Category Archives: Amendolara

Amendolara-14/07/2018: Sequestrati 40 ettari di pineta ad Amendolara

carabinieri-forestale-repertorio

Sequestrati 40 ettari di pineta ad Amendolara

 

Il provvedimento è scaturito dalla verifica del progetto di taglio

 

COSENZA 14 luglio 2018 – Carabinieri Forestali dipendenti dal Gruppo di Cosenza hanno posto sotto sequestro due boschi di Pino d’Aleppo nel Comune di Amendolara (CS). Il provvedimento ha interessato 40 ettari di pineta. Nell’ambito di ben più vasta attività d’indagine coordinata dal Procuratore Capo di Castrovillari dott. Eugenio Facciolla, i militari hanno proceduto con rilievi in campo mirati alla verifica di alcuni progetti di taglio boschivo acquisiti presso l’ufficio della Regione Calabria che presiede all’istruttoria di tali pratiche e al rilascio delle autorizzazioni di taglio boschivo. Nelle due superfici boscate anzidette, ora poste sotto sequestro e per le quali l’iter di rilascio dei provvedimenti autorizzativi non era ancora stato ultimato e né erano iniziate le operazioni di taglio, i Carabinieri Forestali hanno proceduto alla verifica dei dati progettuali riportati dal tecnico forestale  autore dei due progetti, verificando come gli stessi non corrispondessero alla realtà delle superfici boscate. Da qui i provvedimenti di sequestro dei due boschi, per finalità probatorie, convalidati dal P.M. di turno, mentre la posizione del dottore forestale autore dei due progetti è ora al vaglio della magistratura per le ipotesi di falsità ideologica in atto pubblico.

Amendolara-30/06/2018: Unità Popolare: strade disastrate

SP 155

SP 266

AMENDOLARA Ad Amendolara nasce “Unità Popolare” ed il primo focus del neo-nato movimento generato da Mario Grisolia e Graziano Roma, già esponenti di punta di Sinistra Italiana, è rivolto alla situazione disastrata delle strade provinciali dell’Alto Jonio che, da quando sono state abolite, o meglio, ridimensionate, le Province, versano in condizioni di estremo abbandono. «Unità Popolare – si legge nella nota diramata da Mario Grisolia e Graziano Roma – nasce ad Amendolara, un paese che tanti vedono rassegnato a rimanere desertificato e dove invece ci sono persone che sognano il cambiamento. Sognano di crescere con idee, progetti, competenze e forze che aspettano solo di mescolarsi e incontrarsi e Unità Popolare è lo strumento per costruire il cambiamento, per sviluppare insieme i progetti concreti che non si possono più rimandare. Il nostro simbolo – si legge ancora – è rappresentato dalla nostra amata Calabria, terra ricca di potenzialità troppe volte calpestate da politiche sbagliate e dal malaffare…». Secondo l’identikit disagnato dai suoi fondatori in realtà Unità Popolare guarda oltre i confini locali ed è proiettata verso un’Europa federale,  democratica e solidale ed è impegnata sui temi dello sviluppo socio-economico con un occhio attento al rispetto per l’ambiente, ma uno dei suoi primi passaggi l’ha riservato alla condizione di degrado in cui versano le strade provinciali che, in particolare nell’Alto Jonio, sono l’unica via di comunicazione tra i paesi dell’entroterra e la litoranea. Il problema in realtà non riguarda questa o quella strada perché tutte le Strade Provinciali presentano problemi di precarietà e, specie nel periodo invernale, si trasformano in vere trappole per gli automobilisti e soprattutto per gli autobus che assicurano in trasporto pubblico. Unità Popolare ha messo però sotto la lente d’ingrandimento i problemi delle SP266 ed SP155 che collegano Amendolara Marina con il Paese e Amendolara Paese con Castroregio, sulle quali la situazione sarebbe addirittura disastrosa, al punto da prefigurare un estremo rischio per i cittadini costretti a praticarle per assenza di percorsi alternativi. «Qui – si legge nella denuncia di Unità Popolare – la segnaletica, sia verticale che orizzontale, è praticamente inesistente, e poi ci sono guard-rail sfondati, cadenti o mancanti, manto stradale dissestato, con milioni di buche e di voragini, erbacce e macchia mediterranea che debordano dai margini della carreggiata, che in alcuni punti sbattono alle auto e impediscono la visibilità. Un vero e proprio disastro, insomma! Di chi la colpa – si chiede Unità Popolare – di questa grave incuria che potrebbe avere effetti tragici sull’incolumità delle persone? Se le strade sono catalogate come Provinciali, è segno che le Province esistono ancora, ma sono diventate solo un organismo burocratico che, comunque, secondo la legge Delrio, sono tuttora deputate alla manutenzione delle strade, senza però avere le coperture economiche per poterlo fare. Unità Popolare – conclude la nota sottoscritta da Graziano Roma e Mario Grisolia – provvederà subito a segnalare la situazione al Settore Viabilità e Manutenzione del Territorio della Provincia di Cosenza a cui chiederà di provvedere al più presto a ripristinare la regolare viabilità su queste arterie stradali fondamentali per i paesi interessati».

Pino La Rocca

Amendolara-21/06/2018: Let Be Children spegne la prima candelina

COMUNICATO STAMPA

Amendolara. Let Be Children spegne la prima candelina

Il 23 giugno festa ed estrazione lotteria solidale

 

Amendolara (CS) – 20 giugno 2018. Festeggia il primo anno di attività l’associazione Let Be Children di Amendolara che spegnerà la candelina sabato 23 giugno, alle 19.30, nella propria sede di via dei Mandorli. L’associazione organizza attività ludico-educative per bambini e ragazzi con disturbo dello spettro autistico e attività rivolte ai genitori (incontri guidati a cadenza mensile su problematiche suggerite dai genitori stessi perché vissute quotidianamente e in prima persona).

 

In un anno Let Be Children ha accolto, ogni settimana, sette ragazzi grazie al lavoro di operatori specializzati. Da agosto 2017 a febbraio 2018 sono state 198 le ore di apertura del centro per le attività di terapia e 280 le ore di volontariato per la gestione organizzativa delle stesse. Sono state, invece, 153 le ore di consulenza dell’analista comportamentale (di cui 60 a distanza). Numeri che restituiscono la fotografia di una realtà giovane, ma già molto attiva sul territorio dell’alto Ionio cosentino.

 

In occasione della festa di compleanno alcuni genitori beneficiari dei servizi racconteranno le loro esperienze e le condivideranno con i presenti. Inoltre saranno estratti i numeri vincenti della lotteria solidale organizzata dal Comune di Amendolara a favore di Let Be Children. Il Comune è partner dell’iniziativa (ha già concesso all’associazione i locali in comodato d’uso gratuito) insieme alla Fondazione I Bambini delle Fate, che si occupa di raccolta fondi per sostenere progetti e percorsi di inclusione sociale a beneficio di famiglie con autismo. Il ricavato della lotteria sarà utilizzato per acquistare materiale ludico-ricreativo, giochi da giardino e ausili tecnologici, ma anche per aumentare le ore di consulenza specialistica per i bambini e i ragazzi che frequentano il centro. Alla serata di festa interverranno la presidente di Let Be Children, Samanta La Manna, Antonello Ciminelli, sindaco di Amendolara, Maria Rosaria La Manna, “fata” volontaria e Melania Mazza, educatore professionale, senior tutor ABA. “L’analisi comportamentale applicata ABA – spiega Mazza – pone particolare attenzione allo sviluppo e all’insegnamento di abilità funzionali: comunicazione, gioco, abilità accademiche, sociali, autonomie  attraverso un’attenta  valutazione della motivazione e attraverso l’Insegnamento in Ambiente Naturale (NET)”. La presidente La Manna, soddisfatta per questo primo traguardo raggiunto, invita tutti a donare. “Un pilastro fondamentale di Let be Children è la cultura della donazione, quella che richiede l’amore per la causa. Abbiamo scritto chiaramente sul nostro sito che il donatore bancomat non interessa a Let Be Children. Quello che vogliamo è che vi innamoriate del progetto, che sentiate le farfalle nello stomaco perché quando ci si innamora l’unico desiderio è far star bene l’amata o l’amato”. Molte anche le partnership avviate sul territorio come quelle con l’Istituto comprensivo di Trebisacce e con l’Associazione Agape. La serata sarà allietata dalla buona musica di Andrea Renes e Orchestra e da un buffet offerto dall’associazione.

 

Per informazioni e interviste si può contattare la presidente di Let Be Children, Samanta La Manna al numero di telefono 320.9463953.

Amendolara-30/05/2018:Il cocchio alato del tempo, un romanzo di Salvatore La Moglie

Salvatore La Moglie

Rubrica letteraria a cura di Salvatore La Moglie 

Il cocchio alato del tempo, un romanzo di Salvatore La Moglie

Qui di seguito pubblichiamo il secondo capitolo del romanzo di  Salvatore La Moglie. Facciamo notare, con soddisfazione, che il primo capitolo ha ottenuto quasi 1600 visite. Buona lettura.

 

II

 

 

«Educa il tuo spirito con lo studio, non smettere mai di imparare: senza cultura la vita è quasi l’immagine della morte».

Catone il Censore

 

«Lo scopo del nostro studio consiste nel farci migliori e più saggi».

Seneca

 

«La vita deve essere una continua educazione».

