita Papa Francesco), disumanità e inganno (La crudeltà della guerra), allora occorrerebbe educare alla pace e alla bellezza della pace in opposizione alla bruttezza della guerra: La guerra/ è brutale fortezza/ istruita per la violenza./ La pace/ è amabile bellezza/ istruita per la convivenza/ e per il ripudio della guerra (così in Guerra e pace, del mese di Gennaio 2025). E basterebbero solo sette parole (non è ammessa la pena di morte) e sette colori (quelli dell’arcobaleno) per dire basta alla guerra e alla pena di morte (che con la guerra viene ristabilita mentre la Costituzione l’ha abolita con l’art. 27…) per far trionfare la civiltà senza omicidio e senza guerra: Non è ammessa la pena di morte./ Sette parole che ridisegnano/ la civiltà senza omicidio./ Sette colori dell’arcobaleno/ segnano la fine del diluvio, disegnano la bandiera della pace, ridisegnano la civiltà senza guerra (così si legge in Sette parole, sette colori).
Se ne Le Costituzioni (Febbraio 2025) il Poeta auspica una riduzione del potere dei governi ai quali opporre la piena applicazione delle Costituzioni, nate appunto come contrappeso ai Potenti di turno pronti a imporre la logica della guerra e della forza, nella lirica Il Mostro della guerra (Marzo 2025) lancia il suo duro affondo contro questo orribile Mostro, che è il Male Assoluto dell’umanità, e così scrive: Il Mostro della guerra/ manipola la verità/ e tira le fila/ dei pupi/ indifferenti, ciechi e sordi/ mentre la gente soffre/ e muore./ Il Mostro della guerra […]/ dice e fa di tutto/ e il contrario di tutto./ Fa fare affari/ ai mercanti di armi/ e di morte./ In verità,/ la guerra/ è una mostruosità./ E i mostri sono tanti/ allineati ed obbedienti/ alla colpevole convenienza/ e alla colpevole acquiescenza. Questo Male Assoluto è talmente orribile, nefasto e mistificatore da far apparire Brutti e cattivi (così il titolo) gli sconfitti e belli e buoni i vincitori, anche se, nei fatti, non lo sono… Pertanto, la guerra ha anche questo fatto di negativo: che è, cioè, capace di capovolgere la realtà dei fatti, facendo trionfare una verità che verità non è. E, allora, aveva ragione Eschilo a dire che la prima vittima a morire in guerra è la verità e lo è anche dopo, quando a scrivere (a modo suo…) la Storia è il vincitore…Scrive Pileggi: Dopo ogni guerra,/ la verità scritta dal vincitore/ rende onore/ agli eroi di guerra:/ morti ammazzati/ e sopravvissuti. Tutti brutti e cattivi i vinti./ Brutti e cattivi/ solo i perdenti della guerra./ In verità,/ la brutalità della guerra/ è disumanità/ e finirà col porre fine/ all’umanità.
Il problema è sempre quello: la possibile fine dell’umanità. Il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui, ha lasciato scritto in Tristi tropici il grande antropologo Claude Lévy-Strauss e sembra che il nostro Autore abbia una preoccupazione simile, un pessimismo simile a quello di Lévy-Strauss, ma non è così e, nel mese di Aprile cita prima le forti parole di Papa Francesco contro le guerre e poi quelle di Papa Leone XIV sull’utopia della pace disarmata e disarmante che dovrebbe armare i cuori e le menti di tutti gli uomini, soprattutto quelli del Potere, di coloro che hanno potere decisionale. Concetto tanto potente quello di Papa Leone che Pileggi continua a farlo proprio anche nel mese di Maggio, quasi a farne il Manifesto dell’utopia possibile della pace. In La pace vera scrive infatti che: Vera è la pace/ disarmata/ e disarmante./ Falsa è la pace/ in armi/ e alla ricerca di armamenti/ per la guerra./ Da sempre,/ preparare la guerra/ per impedirla/ è l’inganno per farla/ o subirla./ La pace vera/ è disarmata e disarmante./ La pace/ disarmata/ e disarmante/ è l’unica/ vera pace,/ che può riconoscere/ il diritto alla pace. Cioè, quello ius pacis che è alla base della poetica di Antonio Pileggi, una poetica della pace e del ripudio della guerra tra utopia e disincanto, tra la presa d’atto che la logica della guerra è purtroppo prevalente ma, nello stesso tempo, con quella tensione visionaria e utopistica che dentro gli rugge (direbbe Ugo Foscolo) e che lo porta a non scoraggiarsi e a non cedere neppure di fronte alla dura realtà dei fatti. E, pertanto, continua le sue annotazioni, ribadendo il concetto che la pace è, per gli uomini, un diritto-dovere: Il diritto-dovere alla pace, recita, appunto, il titolo della lirica che chiude il diario di maggio, anche se la realtà che ha di fronte gli mostra un diritto internazionale ormai morto, il prevalere della logica della forza e della prepotenza, l’impotenza dell’ONU (dopo quella della Società delle Nazioni) a fermare le guerre e via discorrendo. Resta comunque ben fermo che va fatta decisamente Guerra alla guerra (come recita il titolo di una poesia di Settembre), anche se con le armi della non violenza, le armi di Gandhi e di Papa Leone XIV: Quando, alla Gandhi e senz’armi,/ si fa guerra alla guerra,/ e si fa sapere/ il Dio della guerra/ in armi/ si alimenta solo di odio,/ il cibo che fa deperire: da una parte vi è la forza della cultura, della conoscenza, il sapere, con cui si fa guerra alla guerra, mentre dall’altra, cioè dalla parte di chi fa la guerra, non vi è altro che il pessimo cibo dell’odio, il quale non fa crescere ma solo deperire, sia il corpo che la mente. Alla fine, dopo aver annotato nell’ultimo mese (Ottobre 2025) che prevalgono sempre i venti di guerra e i tanti malvagi e pericolosi Dottor Stranamore, l’Autore chiude la raccolta di riflessioni poetiche riproponendo gli stessi versi con cui aveva chiuso quella di Ius pacis, proprio come a voler dire che quelle che si leggono in questa poesia (Pace e libertà) sono le parole-fondanti, sono i principi e gli ideali su cui costruire una nuova umanità e un nuovo umanesimo. E dunque: Pace è convivenza/ senza guerra, che è violenza e prepotenza./ Libertà è convivenza/ senza guerra, che è violenza e prepotenza./ Concordia è convivenza/ in pace/ e in libertà. Pace, Libertà e Concordia: queste le parole-chiave del Manifesto per la costruzione della civiltà e della società della pace e della fratellanza che è alla base del pensiero visionario e utopistico di Antonio Pileggi, per il quale non si potrà mai parlare di un mondo migliore fino a quando non sarà abolita la malapianta della guerra. Egli sembra dirci in ogni verso che all’incubo della guerra dobbiamo opporre, con tenacia, il sogno di un mondo in pace, che bisognerebbe voltare definitivamente pagina e predisporsi a costruire quell’unione, quella federazione di liberi Stati auspicata, oltre due secoli fa, dal grande filosofo Immanuel Kant: una unione per mettere fine alla parola guerra e realizzare la pace perpetua. Lo si farà mai o è un’idea destinata a rimanere per sempre un bel sogno? Chissà se mai avverrà il miracolo di una nuova umanità e di un nuovo mondo capaci di raddrizzare quel kantiano Legno Storto che è l’uomo.
