Calabria-04/01/2014: Il mondo nuovo (Calabria) di Paola Caracciolo

Il mondo nuovo (Calabria) PDF Stampa E-mail
Scritto da P.Caracciolo
sabato, 04 gennaio 2014 09:11
ImageSi scrive poco e, in particolare, si scrive poco della Calabria. È insolito questo dato. Chi scrive della Calabria denuncia, lamenta, mortifica oppure promuove, esalta, glorifica. Uguale. Fine ultimo della vita umana è l’osservazione, come diceva Degas: «Siamo fatti per osservarci l’un l’altro».  Qualcuno, presto, si occuperà di osservare la Calabria. Non perdiamo la speranza. La Calabria è un teatro senza palcoscenico né palchi né platea, è un teatro vero. E il teatro è gioia e dolore, non una l’opposto dell’altro, ma l’una e l’altro.La Calabria è una piazza di meraviglie e un abisso di malefatte, è triste come le sue strade, e lucente, delle volte, nelle mattinate migliori. La Calabria non è morta, è quasi morta, quasi un suicidio per una certa inguaribile malattia, per un non bene identificato problema, un ostacolo insuperabile all’origine di quel malessere sociale, politico, economico che da anni e anni etichetta la sua costituzione.

Il Signor A, durante uno dei suoi viaggi pensava a questo. Era una uomo elegante, alto, portava il cappello. Non si sa bene perché il Signor A fosse stato in Calabria, forse, qualcuno una volta ha intuito, per vedere il mare. La Calabria è come una lunga agonia, dovrebbe essere senza uomini, solo qualche casa abbandonata sempre in lontananza, solo i pascoli. La Calabria ha la cattiveria dei bambini, è timorosa, priva di coraggio, capace solo di azioni avventate. Ma poi questo non è neanche vero perché definire è sempre sbagliato, come si fa? Il Signor A non amava chi voleva spiegare né quelli che pretendevano soltanto di capire. Quel che c’era di profondamente sbagliato in quei posti era la preoccupazione ossessiva di evitare ogni contatto col nuovo e, quando questo fosse divenuto inevitabile, scacciarlo di forza. Avete mai visto Roma? Dico, come è stata possibile? Disse A a certi amici suoi. Roma è stata fatta dai forestieri. I più grandi autori di quella grande opera d’arte non erano romani. Se solo si potesse una volta incontrare un albanese, un algerino per le strade di Calabria e non scambiarlo per un virus mortale allora tutti avrebbero da guadagnarci qualcosa. Non si tratta di accogliere, si tratta di imparare.

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Luigi Settembrini

Vedete il mare per esempio, diceva il Signor A, il mare che ha capito tutto, che non si sconvolge nelle sventure e nelle vittorie. Il mare che non riesce a rifiutare niente perché passa dappertutto ed è in ogni luogo così come gli animi migliori. L’offesa nei confronti del prossimo è un’ennesima espressione di mediocrità, il non capire che la chiave di salvezza in una situazione debilitata e afflitta quale è quella della Calabria sta nel rinnovare la propria cultura è mancanza di lungimiranza. Tempo fa un grande amico del Signor A aveva scritto una lettera, diceva così: «Quando le strade comunali, provinciali, e ferrovie metteranno i Calabresi in facili comunicazioni tra loro e con le altre genti d’Italia, allora si scioglierà quell’antica lotta chiusa in ogni paesello tra il proprietario sempre usuraio lì, e il proletario sempre debitore, si ammansirà quell’odio per oltraggi antichi che è la vera cagione del brigantaggio. Quando quelle genti avranno lavoro, istruzione e giustizia, quelle loro nature sì gagliarde nei delitti saranno gagliarde nel lavoro, nelle industrie, nelle arti, nella guerra santa e nazionale. In nessuna contrada ho veduto più ingegno che in Calabria, lì schizza proprio dalle pietre, ma raramente è congiunto a bontà, spesso è maligna astuzia». In basso il nome: Luigi Settembrini.  Il Signor A si è sempre chiesto se il suo amico avesse ragione o meno. Soprattutto adesso continua a farlo, mentre è in mezzo al mare, come la nuova era.

ImagePaola Caracciolo

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