Flaubert

 

 

Ero felice, tanto felice. A volte basta così poco. Stavo per conoscere mio padre. Non lo avevo mai veramente conosciuto. È incredibile come nella stessa famiglia ci si possa conoscere così poco. Ed è incredibile come spesso i rapporti tra consanguinei siano basati sui silenzi e sulle cose non dette. Sembra che un dialogo, un colloquio sia impossibile. Come se le parole fossero pietre. Si ha quasi paura di parlare, come se con le parole potremmo farci del male. È vero: le parole sono pericolose. Le parole sono mine vaganti e forse per questo Dostoevskij diceva che il silenzio è bello e il taciturno è sempre più bello di chi parla. Potere della parola! Una parola, una frase e un uomo può trovarsi subito all’altro mondo. «Datemi una frase e vi impiccherò un uomo», parola di Richelieu. Le parole sono assassine, le parole possono uccidere. La parola è azione, può condurre all’azione. Cosa fa «l’onesto Jago» nell’“Otello” di Shakespeare se non parlare e condurre (attraverso la sola parola!) l’ingenuo e accecato Moro di Venezia all’assassino dell’amata Desdemona? Magia e potere della parola! La lingua può mietere vittime, più tagliente com’è della falce.

Eppure, la parola è tutto. Cosa sarebbe l’uomo senza la possibilità di comunicare, di esprimersi? Il logos è alla base dell’uomo e della civiltà.  Non vi sarebbe civiltà senza logos. Non ci sarebbero i libri, non  ci sarebbe la storia e non ci sarebbe la letteratura. Non ci sarebbe niente. Ci sarebbe solo un mondo di animali, di bestie. Un mondo senza passato e senza futuro, un mondo calato in un eterno presente. Sarebbe un mondo migliore? E, allora, sarebbe l’uomo a renderlo quello che è?

Erano tante le cose di cui volevo parlare con mio padre. Volevo parlare della vita e della morte; dell’amore e dell’odio; della verità e della menzogna; del bene e del male; della felicità e dell’infelicità; della guerra e della pace; dell’intelligenza e della stupidità; della gioia e della malinconia; della socievolezza e della solitudine; del desiderio e dell’apatia; dell’umiltà e dell’arroganza; della prepotenza e della sottomissione; del potere di pochi e della subalternità di tanti; della follia e della saggezza; dei vizi e delle virtù; del ricco e del povero; del nano e del gigante; del bello e del brutto e di altro ancora.

Volevo parlare di questo mondo che mi appariva, sotto molti aspetti, così messo male, così malcreato da non sembrare opera di un Dio buono e misericordioso. Un mondo alla rovescia, tutto da rifare: ecco come mi appariva il mondo. E non ci vivevo bene perché troppo contraddittorio, troppo complicato, troppo diverso da me, da come ero fatto io. Non puoi adattarti al mondo, alla realtà in cui vivi se non ti identifichi e non ti riconosci in loro. Il disadattamento, il sentimento di estraniazione e di alienazione nascono dalla non identificazione, dalla non appartenenza. Se sei diverso dal mondo in cui sei calato, in cui sei «buttato» come puoi riconoscerti in esso? Come puoi appartenergli?

Vi confesso che gli ultimi mesi prima di laurearmi furono mesi vissuti nella disperazione. Disperazione nel senso di angosciosa mancanza di ogni speranza, di ogni fiducia. Un giovane alle soglie del Terzo Millennio senza valori in cui credere veramente, senza ideali da amare con passione. A cosa aggrapparmi? A cosa credere? Come avrei dovuto impostare la mia vita? Qual era il modo migliore di viverla? Mi sentivo solo, incerto e smarrito in un mondo sempre più complesso e complicato, sempre più spietato e crudele. Le uniche persone care che avevo su questo mondo erano mio padre e mia zia, la dolce zia Laura che non si era sposata e che aveva quindi rinunciato alla possibile felicità per fare da madre a me. Quella vera la conoscevo solo per fotografia: essa era morta per darmi la vita. Quando fui consapevole di questa verità, il senso di colpa si fece strada nella mia mente e nella mia anima. Col tempo questo sentimento, però, si affievolì in quanto cercai di razionalizzare il tutto. Tuttavia, debbo confessare che, nonostante l’uso della ragione, quel senso di colpa mi affligge sia nella vita cosciente che in quella inconscia, generando in me un forte sentimento di solitudine. E questa angoscia e questa solitudine ora (ma solo ora!) mi avevano aiutato a prendere coscienza del grande dolore e della grande solitudine in cui si era chiuso mio padre. Il quale non aveva mai accettato l’inspiegabile perdita della sua amata e molto più giovane compagna. Solo ora capivo e provavo molto rispetto per la sofferenza silenziosa e dignitosa di quel vecchio mentre provavo vergogna per la mia leggerezza e la mia inconsapevolezza durata così a lungo. È proprio vero: il sonno della ragione può generare mostri. La nostra mente e il nostro cuore sono due abissi, due pozzi senza fondo dove stanno un po’ tutti i sentimenti, quelli buoni e quelli cattivi che lottano tra di loro. L’importante è che, alla fine, quelli buoni prevalgano e possano informare tutta la nostra breve vita.

Nel pomeriggio ci ritrovammo nel suo immenso studio. Una stanza praticamente stracolma di libri, riviste e giornali di tutte le annate. Una stanza-libro, una stanza-giornale nella quale solo lui sapeva come muoversi, nella quale solo lui sapeva come e dove mettere le mani. Era molto orgoglioso e anche molto geloso dei suoi libri. Li aveva acquistati con tanti sacrifici, gli erano costate tante rinunce. Ma di questo non si era mai pentito. Diceva sempre che un uomo non deve mai avere tentennamenti o pentimenti per le cose in cui crede veramente. E lui, ai suoi libri e ai suoi giornali, ci credeva per davvero. Non avrebbe venduto la sua libreria neanche per decine di miliardi. Ci sono cose nella vita che non possono essere oggetto di vendita o di baratto. Così diceva spesso mio padre, e non l’avevo mai  capito. O meglio, non avevo mai voluto capire perché mi ero sempre rifiutato di ascoltarlo. Adesso eravamo l’uno di fronte all’altro, lui seduto, io all’impiedi con il giornale in mano.

«Cosa dice di bello?», mi chiese indicando il giornale.

«Vorrai dire: ‘cosa dice di brutto’…», risposi aprendo il giornale e mostrandoglielo. Subito aggiunsi: «Gli Stati Uniti hanno cominciato a bombardare la Serbia, per difendere il Kosovo».

«Per difendere il Kosovo…», ripeté malinconicamente col tono di chi non crede. «Come Prezzolino, anch’io faccio parte della Società degli Apoti…», continuò ma fu interrotto da me.

«Cosa? La Società degli Apoti?…».

«Sì, la Società degli Apoti, di quelli cioè che non se la bevono», spiegò, quindi aggiunse: «Credi davvero che gli americani e i loro alleati siano andati lì per la libertà del Kosovo? Un paese straniero non spende denaro e non versa il proprio sangue per niente. Se sono andati lì», concluse, «è perché alla fine vogliono una ricompensa. Le guerre – da che mondo è mondo – si sono sempre fatte per accrescere il potere politico ed economico».

«Apparentemente», ribattei, «gli Stati Uniti d’America sarebbero scesi in campo per salvare la democrazia nella Jugoslavia e per porre fine alla ‘pulizia etnica’ di Milosevic contro i kosovari».

«Apparentemente, l’hai detto tu. Purtroppo, ragazzo mio, spesso dietro un ‘bel gesto’ si nascondono grossi interessi. Oggi si parla tanto di globalizzazione dell’economia e tiene presente che l’unica superpotenza rimasta sono gli USA. All’ex Unione Sovietica non è rimasto che lo spaventoso arsenale atomico».

«Potrebbe dunque darsi che l’America ha bisogno di questa guerra per dar sfogo alla propria economia…».

«Sì, Sandro, e anche l’Europa… La quale sembra davvero contare così poco politicamente. Ma il declino dell’Europa è un fatto più vecchio di me…», concluse. Poi, come ricordandosi di qualcosa, aggiunse: «Vedrai, con questa guerra sarà eliminato il caso Monica Lewinsky e non si parlerà più di processo a Clinton e di sexy-gate. Vedrai…».

Ascoltavo con molta attenzione quello che diceva e allo stesso tempo cercavo di riflettere e di capire. Ci fu una pausa che non durò molto. Presi la parola.

«Il secolo si chiude con una nuova guerra. Si è aperto con la guerra e si chiude con la guerra… Che razza di mondo!…».

«Questa non sarà una guerra-lampo come certamente credono che sia gli americani e i loro alleati. I serbi sono molto orgogliosi e sono molto nazionalisti».

«Da alcune parti», dissi, «si sostiene che l’azione della NATO sia una vera e propria aggressione, visto che il tutto avviene senza il placet dell’ONU».

«Indubbiamente, a livello di diritto internazionale, è un’aggressione nei confronti di uno stato sovrano ed inoltre un atto di forza di un paese più potente (gli Stati Uniti) nei confronti di uno meno forte sia economicamente che militarmente. La faccia viene salvata dal fatto che il ‘mostro’ Milosevic, il massacratore del kosovari indipendentisti, deve essere sconfitto. Al massacro si risponde con un altro massacro quando, invece, a mio avviso, si poteva venire a trattative… Vedrai quanti morti ci saranno e quanti errori commetteranno le cosiddette ‘bombe intelligenti’. L’abbiamo già visto in Irak…».

«Sembra che l’uomo non possa fare a meno della guerra», affermai sedendomi sulla poltrona e subito aggiunsi: «Leggendo la storia apprendi qualcosa di incedibile: che non c’è stato u secolo senza guerra. Ogni secolo ha le sue guerre. Persino quelle di religione…».

«Non riesco ad immaginare l’uomo in pace, ha detto Nietzshe. Lo stato normale dell’uomo è la guerra e non la pace. L’uomo è più propenso a scannarsi che a volersi bene. Prevale la tendenza alla guerra perchè prevale l’istinto aggressivo, la tendenza al male. Così è stato, così è e così credo che sarà sempre».

«Finché il mondo durerà?».

«Sì, finché il mondo durerà…», ripete con amarezza. Dopo una breve pausa riprese a parlare.