Il pensiero del poeta, giurista ed educatore Antonio Pileggi ci appare come voler continuare lungo la scia di quel grande giurista e grande uomo della Resistenza al nazi-fascismo che fu Pietro Calamandrei il quale, più di settant’anni fa, invitava gli italiani, e non solo, a coltivare quella che Pasolini chiamava atrocità del dubbio e, pertanto, si poneva alcune domande sulle guerre, su chi le scatenava dopo la sconfitta dei totalitarismi e delle dittature, a chi facevano comodo, a chi facevano male e cosa fare, da parte del popolo, dei governati per impedire che vengano scatenate. Insomma, Calamandrei invitava i cittadini, i governati ad essere vigili e a non farsi complici delle scelte bellicose, delle nefandezze dei politici che prendono il Potere e, poi, magari, lo usano per scelte sciagurate: Chi è che semina le guerre? Se tra uno o tra dieci anni una nuova guerra mondiale scoppierà, dove troveremo il responsabile? Nell’ultima guerra la identificazione parve facile: bastò il gesto di due folli che avevano in mano le leve dell’ordigno infernale, per decretare il sacrificio dei popoli innocenti. Ma oggi quelle dittature sono cadute: oggi le sorti della guerra e della pace sono rimesse al popolo. Questo vuol dire, infatti, democrazia: rendere ogni cittadino, anche il più umile, corresponsabile della guerra e della pace del mondo: toglier di mano queste fatali leve ai dittatori paranoici che mandano gli umili a morire, e lasciare agli umili, a coloro ai quali nelle guerre era riservato finora l’ufficio di morire, la scelta tra la morte e la vita. Ma ecco, si vede con terrore che, anche cadute le dittature, nuove guerre si preparano, nuove armi si affilano, nuovi schieramenti si formano. Chi è il responsabile di questi preparativi? Si dice che gli uomini, che oggi sono al potere, sono stati scelti dal voto degli elettori: si deve dunque concludere che le anonime folle degli elettori sono anch’esse per le nuove carneficine? Questa è oggi la terribile verità. La salvezza è solo nelle nostre mani; ma ognuno di noi, se la nuova guerra verrà, sarà colpevole per non averla impedita. […] Se domani la guerra verrà, ciascuno di noi l’avrà preparata. Non potremo nascondere la nostra innocenza dietro l’ombra dei dittatori: quando c’è la libertà, tutti sono responsabili, nessuno è innocente. Ritorna, come si può vedere, quel richiamo al senso e al principio di responsabilità individuale e poi collettiva di cui parla Pileggi nelle sue opere, con l’invito al lettore-cittadino-governato a farsi vigile, a non farsi sedurre dalle sirene dei tanti Dottor Stranamore e Signori della Guerra che gli vogliono militarizzare il cuore e la mente affinché finiscano per pensare come loro e conformarsi al pensiero unico, al monopensiero bellicista che propongono e propagandano avendo dalla loro la maggior parte dei mezzi di comunicazione di massa.
La guerra è la peggiore delle invenzioni umane ma noi dobbiamo sognare sempre un mondo in pace, sembra volerci dire Pileggi in tutti i suoi versi e vorrebbe che gli uomini fossero capaci di evitare che si avveri la triste profezia di Albert Einstein pronunciata di fronte alla corsa agli armamenti atomici da parte delle due Superpotenze USA e URSS: Io non so con quali armi sarà combattuta la Terza Guerra Mondiale ma la Quarta sarà combattuta con pietre e clave.
La bellezza salverà il mondo, ha lasciato scritto il grande scrittore russo Fedor Dostoevskij e, mai come oggi, questa affermazione appare come l’auspicio e come la speranza più grande per il mondo intero che, finalmente, dovrebbe opporsi alla bruttezza della guerra, dovrebbe cancellare per sempre la brutta e orribile parola guerra dal proprio vocabolario, decidere di non armarsi, di non spendere denaro nella corsa agli armamenti per essere pronti a distruggere il nemico. Lo slogan di sempre dovrebbe essere uno solo: Costruire, non distruggere! Questo ci appare il grande Sogno, l’Utopia possibile di Antonio Pileggi.
*Antonio Pileggi è nato a Nicastro (CZ) il 1942 e risiede ormai da anni a Roma. Laureato in Giurisprudenza, ha svolto esperienze di lavoro in molte città dell’Italia e all’estero come dipendente della Pubblica Amministrazione e, poi, diversi incarichi di vertice al Ministero della Pubblica Istruzione fino all’incarico di direttore generale dell’INVALSI. Numerosi sono stati gli impegni di volontariato tra i quali quello di “avvocato di strada”. Le sue opere più importanti: “Pietre”, Rubbettino editore, gennaio 2019, “Il filo delle libertà”, Rubbettino editore, 2021, “A mani tese”, Nemapress editrice, 2022, “Ius Pacis – Per un’epoca universale di rinnovamento”, Genesi Editrice, 2023, “Leggere, riflettere, scrivere”, Nemapress edizioni, 2025 e, ad oggi, “Il ripudio della guerra” (Genesi Editrice, 2025). Infine, numerose sono le sue pubblicazioni in libri collettanei e in antologie come numerose, pure, le collaborazioni con riviste e giornali, tra cui la rivista trimestrale “Libro Aperto” dove, tra l’altro, ha pubblicato, nel quinquennio 2021/2025, una serie di saggi, a puntate, sulle “Parole chiave della Costituzione”. Numerosi e importanti i premi e i riconoscimenti ottenuti finora in Italia e all’estero.