«L’uomo è la bestia più intelligente ma è anche la più pericolosa perché può essere coscientemente stupida e malvagia, proprio in quanto dotato della ragione. L’uomo, ragazzo mio, è la contraddizione personificata: allo stesso tempo è intelligente e stupido, colto e ignorante, buono e cattivo, angelo e diavolo, paradiso e inferno… È tutto e il contrario di tutto. L’uomo può essere Dante e può essere il più volgare e il più abietto; può creare le cose più sublimi e può distruggere la terra che abita schiacciando un bottone… Bisogna prendere atto di questa realtà, farsene una ragione altrimenti si finisce per rifiutare tutto».

«L’uomo, dunque», dissi, «l’uomo è stato, è e sarà sempre così? Ma come è possibile che sia così sfaccettato se a crearlo è stato Dio, a sua immagine e somiglianza?».

«Tu lo sai che io non sono un credente e che ho una visione realista della vita, ma per chi crede dovrebbe essere difficile accettare l’idea che Dio abbia creato anche l’assassino…».

«I preti dicono che Dio ha dato agli uomini il libero arbitrio…».

«Certo, cosa debbono dire? Debbono pur dare una spiegazione, debbono pur dare una giustificazione al male imperante. E così hanno inventato il libero arbitrio, come hanno inventato l’aldilà…».

«Papà, non fermarti. Continua. Voglio sentire cosa pensi dell’aldilà e dell’anima».

«Tu sai», riprese subito a dire, «che l’uomo è condannato a morire e che è l’unico animale consapevole di questa tragica verità. Ora, siccome per l’uomo è difficile accettare l’idea della propria distruzione e che, quindi, dopo la morte non vi sia che il nulla, ecco che le religioni più antiche, e anche quella cristiana poi, hanno elaborato il concetto di ‘aldilà’, il concetto cioè di ‘vita ultraterrena’. A questo è strettamente legato quello di ‘anima’, anzi quello è impossibile senza di questo. Infatti, esiste l’aldilà in quanto esiste l’anima. Ascolta: se l’uomo, in quanto dotato di ragione, si sente superiore a tutte le creature della terra, non può accettare l’idea che un giorno morirà come una qualsiasi bestia, che esso sia solo materia e che dopo la dipartita non rimanga di lui che un mucchietto di cenere… Non potendo accettare questa sconfortante ed angosciante idea, ha finito per inventarsi un’anima e un mondo che non esiste: aldilà. Forse è questa la più grande utopia dell’uomo. Perché l’uomo rimuove l’idea della propria morte e vorrebbe, invece, essere immortale. Su questo», concluse, «ci sarebbe tanto da dire. Ma non voglio annoiarti e non voglio annoiare soprattutto il lettore».

«Già, il lettore… Bisogna tenerne conto. Allora concediamoci una pausa. Vado a vedere cosa sta preparando la zia per cena».

«Tu va’, io intanto ridò un’occhiata a Seneca. Uno che di tempo se ne intendeva…».

«Indubbiamente, a livello di diritto internazionale, è un’aggressione nei confronti di uno stato sovrano ed inoltre un atto di forza di un paese più potente (gli Stati Uniti) nei confronti di uno meno forte sia economicamente che militarmente. La faccia viene salvata dal fatto che il ‘mostro’ Milosevic, il massacratore del kosovari indipendentisti, deve essere sconfitto. Al massacro si risponde con un altro massacro quando, invece, a mio avviso, si poteva venire a trattative… Vedrai quanti morti ci saranno e quanti errori commetteranno le cosiddette ‘bombe intelligenti’. L’abbiamo già visto in Irak…».

«Sembra che l’uomo non possa fare a meno della guerra», affermai sedendomi sulla poltrona e subito aggiunsi: «Leggendo la storia apprendi qualcosa di incedibile: che non c’è stato u secolo senza guerra. Ogni secolo ha le sue guerre. Persino quelle di religione…».

«Non riesco ad immaginare l’uomo in pace, ha detto Nietzshe. Lo stato normale dell’uomo è la guerra e non la pace. L’uomo è più propenso a scannarsi che a volersi bene. Prevale la tendenza alla guerra perchè prevale l’istinto aggressivo, la tendenza al male. Così è stato, così è e così credo che sarà sempre».

«Finché il mondo durerà?».

«Sì, finché il mondo durerà…», ripete con amarezza. Dopo una breve pausa riprese a parlare.

«L’uomo è la bestia più intelligente ma è anche la più pericolosa perché può essere coscientemente stupida e malvagia, proprio in quanto dotato della ragione. L’uomo, ragazzo mio, è la contraddizione personificata: allo stesso tempo è intelligente e stupido, colto e ignorante, buono e cattivo, angelo e diavolo, paradiso e inferno… È tutto e il contrario di tutto. L’uomo può essere Dante e può essere il più volgare e il più abietto; può creare le cose più sublimi e può distruggere la terra che abita schiacciando un bottone… Bisogna prendere atto di questa realtà, farsene una ragione altrimenti si finisce per rifiutare tutto».

«L’uomo, dunque», dissi, «l’uomo è stato, è e sarà sempre così? Ma come è possibile che sia così sfaccettato se a crearlo è stato Dio, a sua immagine e somiglianza?».

«Tu lo sai che io non sono un credente e che ho una visione realista della vita, ma per chi crede dovrebbe essere difficile accettare l’idea che Dio abbia creato anche l’assassino…».

«I preti dicono che Dio ha dato agli uomini il libero arbitrio…».

«Certo, cosa debbono dire? Debbono pur dare una spiegazione, debbono pur dare una giustificazione al male imperante. E così hanno inventato il libero arbitrio, come hanno inventato l’aldilà…».

«Papà, non fermarti. Continua. Voglio sentire cosa pensi dell’aldilà e dell’anima».

«Tu sai», riprese subito a dire, «che l’uomo è condannato a morire e che è l’unico animale consapevole di questa tragica verità. Ora, siccome per l’uomo è difficile accettare l’idea della propria distruzione e che, quindi, dopo la morte non vi sia che il nulla, ecco che le religioni più antiche, e anche quella cristiana poi, hanno elaborato il concetto di ‘aldilà’, il concetto cioè di ‘vita ultraterrena’. A questo è strettamente legato quello di ‘anima’, anzi quello è impossibile senza di questo. Infatti, esiste l’aldilà in quanto esiste l’anima. Ascolta: se l’uomo, in quanto dotato di ragione, si sente superiore a tutte le creature della terra, non può accettare l’idea che un giorno morirà come una qualsiasi bestia, che esso sia solo materia e che dopo la dipartita non rimanga di lui che un mucchietto di cenere… Non potendo accettare questa sconfortante ed angosciante idea, ha finito per inventarsi un’anima e un mondo che non esiste: aldilà. Forse è questa la più grande utopia dell’uomo. Perché l’uomo rimuove l’idea della propria morte e vorrebbe, invece, essere immortale. Su questo», concluse, «ci sarebbe tanto da dire. Ma non voglio annoiarti e non voglio annoiare soprattutto il lettore».

«Già, il lettore… Bisogna tenerne conto. Allora concediamoci una pausa. Vado a vedere cosa sta preparando la zia per cena».

«Tu va’, io intanto ridò un’occhiata a Seneca. Uno che di tempo se ne intendeva…».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amendolara-28/05/2018: Un teatro della legalità nelle scuole del “Premio Pagano”.

COMUNICATO STAMPA

 

Amendolara. Un teatro della legalità nelle scuole del “Premio Pagano”.

Successo per workshop con attori

Hanno fatto rete attorno al teatro della legalità le scuole del territorio che hanno partecipato al Premio Pagano, giunto alla sesta edizione e istituito, ad Amendolara, in memoria del giudice Umberto Pagano. La manifestazione è organizzata dall’Associazione per lo Sviluppo dell’Alto Jonio, in collaborazione con l’Istituto Comprensivo di Amendolara – Oriolo – Roseto Capo Spulico e il patrocinio del Comune. Gli studenti sono diventati attori protagonisti di brevi videoclip, a tema libero, riguardanti i problemi più attuali della società civile: dalla Costituzione, spesso non rispettata nei suoi principi fondamentali, al bullismo e all’integrazione; dal giudizio facile verso gli altri al modello educativo di don Milani che raccoglieva i bambini dalla strada istruendoli.

Ipsia “Aletti” di Trebisacce; Istituto Comprensivo di Amendolara con la II A e II D della Secondaria di Primo Grado; Istituto Comprensivo di Taverna di Montalto Uffugo con la II C e la II A della Secondaria di Primo Grado; Scuola Secondaria di Primo Grado di Castrovillari con la II F; Liceo Scientifico dei Licei “San Nilo” di Rossano con la IV A, le scuole partecipanti al Premio, che quest’anno si è trasformato in una sorta di workshop senza un vincitore.

La proiezione dei lavori è avvenuta durante l’incontro, moderato dal giornalista e direttore di Paese24.it, Vincenzo La Camera, e tenutosi sabato mattina (26 maggio) presso l’agriturismo “La Lista” di Amendolara Marina. Hanno partecipato: Antonio Pagano, presidente dell’Associazione per Lo Sviluppo dell’Alto Jonio; Carmen Ambriani, dirigente scolastico Istituto Comprensivo di Amendolara – Oriolo – Roseto Capo Spulico; Antonello Ciminelli, sindaco di Amendolara; Vincenzo Diego, vicesindaco di Oriolo. Ospiti d’eccezione, i famosi attori Francesco Manetti, docente all’Accademia nazionale di Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma, e Paolo Briguglia, recentemente impegnato nella serie TV “Il cacciatore”, trasmessa su RaiDue, e noto, inoltre, al grande pubblico come il fratello di Peppino Impastato nel film “I cento passi”, nonché compagno di viaggio di Rocco Papaleo e Alessandro Gassman in “Basilicata coast to coast”.

«Il teatro – ha spiegato il consigliere parlamentare Pagano – è un’opportunità, uno strumento che consente di mettere a fuoco i valori di una comunità. Si oppone al silenzio, che spesso è ignoranza e omertà, contribuendo ad una consapevolezza del vivere civile e della formazione di una coscienza dello Stato».

«Sul valore educativo e civile del teatro, che riesce a coniugare creatività e rigore» si è soffermata anche la preside Ambriani, che ha parlato del ruolo della scuola «per la costruzione dell’essere, fondamentale per poter agire coerentemente». Il teatro, dunque, come «guida all’inclusione». Un Premio pensato e ideato per i giovani, perché – come ha detto il vicesindaco di Oriolo – «sono loro il futuro della nostra terra. E’ necessario – ha aggiunto Vincenzo Diego – creare le condizioni per sviluppare insieme il territorio, e tutelarne la storia, il patrimonio, la cultura. Attore principale della società è il cittadino».

A delineare, invece, la personalità del giudice Pagano, già presidente della Corte d’Assise di Bari e della Corte d’Appello di Lecce, per farla conoscere anche ai giovani presenti, il sindaco di Amendolara, Antonello Ciminelli. Umberto Pagano, a cui è intitolato il Premio, era un uomo che, nonostante i prestigiosi ruoli ricoperti, non si è mai piegato al potere, caratterizzandosi, sempre, per senso di giustizia e umiltà.

Con gli interventi degli attori Manetti e Briguglia, che, dopo i loro saluti, non si sono risparmiati nel rispondere alle domande più curiose degli studenti, si è entrati nel vivo della manifestazione. «La responsabilità più grande del teatro – secondo Manetti – è formare degli uomini. Alla messa in scena si arriva dopo un percorso, ed è questo ciò che conta. Il teatro è studio continuo, luogo d’incontro poiché costringe al compromesso, a mettere da parte le incomprensioni; unisce gli uomini per raccontare delle storie, fondamentali per una comunità. Ascoltare una storia provoca coraggio e consapevolezza». Manetti ha, poi, auspicato «un “Festival delle scuole”, all’insegna dei laboratori teatrali». Un progetto di collaborazione, dunque, a lungo termine. La sesta edizione del Premio Pagano porta in dote l’impegno delle istituzioni presenti e degli attori stessi di realizzare un teatro della legalità permanente nelle scuole, a partire dal prossimo anno scolastico.

Pensiero condiviso anche dall’attore Briguglia, il quale ha parlato di «un mestiere che ha poco a che fare con la notorietà, ma che è crescita, confronto, consapevolezza». E, in riferimento al linguaggio e all’espressività, ha aggiunto: «Se il teatro non parla a chi ha davanti, non parla». «Essere se stessi e fare un percorso di vita», il messaggio finale ai ragazzi, i quali, incuriositi, hanno dato prova del fatto che legalità sia nelle piccole cose.

Ufficio Stampa

Federica Grisolia

(Agenzia di Comunicazione Vincenzo La Camera – Paese24.it)

Amendolara-26/05/2018: “Il teatro della legalità”.

paolo briguglia

antonio pagano

COMUNICATO STAMPA

 

Amendolara, “Il teatro della legalità”.

Per il Premio Pagano studenti e attori a confronto

 

Amendolara si prepara a vivere anche quest’anno la giornata dedicata al Premio Pagano, appuntamento che da sei anni a questa parte si è ritagliato un posto tra le prime pagine dell’agenda del comprensorio e non solo. L’Associazione per lo Sviluppo dell’Alto Jonio ogni anno coinvolge gli istituti scolastici della provincia di Cosenza in un concorso legato ai valori della legalità e della partecipazione alla vita sociale, veri strumenti per una necessaria inversione di rotta. Sono attesi ad Amendolara, presso l’agriturismo La Lista, sabato 26 maggio dalle ore 10, l’IPSIA “Aletti” di Trebisacce; l’I.I.S. di Rossano con i licei classico, scientifico e artistico; l’Istituto Comprensivo di Taverna di Montalto Uffugo; la Scuola Media “De Nicola” di Castrovillari e l’Istituto Comprensivo di Amendolara che collabora con l’Associazione per lo Sviluppo dell’Alto Jonio nell’organizzazione del Premio, patrocinato dal Comune di Amendolara.

Il presidente dell’associazione, Antonio Pagano, consigliere parlamentare, coadiuvato dagli altri soci, ha puntato sin dall’inizio sulla crescita del Premio nel territorio dell’Alto Jonio, affidandogli un alto valore simbolico riconosciuto nel ruolo della scuola come palestra di buone pratiche di cittadinanza attiva. Il Premio è dedicato alla figura del giudice Umberto Pagano, originario proprio del “Paese delle mandorle”, persona dai riconosciuti valori e etici, umani e professionali. Ogni anno il Premio si interroga e interroga i ragazzi su tematiche attuali legate al mondo della scuola sempre lungo il fil rouge della legalità, portando ad Amendolara personaggi noti del panorama nazionale. Quest’anno la tematica risulta essere particolarmente affascinante soprattutto per le opportunità e le prospettive che potrebbe creare nel medio termine. I ragazzi per la sesta edizione del Premio parteciperanno sabato 26 maggio all’incontro dal titolo “Il teatro della legalità”. Gli studenti illustreranno  i lavori prodotti avendo la possibilità di conoscere e relazionarsi con due noti attori come Francesco Manetti, dell’Accademia nazionale di Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma e Paolo Briguglia, recentemente impegnato nella serie TV “Il cacciatore”, trasmessa da RaiDue, che ha raccontato il periodo immediatamente successivo alle stragi di Capaci e via D’Amelio, quando lo Stato seppe reagire all’attacco di Cosa Nostra arrestando spietati boss.

La prima parte della mattinata ospiterà un dibattito sulle reali possibilità di istituire presso le scuole del comprensorio un “teatro della legalità”. Ne discuteranno, moderati Vincenzo La Camera, giornalista e direttore di Paese24.it: Antonio Pagano, presidente A.S.A.I.; Carmen Ambriani, dirigente scolastico Istituto Comprensivo di Amendolara – Oriolo – Roseto Capo Spulico; Antonello Ciminelli, sindaco di Amendolara; gli attori Briguglia e Manetti, dirigenti scolastici e docenti. Successivamente gli studenti ospiti parteciperanno ad un workshop tenuto dai due attori sull’arte del teatro e le tecniche di recitazione.

 

Vincenzo La Camera, giornalista e ufficio stampa “Premio Pagano”

Amendolara-26/05/2018: Premio Pagano “Il Teatro della Legalità”

Amendolara-30/04/2018: Primo capitolo de:”Il cocchio alato del tempo”, un romanzo di Salvatore La Moglie

Salvatore La Moglie

 

Il cocchio alato del tempo, un romanzo di Salvatore La Moglie

Rubrica letteraria a cura di Salvatore La Moglie 

 

A partire da questo mese, la Redazione de La Palestra  ha deciso di proporre, a puntate, ai propri lettori,  il romanzo di Salvatore La Moglie  Il cocchio alato del tempo (Calabria Letteraria Editrice, 2000) che tanto successo ha avuto soprattutto nel mondo della scuola, dove il nostro Autore ha, tenuto numerosi incontri con gli studenti e gli insegnanti. Dopo quasi venti anni il libro è stato premiato in due concorsi letterari e questo dimostra che si tratta di un’opera che ha ancora qualcosa da dire.

Il libro è dedicato: A mio padre, figura indimenticabile. Ma anche a tutti i padri, in una società ormai senza padre e il frontespizio è arricchito da alcuni pensieri di grandi autori sul tema del tempo: «Una parte del tempo ci è strappata un’altra ci è sottratta, un’altra ci sfugge», Seneca; «Noi viviamo veramente solo una piccolo parte della nostra vita, tutto il resto, infatti, non è un vivere ma un passare il tempo», Seneca; «Il tempo fugge con la massima velocità… Mentre siamo intenti alle cose presenti, non ce ne accorgiamo, tanto lieve passa nella sua corsa precipitosa… Affrettati perciò a vivere… e considera ogni giorno come una vita intera», Seneca; «Fugge frattanto, fugge il tempo irrecuperabile», Virgilio; «Un dio vela con caliginosa notte l’irreparabile scorrere del tempo», Orazio; «Il tempo che divora tutto»; Ovidio; «Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo possa spendere», Teofrasto; «Vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede», Dante; «L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente», Leonardo; «Il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita stessa», Gramsci e, infine, Foscolo : «E quando il tempo con (le) sue fredde ale spazza fin le rovine…».

Insomma, si tratta di un romanzo-saggio ricco di riflessioni sulla vita e il mondo, la stupidità e la saggezza dell’uomo, ecc. avendo sempre presente il valore insostituibile della cultura, che deve essere il faro che deve guidare gli uomini nel cuore di tenebra del nostro complesso e difficile mondo in cui viviamo. Dunque, buona lettura con il primo capitolo.

 

«Questa immensa e folle ambizione di capire che porto in me… non potrebbe un giorno essere soddisfatta interamente, e di colpo?», J.L. Borges.

 

«Se vedi un uomo che ti dice quello che devi evitare, che cerca di correggere i tuoi difetti, un uomo intelligente, seguilo come se ti conducesse alla scoperta di un tesoro», Buddha.

 

Prima di entrare diedi due leggeri colpi con la nocca del dito medio della mano destra sulla porta color noce manganica. Sapevo che quando stava chiuso in mezzo ai suoi diecimila libri detestava essere distolto per cose che, in genere, si rivelavano quasi sempre futili e banali.

Con lui non ‘parlavo’ da anni, ormai. Un po’ perché non c’era stato tempo, un po’ perché non si era mai cercato – soprattutto da parte mia – un momento per mettere in piedi quel dialogo, quella comunicazione che ora desideravo più di ogni altra cosa. Si erano persi tanti anni senza un vero dialogo, senza che tra padre e figlio si dicessero le cose importanti della vita che il più giovane, il più inesperto vorrebbe sentire. Mi ero diplomato, poi avevo fatto il militare, infine avevo conseguito una laurea: tappe di vita e, quindi anni, tanti anni, trascorsi senza ‘parlare’. Adesso era venuto il momento: il momento di rompere il silenzio, il momento di porre fine a questa assenza di parola, il momento di porre fine a una situazione che era diventata normale. Occorreva uscire da questa normalità e occorreva pur prendere un’iniziativa. E toccava a me prenderla. Non tanto perché io fossi più giovane di lui ma quanto perché mi sentivo un po’ in colpa e, quindi, in dovere di farlo. Una volta – prima che io partissi per andare all’università – lui ci aveva provato a parlarmi: voleva darmi dei consigli, dei suggerimenti che potevano servirmi nella vita. Io, però, con l’orgoglio dei giovani che pensano di essere già abbastanza adulti da non avere bisogno di nessuno, io rifiutai di parlare con lui. Ricordo che ci restò molto male. Con la saggezza dei suoi settant’anni, mi disse: “Va bene… Quando crederai che il momento opportuno sia arrivato, bussa leggermente alla porta e ti sarà aperto. Sai dove trovarmi». Negli ultimi tempi avevo riflettuto spesso su queste parole e usare leggermente: non perché lui si disturbasse, ma per non disturbare i suoi cari interlocutori antichi e moderni. Il giorno importante era venuto. Stavo per entrare nel suo tempo e mi sembrava quasi profanarlo. Non vi nascondo che in quel momento, in quella giornata quasi calda di marzo, ero molto emozionato.

«Entra, entra pure», rispose con voce decisa.

«Posso?», domandai con una certa timidezza.

«Vieni, ragazzo mio. Entra. Siediti. Tu non mi disturbi mai, sappilo», rispose togliendosi gli occhiali dal naso e appoggiandoli sul grande tavolo sommerso di libri, riviste e giornali.

«Mi dispiace aver interrotto la tua lettura…», dissi una volta seduto sulla poltrona che stava alla destra del tavolo.

«Non preoccuparti, ero quasi alla fine. Tra poco mi sarei concessa una pausa», rispose con un mezzo sorriso e aggiunse: «Si ha bisogno di pause e non solo di riflessione».

Quell’uomo di settantacinque anni, quell’uomo che aveva mezzo secolo di vita e di esperienza più di me; quell’uomo alto e robusto, con i capelli ondulati ma ormai bianchi, con gli occhi castano chiari e un viso ancora bello per la sua età: quell’uomo era mio padre. Un uomo di vasta cultura, dotato di un’intelligenza e soprattutto di una lucidità non comuni. Di quest’uomo che aveva letto tanti libri, che ne aveva scritti anche alcuni senza mai pubblicarli (chissà perché… era una cosa che prima o poi gli avrei chiesto), di quest’uomo così solitario, che nella sua vita aveva trasmesso il sapere a tanti giovani che gli erano stati sempre grati e riconoscenti: di quest’uomo io avevo sempre rifiutato la parola, la sua saggia parola. Ora ero cambiato e mi ero avvicinato alla fonte. Avevo bisogno della sua saggezza e della lucidità. Avevo bisogno di mio padre. Ad un certo punto della nostra vita sentiamo il bisogno del padre.

«In cosa posso esserti utile?», mi domandò subito dopo con espressione seria.

«In tutto», gli risposi brevemente. Poi aggiunsi: «Papà, noi non abbiamo mai veramente parlato, non c’è stata la possibilità di avere un vero colloquio. Lo so, non è stata colpa tua: è stata colpa del mio orgoglio di ragazzo che, compiuti i diciotto anni, crede di sapere tutto del mondo e degli uomini. Ecco di cosa è stata la colpa…».

«Non fartene un cruccio, figlio mio. A tutto c’è rimedio e, del resto, come dicevano i latini, tutto ciò che è differito non è perduto».

«È vero, ma sono passati anni senza aver imparato niente da te. Invidio i tuoi ex alunni…», conclusi con una punta di amarezza.

«Non essere triste, Sandro, ne hai di tempo per imparare…», rispose con dolcezza.

«Lo so, ma il tempo passa… Oh, se il tempo si potesse fermare!…», dissi guardando attraverso la finestra che dava sulla strada.

«Il tempo… Già, il tempo…», ribatté con il tono di chi rimpiange. Subito aggiunse: «Sono vecchio, ormai. Non so quanto ancora mi resta da vivere… Eppure mi sembra di aver avuto vent’anni solo ieri…».

«Papà», dissi guardandolo bene negli occhi, «abbiamo perso tanto tempo senza parlare, senza conoscerci: ora bisogna recuperare».

«Recuperare il tempo perduto… Già…», disse e, dopo una brevissima pausa, aggiunse: «Sai, sto leggendo e rileggendo tutti gli autori che hanno parlato del tempo, di questo tiranno… Ma adesso non voglio parlarti del tempo. Del tempo sarebbe meglio non parlarne».

«Per noi due», dissi, «si tratta di recuperarlo per poter stabilire quel rapporto che io non ho fatto che sognare in questi ultimi mesi». Quindi, con tono serio continuai: «Ho letto parecchi libri, ho conseguito una laurea ma mi sembra di non sapere niente e di avere le idee poco chiare su tante cose importanti, decisive della vita. Questo mondo che marcia così velocemente, questo mondo che ha fatto tante scoperte e tanti progressi mi sembra che, sotto certi aspetti, sia più brutale e più crudele di mille anni fa. A volte mi sento confuso, disorientato, smarrito e la realtà mi spaventa. Mi sento insicuro ed incerto in un mondo che non sembra dare tante certezze. Non sai dove inizia la verità e dove finisce la menzogna. In tutto questo, la televisione e i giornali danno l’impressione di non fare niente o comunque poco per stabilire la verità e la chiarezza delle cose. Sembra che nessuno voglia più salvare il mondo… Io», conclusi, «voglio parlare di  tante cose. So che da te potrò avere le risposte a tutti i miei dubbi, e perciò non ti mollerò: ti voglio tutto per me!».

Mio padre mi osservò attentamente. Aveva ascoltato con interesse le parole che gli avevo appena dette e, attraverso il suo volto sereno, potevo capire che era contento. Era contento che finalmente mi ero deciso a parlare con lui della vita, dei valori, dei sentimenti, delle passioni… Era contento che – dopo aver educato non solo alla cultura ma anche ala vita centinaia di giovani – adesso poteva educare me, cioè il figlio, proprio colui che si era sempre, orgogliosamente e stupidamente (solo ora lo capivo!) sottratto e ribellato.

Dopo avermi guardato così profondamente, con un leggero sorriso sulle labbra, alla fine disse: «Quando incominciamo?».

Per un momento rimasi stupito. Non mi aspettavo che facesse quella proposta. Dopo un po’ risposi: «Domani mattina».

«Perché domani e non oggi? Se è vero che il tempo vola e tu vuoi bruciare le tappe… Come dice il Divino Poeta? Che perder tempo a chi più sa più spiace…».

«Va bene, papà. Allora ci rivediamo dopo pranzo. Ora esco e vado in edicola a comprare un po’ d’informazione».

«Vorrai dire ‘un po’ di disinformazione’?… Va bene, va’. Intanto finisco di rileggere Proust», ribatté e subito aggiunse: «Sai cosa diceva Proust?».

«No».

«Che la letteratura è la sola vita pienamente vissuta».

«È un pensiero molto bello e profondo, su cui meditare».

«Sì, su cui meditare».

Quindi uscii e andai dal giornalaio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amendolara-27/04/2018: NASCE IL DOLCE TIPICO DELL’ALTO JONIO LIMONE ROCCA, MANDORLA AMENDOLARA E ARANCIA TREBISACCE IDENTITÀ E SVILUPPO,SLOW FOOD SI COMPLIMENTA CON CIMINELLI

NASCE IL DOLCE TIPICO DELL’ALTO JONIO
LIMONE ROCCA, MANDORLA AMENDOLARA E ARANCIA TREBISACCE
IDENTITÀ E SVILUPPO,SLOW FOOD SI COMPLIMENTA CON CIMINELLI

AMENDOLARA (Cs), Venerdì 27 Aprile 2018 – Il tema della sovranità alimentare era e deve continuare ad essere inteso come progetto politico e pedagogico che le istituzioni in primis devono saper promuovere dal basso, a partire dalle radici del tessuto sociale e culturale del territorio in cui insistono ed esistono quelle produzioni tradizionali, autentiche e stagionali, capaci di rappresentare la chiave per lo sviluppo eco-sostenibile e durevole. Puntare sulle risorse autoctone e promuoverne innanzitutto la conoscenza nei cittadini, significa preparare il futuro e garantire la sopravvivenza delle comunità. Soprattutto quelle dell’entroterra.

È quanto ribadisce il COMITATO di Condotta POLLINO SIBARITIDE ARBERIA, complimentandosi con il Sindaco di AMENDOLARA Antonello CIMINELLI che, nel solco di una sensibilità che lo ha distinto in questi anni in tema di politiche dei turismi, tutela dell’ambiente e, in particolare del mare, nella promozione culturale, dei marcatori identitari distintivi e dell’enogastronomia d’eccellenza, coinvolgendo anche i Sindaci di TREBISACCE e ROCCA IMPERIALE per un’ulteriore, preziosa iniziativa di marketing territoriale. L’Esecutivo CIMINELLI pone al centro dell’agenda politica ed istituzionale territoriale, non solo del Paese della Secca, la valorizzazione culturale ed economica della MANDORLA, dal quale deriva il nome stesso di AMENDOLARA.

Domani, SABATO 28 nel corso di un consiglio comunale congiunto, ospitato alle ORE 11 nel CASTELLO del centro storico, le tre Amministrazioni ufficializzeranno e battezzeranno la ricetta del DOLCE TIPICO DELL’ALTO JONIO. Tre gli ingredienti principe: la mandorla di AMENDOLARA, il limone di ROCCA IMPERIALE e l’arancio Biondo Tardivo di TREBISACCE.

Durante l’Assise civica, alla quale presenzieranno i tre Sindaci Antonello CIMINELLI, Giuseppe RANÙ e Francesco MUNDO sarà consegnata una targa di riconoscimento al Bar O’ BABBÀ di CORIGLIANO ROSSANO che ha realizzato il DOLCE TIPICO DELL’ALTO JONIO. L’evento è promosso in collaborazione con il Convivium che sarà rappresentato dal responsabile Presìdi della Condotta Giuseppe GATTO e l’azienda di vini ed olio di agricoltura biologica TROIANO che proporrà il vino OGIGIA CALABRIA IGT Bianco che accompagnerà la degustazione del dolce. Verrà, inoltre, conferita la cittadinanza onoraria all’ex Sindaco di CERANO (NO) Gaetano QUAGLIA ed al cittadino Mario UBEZZI, in occasione dell’undicesimo anniversario dal gemellaggio tra la città piemontese ed AMENDOLARA. Alle ORE 21, si potrà assistere all’accensione del falò nel Centro Storico.

599esima edizione della festa in onore di San Vincenzo FERRERI. Il Paese della Secca si prepara a rivivere uno degli eventi più suggestivi e storicizzati di tutto il Sud Italia. Quella del 2018 farà da apripista ai festeggiamenti solenni previsti per il prossimo anno, in occasione del seicentesimo anniversario dalla morte del Santo Patrono. I PUNTILL, vere e proprie barriere umane che si formano tra le vie del Centro Storico e che si arrestano al cospetto dei fucarazzi, animeranno le vie del Borgo fino all’alba, coinvolgendo cittadini, visitatori e curiosi che, DOMENICA 29, arriveranno da tutto l’Alto Jonio. – I festeggiamenti sono organizzati dalla PARROCCHIA S.MARGHERITA in collaborazione con l’Amministrazione Comunale. DOMENICA 29 nel Convento dei DOMENICANI, alle ORE 11, sarà celebrata la Santa Messa Solenne. Alle ORE 21 nell’Auditorium Enrico CAPPA andrà in scena la commedia dialettale AH SI NASCER DA NUV scritta da Filomena PRESTA e curata dall’associazione LIBERA DIAMOCI UNA MANO. Chiuderà i festeggiamenti l’estrazione della riffa. – (Fonte: Lenin MONTESANTO – Comunicazione & Lobbying – 345.9401195).

Amendolara-21/04/2018: E’ uscito il libro “Hanno rapito Moro!” di Salvatore La Moglie

Salvatore La Moglie

 

INTRODUZIONE

 

Questo breve lavoro (che, in verità, non è che la minima parte di un progetto ben più ampio) vuol essere il ricordo della tragedia vissuta da Aldo Moro e da un intero paese nel racconto di un solo giorno. Dunque, sottoforma di diario, si vuol proporre al lettore la narrazione di quel tragico giovedì nero della Repubblica, ovvero di quello che successe il 16 marzo del 1978, con una sorta di scommessa: riuscire a dare un’idea della complessità del caso Moro, di cosa fu l’operazione via Fani a un signore anziano che i 55 giorni visse e a un ra- gazzo che non sa neppure chi è Aldo Moro attraverso il solo resoconto di una giornata che certamente fu particolare e de- stinata a costituire uno spartiacque nella storia del nostro paese. Ebbene, crediamo di esserci riusciti. Comunque, il let- tore lo potrà constatare da sè.

Quella di Moro, presidente della Democrazia Cristiana, che il 16 marzo del 1978 stava per recarsi in Parlamento per votare il nuovo ministero Andreotti che vedeva per la prima volta, dopo trent’anni, la presenza del PCI nell’area del go- verno, anche se solo nella maggioranza parlamentare, fu una vicenda così importante che può essere definita non solo un gigantesco giallo ma una vera e propria metafora del nostro paese, del suo destino politico.

Sono passati quarant’anni dalla strage di via Fani e dal rapimento e poi dall’assassinio di Aldo Moro. Sembra ieri e sembra un secolo fa. Sono stati i 55 giorni più lunghi e oscuri della nostra Repubblica (che, come ha scritto il giudice Fer- dinando Imposimato, hanno cambiato l’Italia) e su quel 16 marzo dell’indimenticabile 1978 ancora non si è riusciti a scoprire in maniera definitiva cosa sia davvero accaduto, o meglio si dovrebbe dire cosa è stato fatto accadere da qual-

 

cuno, e tuttora non è stato possibile smascherare i veri man- danti. Certo, oggi, dopo più di una rivelazione sullo zampi- no dei servizi segreti stranieri e nostrani (i cui vertici, all’epoca, erano quasi tutti iscritti alla P2 di Licio Gelli), sulla presenza in via Fani di uomini della ‘ndrangheta calabrese (Antonio Nirta e Giustino De Vuono) e dopo i più recenti risultati della nuova Commissione d’inchiesta sul caso Moro (guidata da politici seri come Giuseppe Fioroni e Gero Grassi, il quale ho avuto la fortuna di conoscere in uno dei suoi tour sul caso Moro) continuare a credere alle convergenti verità dei brigatisti e di Cossiga (l’allora ministro degli Inter- ni e, qualche anno più tardi, Capo dello Stato) appare, fran- camente, sempre più difficile e impossibile. Potremmo forse concludere con Antonio Ferrari, autore del libro Il segreto (Chiarelettere, 2017) che l’affare Moro fu una grande porcheria internazionale.

Sono stati tanti gli anni in cui siamo stati costretti a fare dietrologia, a pensare a cosa c’è stato dietro, a meno di non vo- ler accettare la verità di Stato (la verità dicibile…), quella di Cossiga, soprattutto, e quella omologa dei terroristi Moretti, Morucci e Faranda (si veda il famoso e soprattutto fumoso Memoriale Morucci-Faranda messo in piedi con l’aiuto del giornalista del Popolo Remigio Cavedon e dato in pasto agli italiani come la verità rivelata…) secondo cui via Fani fu un’operazione tutta brigatista, di brigatisti puri e duri che sognavano la Rivoluzione comunista, ecc. ecc.

La verità o comunque qualcosa che è vicina ad essa è che in via Fani, il 16 marzo, c’erano almeno venti killer, di cui alcuni della mafia calabrese (espertissimi nell’arte di uccidere i propri simili con spietatezza, come Giustino De Vuono), uomini dei servizi segreti, gladiatori (quelli, cioè, della struttu- ra segreta denominata Gladio) non solo nostrani, e anche al- cuni brigatisti, messi lì a fare da copertura con la sigla, con il

 

marchio Brigate Rosse, marchio che i terroristi sotto processo a Torino, cioè i Curcio e i Franceschini, confermarono dal carcere, avallando in tal modo un atroce e infame massacro, un infame delitto politico. In un bel libro del 1984, Operazio- ne Moro, Giuseppe Zupo e Vincenzo Marini Recchia, scrive- vano, nelle pagine iniziali, che: “A via Fani, il grosso del massacro l’ha fatto la mafia. Ma nessuno deve saperlo”.

La parola pacata, razionale, lucida, chiara e decisa di Mo- ro che, verso la fine, si espresse sempre più in un urlo dispe- rato e impotente fino al rassegnato tutto è inutile quando non si vuole aprire la porta, la sua parola non la si volle ascoltare, la si bollò subito, cioè già prima che giungesse un suo scritto dal carcere, come moralmente a lui non ascrivibile, come, cioè, priva di ogni valore e, praticamente, quella di un vile o di un paz- zo da interdire. E, quindi, per evitare la trattativa, screditare Moro era l’operazione-montatura che occorreva mettere in piedi e che fu portata avanti, di conserva (anche questa volta in strana quanto perfetta convergenza parallela) dalla classe po- litica e dalla maggiorparte dei mezzi di comunicazione, tutti attestati sulla inerte e inconcludente linea della fermezza che condannava Moro a morte certa.

Il leader democristiano non fu nè vile nè tantomeno paz- zo e neppure affetto dalla sindrome di Stoccolma, come si ripe- teva allora da più parti, cioè in piena e incomprensibile sin- tonia-empatia collaborativa con i terroristi fino a farne pro- prie le richieste e farsene portavoce. I vili e i pazzi erano ben altri… La verità è che il Moro del carcere non solo si è con- fermato l’uomo politico più lucido d’Italia ma è probabil- mente il Moro più autentico, più vero e più umano che si sia conosciuto fino allora e quello che, di fronte alla terribile morte incombente, ha deciso di dire la verità, magari la sua verità, e di dirla fino in fondo, quasi come a voler lasciare un testamento politico, morale e umano agli italiani.

 

La posta in gioco, in quel lontano e terribile 1978, era al- ta, anzi altissima, tanto che Giovanni Spadolini, storico e senatore repubblicano, definì, in quei tristissimi giorni, colpo di Stato freddo quello di via Fani e fu tra i primi a dire che, dopo quello che è accaduto, nulla sarà più come prima del 16 marzo.

Certamente il corpo di Moro rannicchiato nel bagagliaio della Renault 4 rosso-amaranto sembra l’immagine dello Sti- vale, è, insomma, una metafora: in quella Renault c’è l’Italia prigioniera e vittima di un pesante ricatto politico di altissi- mo livello, tanto da scegliere come luogo una via – via Cae- tani – a due passi dalle sedi della DC e del PCI, e non una mera beffarda simbologia scaturita dalla fervida immagina- zione dei brigatisti. Il leader democristiano è un cadavere eccel- lente che deve costituire un monito per chiunque voglia di- sobbedire e opporsi alla ferrea logica di Yalta, alla logica dei Bloc- chi contrapposti che Moro cercò coraggiosamente di superare con anticipo di anni, volendo difendere in tal modo la no- stra dignità e sovranità nazionale, che i nostri alleati preferi- vano limitata e sottoposta a controllo. Insomma, la DC di Moro (che in quegli anni viveva una profonda crisi) e Moro stesso apparivano sempre meno come il partito americano che garantisce l’Alleato USA ora e sempre in merito al problema del comunismo e della superfedeltà atlantica, e anche se il PCI di Berlinguer (l’anomalia italiana…) mostrava sempre più di essere affidabile e legittimabile come partito democratico e forza di governo, per gli alleati americani ed europei (so- prattutto inglesi, tedeschi e francesi) non bastava e, pertan- to, bisognava fermare Moro. E qualcuno lo fermò, per sempre. E dunque: missione compiuta! L’ennesima operazione Gattopardo era riuscita, il caso italiano era risolto una volta per tutte e il PCI si ritrovò, dopo neppure un anno, nuovamente ricaccia- to all’opposizione. Gli anni della solidarietà e dell’unità na-

 

zionale si sarebbero chiusi nel 1979, poi si sarebbe ritornato all’Italia di prima cancellando con un violento colpo di spu- gna la possibilità di un’Italia diversa che era nella visione del lungimirante Moro, il quale, in verità, era nel mirino da anni per la sua politica di apertura a sinistra. Lo si voleva eliminare già ai tempi del centrosinistra, a metà degli anni ’60, preci- samente nel 1964, secondo quanto rivelò Mino Pecorelli sul finire del 1967 nel suo periodico Il Nuovo Mondo d’Oggi. Non solo, ma, dieci anni dopo, Moro fu salvato dalla strage del treno Italicus del 4 agosto del 1974, sul quale era salito: fu fatto scendere da alcuni uomini dei nostri servizi col pretesto di firmare importanti documenti e gli fu evitata una morte violentissima. Qualcuno, evidentemente, volle salvarlo ma, soprattutto, lanciargli un avvertimento: se noi vogliamo, possia- mo eliminarti quando vogliamo. Questo qualcuno erano gli stessi uomini degli eterni servizi segreti deviati e paralleli, già esperti in più di una strage diretta a bloccare la situazione politica e a far arretrare di decenni la sinistra, i sindacati e il movimen- to dei lavoratori. Erano gli uomini, i gladiatori dei golpes mi- nacciati per realizzare le ennesime operazioni di blindatura del Sistema nell’ambito della ferrea logica di Yalta.

Ma perché ancora oggi, dopo 40 anni e dopo i conside- revoli risultati della seconda Commissione Moro si pensa sempre in termini di chi c’era dietro? Innanzitutto, perché tut- tora – come per tante altre orribili stragi e delitti politici del nostro paese – non esiste una verità definitiva e soddisfa- cente sull’affare Moro. Tante cose sono ancora destinate a re- stare misteri e/o segreti, come per es., le borse di Moro, in alcune delle quali il leader democristiano portava documenti riservati, e, soprattutto, il Memoriale (che Miguel Gotor ha giustamente definito della Repubblica) che, a noi mortali, è stato dato di conoscere solo in forma censurata. Tanti sono i puntini di sospensione, gli omissis (operati da chi?) nella

 

narrazione di Moro, il quale chissà cosa aveva scritto a futu- ra memoria degli smemorati italiani… Non lo sapremo for- se mai, ma c’è chi ha letto, c’è chi ha censurato, c’è chi ha avuto tra le mani e c’è chi sa dove è custodito il testo com- pleto del Memoriale. E poi ci sono tanti altri misteri destinati probabilmente a restare tali, come i veri prigionieri e le vere prigioni in cui fu tenuto Moro; il ruolo dell’inquietante bar Olivetti della scena della strage (frequentato da mafiosi e da personaggi da servizio segreto, con i relativi illeciti traffici); il ruolo del Vaticano come il ruolo che svolse, durante il se- questro del leader democristiano, l’esperto americano nonché già uomo di fiducia di Henry Kissinger, Steve Pieczenik, lo psichiatra-agente-della-Cia che collaborò con il comitato di cri- si, o dei tecnici che dir si voglia, messo in piedi da Cossiga al Viminale per affrontare la cosiddetta sfida delle BR allo Stato e che, per sua stessa ammissione, si adoperò affinchè i brigati- sti uccidessero il prigioniero. Importante, ha riferito più di una volta il terroristologo americano, non era la vita di Moro perché nessun uomo politico è indispensabile alla sopravvi- venza dello Stato-nazione, ma la stabilizzazione dell’Italia. E, dunque, fingere di destabilizzare il nostro paese ma, nei fatti, operare in modo da stabilizzarlo in senso conservatore, in direzione dello status quo e, quindi, della ferrea logica di Yal- ta: destabilizzare per stabilizzare

Si pensi, poi, che una fonte palestinese, proveniente da Beirut, datata 18 febbraio 1978, aveva fatto sapere che, in Italia, era in preparazione un grave attentato. Informazione che il ministero degli Interni, guidato da Cossiga, e i vertici dei nostri servizi segreti finsero di non aver visto, letto e udito. Più di un servizio e più di un paese sapeva che in Italia sarebbe accaduto qualcosa di grave contro un’alta personali- tà politica (cioè Moro…), ma non si fece nulla per protegge- re questa personalità: la si lasciò scoperta e la scorta (senza

 

auto blindate!…) mandata al macello. Tante furono le omis- sioni, le deficienze e anche le colpevoli complicità di molti ad altissimo livello politico e istituzionale (la magistratura, le forze dell’ordine, i vertici politici, ecc.) e queste sono cose che la Commissione Fioroni ha fatto emergere come una sorta di atto d’accusa, ma che anche allora apparivano così lampanti ed evidenti ma la vulgata era che le nostre forze dell’ordine, di fronte al mostruoso ed efficientissimo eserci- to brigatista (quattro gatti…) erano inefficienti, che i nostri ser- vizi erano stati smantellati dalla solita sinistra che punta il di- to contro i suoi vertici deviati e che le BR avevano infiltrati e complici un po’ dappertutto e anche in ministeri-chiave per non parlare dei fiancheggiatori e simpatizzanti della Nuova Sini- stra (la famosa aerea contigua o di consenso, il famoso brodo di coltura…) che, dunque, diventava facile da criminalizzare, perseguire e reprimere al fine di smantellarla una volta per tutte. In verità, ben altri e ad altissimo livello, erano i fian- cheggiatori e i simpatizzanti del partito armato… E, pertanto, alle conclusioni dietrologiche, complottistiche o se si vuole alla conclusione che il caso Moro non fu un evento rivoluzionario operato per attuare la giustizia proletaria attraverso il processo a una classe politica di cui Moro era ritenuto il massimo rappresentante e il massimo responsabile, è pervenuta la Commissione, la cui relazione finale di Fioroni (dicembre 2017) afferma che il lavoro non è esaustivo ma che si sono fatti significativi passi in direzione della verità, cioè di quella indicibile per il Paese. E, dunque, la verità sull’affaire non è totale, è in parte avvolta nel mistero e si potrebbe dire con Pasolini che: Io so, ma non ho [tutte] le prove

Le domande, i dubbi e i sospetti sono, dunque, tuttora tanti ma la domanda delle domande è: chi ha veramente vo- luto i 55 giorni, cioè fare un finto processo a Moro e alla DC e tenere in scacco e sotto ricatto un’intera nazione? Quando

 

il prigioniero scriveva, in codice, di trovarsi sotto un dominio pieno e incontrollato, voleva dire non quello dei brigatisti, ma di chi stava loro dietro, di chi li lasciava fare, di chi li usava come pedine e utili idioti e, dunque, Moro cercava di dirci che lui era tenuto nell’appartamento di un grande complesso di abi- tazioni che sfuggiva al controllo delle forze dell’ordine, pro- prio perché godeva, di fatto, dell’extraterritorialità, dell’extragiurisdizionalità o che, comunque, era coperto dai servizi segreti piduisti.

In verità, una domanda da porsi è anche questa: perché Moro non è stato ucciso in via Fani, insieme ai cinque uomi- ni della scorta? Evidentemente, chi progettò la strage e poi i 55 giorni di prigionia aveva come obiettivo principale non so- lo di umiliare e distruggere politicamente e poi fisicamente il futuro Presidente della Repubblica ma, allo stesso tempo, quello di tenere prigioniera e sotto pesantissimo ricatto non solo un’intera classe politica (non molto amata dalla mag- giorparte degli italiani) ma soprattutto un intero Paese.

I brigatisti non erano mere schegge impazzite, come si diceva allora, ma dietro c’erano quelli che a me piace definire brigati- sti senza mitra o con altre armi, questi più pericolosi dei primi in quanto rappresentavano il livello politico-istituzionale- lobbistico più occulto dell’attacco alla Repubblica democra- tica nata dalla Resistenza. Di questo livello superiore, occulto e insospettabile del brigatismo (quello in doppiopetto…), fatto di uomini politici ultraconservatori ma anche di gruppi di potere reazionari parlò, nel mese di aprile del 1978, sul pe- riodico Il Mensile, Ruggero Orfei, intellettuale anomalo della sinistra democristiana. Solo pochissimi giornali (l’Avanti! più ampiamente) ripresero la sua impressionante e inquietante analisi. Dunque, Orfei, parlava delle BR e del partito armato in genere, cioè quello fatto di tante sigle, come di una struttura di servizio agli ordini di un uomo politico o di un gruppo di poli-

 

tici, o anche di un gruppo di potere, una specie di potentis- sima lobby, una sorta di superpartito, che aveva come disegno quello di cambiare le regole del gioco, cambiare il paese in senso reazionario, anticomunista, antisindacale e antipopola- re. Egli parlava di gruppi di potere che si sentivano minacciati nei loro interessi, privilegi e “principi” politici e, quindi, dell’esistenza di un “partito eversivo” legale che si serve del “partito eversivo armato” che esegue gli ordini ricevuti. Il pensiero non può che andare alla Loggia P2 di Licio Gelli e al suo famigera- to Piano di rinascita nazionale.

Chi come Raniero La Valle scrisse allora, sulle colonne di Paese Sera, che in via Fani era avvenuta una Caporetto e, in- somma, una vergogna nazionale che non poteva essere lavata con la via facile di un’assurda e inerte linea della fermezza, non si sbagliava perchè non era certo con il sangue di Moro che si sarebbe salvato uno Stato per il quale la DC al potere da più di trent’anni non aveva mai avuto il senso, se non il senso del potere fine a se stesso, tanto da averlo occupato e gestito an- che con tanti scandali, malaffare e normale convivenza con le mafie. Durante il caso Moro la DC scoprì, improvvisamen- te, il senso dello Stato e delle sue istituzioni e decise, già il 16 marzo, che questo Stato (così, giustamente, lo definiva allora l’estrema sinistra) non si sarebbe piegato al ricatto delle BR e che per salvare se stesso avrebbe sacrificato l’uomo che si prevedeva essere destinato a diventare il nuovo presidente della Repubblica dopo il non esaltante mandato di Giovanni Leone. E così l’Italia dei guelfi e ghibellini si divise in falchi e co- lombe, in partito della fermezza e partito della trattativa. La DC- Governo-Stato respingeva il cosiddetto attacco al cuore dello Stato in nome della fredda ragion di Stato ma anche della ragion di partito, mostrando la propria inutile durezza e di avere un cuore così freddo da sacrificare il suo più prestigioso leader in nome della conservazione e della continuità del proprio

 

potere e, allo stesso tempo, in nome della logica della sovranità limitata che, forse, impose il male minore dell’auto-golpe per evitare il peggio, cioè uno scenario di tipo cileno, simile a quello che si ebbe con Allende nel 1973. Il tutto, natural- mente, nel più completo accordo tra le due Superpotenze e con reciproci vantaggi. Si pensi che, nell’annus horribilis del 1978, proprio durante i 55 giorni, l’America rinunciò alla spa- ventosa bomba N (ai neutroni), tanto osteggiata dall’URSS, e che chiuse un occhio sul colpo di Stato filosovietico in Af- ghanistan dove, di lì a poco, Mosca l’avrebbe fatta da padro- na per poi doversene scappare nel 1989.

In effetti, tra i tanti perché e i tanti dubbi dell’affaire Moro c’è, tra i principali, questo: chi volle impedire a Moro (che già nel 1971 era stato un papabile) di diventare il naturale successore di Leone alla Presidenza della Repubblica? Per- ché, certo, da quello scranno, Moro sarebbe stato l’autorevolissimo garante dei futuri governi basati sull’accordo tra DC e PCI. E questo, secondo una certa logica, andava assolutamente impedito.

La verità è che chi aveva progettato l’operazione via Fani aveva progettato tutto, fin nei minimi particolari, e quella che viene fatta a partire dal 16 marzo sembra la cronaca di una morte annunciata e certo, Moro, pur sperando fino alla fine nella salvezza, aveva intuito che dallo pseudo carcere del popo- lo, dopo uno pseudo-processo, non sarebbe uscito vivo. E, così, a Moro fu imposta una crudele legge del contrappasso per analogia e costretto a vivere il suo inferno su questa terra proprio quando avrebbe dovuto godere del trionfo politico prima con l’operazione del nuovo governo con il PCI nella maggioranza parlamentare e poi con l’elezione a Presidente della Repubblica con i pieni voti dei comunisti. Il contrappasso consiste in questo: come per 55 giorni Moro aveva strenua- mente lavorato per mettere in piedi il primo governo con i

 

comunisti dopo il 1947, così per 55 giorni avrebbe dovuto patire ed essere umiliato per poi venir assassinato e deposto come un oggetto, come una cosa dentro al bagagliaio di una Renault 4 rosso-amaranto, simbolicamente, tra le sedi del PCI e della DC…

La coraggiosa svolta di Moro diretta alla piena legittima- zione del PCI, che viaggiava insieme a quella della difesa del- la sovranità e della dignità nazionali nei confronti degli alleati americani ed europei, non poteva essere tollerata dagli am- bienti e dai settori più conservatori e reazionari del nostro paese. Moro era troppo in avanti con le idee, stava antici- pando la caduta del Muro di Berlino e, pertanto, per la sua hybris, per aver oltrepassato i limiti invalicabili e, insomma, per il suo senso di sfida avrebbe pagato un prezzo altissimo e sareb- be stato costretto a bere il calice amaro (come, una volta, pa- recchi anni prima, si trovò a dire) fino alla feccia. Le idi di mar- zo erano giunte anche per l’uomo che possedeva il senso del timone unito a un’estrema lucidità e intelligenza delle cose. Qualità che mostrò anche durante la prigionia, senza però es- sere compreso da una classe politica che sembrava essere diventata orribilmente ottusa e mediocremente arroccata sulla inerte e inconcludente linea della fermezza e del discredito di Moro, cioè della parallela negazione di ogni valore alle pa- role del leader democristiano al solo fine di negare una trat- tativa che l’avrebbe salvato.

Dopo quasi quarant’anni da via Fani, risultano, purtrop- po, ancora attuali le parole del Capo dello Stato, Sergio Mat- tarella che, il 24 febbraio del 2017, ha detto che sulla tragica fine di Moro è ancora necessario diradare zone d’ombra. E questo conferma che sull’affaire non tutto è chiaro e che il caso resta aperto non solo e non tanto per la verità giudiziaria ma per quella politica: dopo 40 anni manca ancora, da parte di una classe politica che ha sempre cercato di rimuovere, di dimenti-

 

care l’ingombrante affaire Moro, la volontà e il coraggio mora- le e politico di cercare la verità e di dirla al paese. Verità che andrebbe detta anche su tutti gli altri delitti, misteri e segreti della Repubblica. La Commissione guidata dall’on. Fioroni ha fatto tutto quel che ha potuto ed è incredibile come quasi tutta la stampa abbia fatto calare una inspiegabile pesante cortina di silenzio sugli esiti dei lavori anche nel quarantesi- mo anniversario del tragico evento. È la conferma che si preferisce, ancora una volta, rimuovere il caso Moro ed è stato amaro vedere che nei documentari televisivi si è dato molto spazio ai brigatisti Morucci-Faranda-Moretti-Gallinari che hanno confermato le loro versioni di sempre, che non dico- no nulla sulla vera verità del caso Moro.

In conclusione, la figura di Moro e i 55 giorni sono una vera e propria metafora, anzi un’allegoria dell’Italia e del suo destino storico-politico, e cioè come in Moro e in quei tragi- ci giorni ci siano racchiusi tanta storia e come il tutto finisca per essere una straordinaria sintesi, uno spaccato della civiltà italiana (nell’aspetto storico, politico, sociale e culturale) so- prattutto di quella del secondo dopoguerra. Inoltre, il caso Moro non è semplicemente un fatto del 1978 e basta, non ha solo cambiato le sorti politiche del paese nel breve periodo ma anche nel medio e lungo periodo. Il caso Moro costituisce un vero e proprio spartiacque nella storia del nostro Paese e una ferita tuttora non risarcita. Senza il caso Moro, probabil- mente, non ci sarebbe stato il craxismo, non ci sarebbe stata Tangentopoli e forse neppure tutto quel che è venuto dopo: chissà come sarebbe stata l’Italia di Moro e Berlinguer! Cer- tamente migliore di quella che è stata dopo via Fani, quando la Prima Repubblica era praticamente morta con l’anatema di Moro contro la Dc e i democristiani che non lo avevano sa- puto o voluto salvare (il mio sangue ricadrà su di voi), mentre il suo fantasma chiedeva e continua a chiedere che sia fatta

 

giustizia e verità. Una giustizia e una verità che forse solo la letteratura – alla quale attribuisco l’arduo compito di ristabi- lirle facendole trionfare – può rendere a Moro e alle altre vittime di quell’oscuro 1978.

Al lettore affido queste pagine scritte per non dimentica- re. Per non dimenticare le tante vittime, le tante vite coin- volte in una vicenda terribile sia durante che dopo i 55 giorni e per non dimenticare il caso di un uomo che fu brutalmen- te eliminato dalla scena politica perché divenuto troppo scomodo e sul quale le classi dirigenti del nostro paese han- no preferito far prevalere l’oblio piuttosto che una ardua ma illuminante riflessione che avrebbe certo anche tolto qual- che scrupolo di coscienza. E questo perché l’operazione verità, cioè affrontare il caso Moro fino in fondo, con tutto quel che implica politicamente, fa tuttora paura, proprio perché tocca le coscienze (non solo quelle degli uomini politici) e, allora, forse è meglio che sull’affaire non venga fatta piena luce. Perché fare piena luce potrebbe rivelarsi rischioso se non pericoloso e, dunque, è meglio che tutto continui con un annuale innocuo omaggio e ricordo delle vittime di via Fani, magari con qualche brigatista (come Barbara Balzerani, per. es.) che si permette di fare ironia sui noiosi fasti del quaran- tennale e di sbeffeggiare le vittime del terrorismo che per me- stierefanno le vittime.

 

Salvatore La Moglie