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Amendolara-26/05/2018: Premio Pagano “Il Teatro della Legalità”

Amendolara-30/04/2018: Primo capitolo de:”Il cocchio alato del tempo”, un romanzo di Salvatore La Moglie

Salvatore La Moglie

 

Il cocchio alato del tempo, un romanzo di Salvatore La Moglie

Rubrica letteraria a cura di Salvatore La Moglie 

 

A partire da questo mese, la Redazione de La Palestra  ha deciso di proporre, a puntate, ai propri lettori,  il romanzo di Salvatore La Moglie  Il cocchio alato del tempo (Calabria Letteraria Editrice, 2000) che tanto successo ha avuto soprattutto nel mondo della scuola, dove il nostro Autore ha, tenuto numerosi incontri con gli studenti e gli insegnanti. Dopo quasi venti anni il libro è stato premiato in due concorsi letterari e questo dimostra che si tratta di un’opera che ha ancora qualcosa da dire.

Il libro è dedicato: A mio padre, figura indimenticabile. Ma anche a tutti i padri, in una società ormai senza padre e il frontespizio è arricchito da alcuni pensieri di grandi autori sul tema del tempo: «Una parte del tempo ci è strappata un’altra ci è sottratta, un’altra ci sfugge», Seneca; «Noi viviamo veramente solo una piccolo parte della nostra vita, tutto il resto, infatti, non è un vivere ma un passare il tempo», Seneca; «Il tempo fugge con la massima velocità… Mentre siamo intenti alle cose presenti, non ce ne accorgiamo, tanto lieve passa nella sua corsa precipitosa… Affrettati perciò a vivere… e considera ogni giorno come una vita intera», Seneca; «Fugge frattanto, fugge il tempo irrecuperabile», Virgilio; «Un dio vela con caliginosa notte l’irreparabile scorrere del tempo», Orazio; «Il tempo che divora tutto»; Ovidio; «Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo possa spendere», Teofrasto; «Vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede», Dante; «L’acqua che tocchi de’ fiumi è l’ultima di quella che andò e la prima di quella che viene. Così il tempo presente», Leonardo; «Il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita stessa», Gramsci e, infine, Foscolo : «E quando il tempo con (le) sue fredde ale spazza fin le rovine…».

Insomma, si tratta di un romanzo-saggio ricco di riflessioni sulla vita e il mondo, la stupidità e la saggezza dell’uomo, ecc. avendo sempre presente il valore insostituibile della cultura, che deve essere il faro che deve guidare gli uomini nel cuore di tenebra del nostro complesso e difficile mondo in cui viviamo. Dunque, buona lettura con il primo capitolo.

 

«Questa immensa e folle ambizione di capire che porto in me… non potrebbe un giorno essere soddisfatta interamente, e di colpo?», J.L. Borges.

 

«Se vedi un uomo che ti dice quello che devi evitare, che cerca di correggere i tuoi difetti, un uomo intelligente, seguilo come se ti conducesse alla scoperta di un tesoro», Buddha.

 

Prima di entrare diedi due leggeri colpi con la nocca del dito medio della mano destra sulla porta color noce manganica. Sapevo che quando stava chiuso in mezzo ai suoi diecimila libri detestava essere distolto per cose che, in genere, si rivelavano quasi sempre futili e banali.

Con lui non ‘parlavo’ da anni, ormai. Un po’ perché non c’era stato tempo, un po’ perché non si era mai cercato – soprattutto da parte mia – un momento per mettere in piedi quel dialogo, quella comunicazione che ora desideravo più di ogni altra cosa. Si erano persi tanti anni senza un vero dialogo, senza che tra padre e figlio si dicessero le cose importanti della vita che il più giovane, il più inesperto vorrebbe sentire. Mi ero diplomato, poi avevo fatto il militare, infine avevo conseguito una laurea: tappe di vita e, quindi anni, tanti anni, trascorsi senza ‘parlare’. Adesso era venuto il momento: il momento di rompere il silenzio, il momento di porre fine a questa assenza di parola, il momento di porre fine a una situazione che era diventata normale. Occorreva uscire da questa normalità e occorreva pur prendere un’iniziativa. E toccava a me prenderla. Non tanto perché io fossi più giovane di lui ma quanto perché mi sentivo un po’ in colpa e, quindi, in dovere di farlo. Una volta – prima che io partissi per andare all’università – lui ci aveva provato a parlarmi: voleva darmi dei consigli, dei suggerimenti che potevano servirmi nella vita. Io, però, con l’orgoglio dei giovani che pensano di essere già abbastanza adulti da non avere bisogno di nessuno, io rifiutai di parlare con lui. Ricordo che ci restò molto male. Con la saggezza dei suoi settant’anni, mi disse: “Va bene… Quando crederai che il momento opportuno sia arrivato, bussa leggermente alla porta e ti sarà aperto. Sai dove trovarmi». Negli ultimi tempi avevo riflettuto spesso su queste parole e usare leggermente: non perché lui si disturbasse, ma per non disturbare i suoi cari interlocutori antichi e moderni. Il giorno importante era venuto. Stavo per entrare nel suo tempo e mi sembrava quasi profanarlo. Non vi nascondo che in quel momento, in quella giornata quasi calda di marzo, ero molto emozionato.

«Entra, entra pure», rispose con voce decisa.

«Posso?», domandai con una certa timidezza.

«Vieni, ragazzo mio. Entra. Siediti. Tu non mi disturbi mai, sappilo», rispose togliendosi gli occhiali dal naso e appoggiandoli sul grande tavolo sommerso di libri, riviste e giornali.

«Mi dispiace aver interrotto la tua lettura…», dissi una volta seduto sulla poltrona che stava alla destra del tavolo.

«Non preoccuparti, ero quasi alla fine. Tra poco mi sarei concessa una pausa», rispose con un mezzo sorriso e aggiunse: «Si ha bisogno di pause e non solo di riflessione».

Quell’uomo di settantacinque anni, quell’uomo che aveva mezzo secolo di vita e di esperienza più di me; quell’uomo alto e robusto, con i capelli ondulati ma ormai bianchi, con gli occhi castano chiari e un viso ancora bello per la sua età: quell’uomo era mio padre. Un uomo di vasta cultura, dotato di un’intelligenza e soprattutto di una lucidità non comuni. Di quest’uomo che aveva letto tanti libri, che ne aveva scritti anche alcuni senza mai pubblicarli (chissà perché… era una cosa che prima o poi gli avrei chiesto), di quest’uomo così solitario, che nella sua vita aveva trasmesso il sapere a tanti giovani che gli erano stati sempre grati e riconoscenti: di quest’uomo io avevo sempre rifiutato la parola, la sua saggia parola. Ora ero cambiato e mi ero avvicinato alla fonte. Avevo bisogno della sua saggezza e della lucidità. Avevo bisogno di mio padre. Ad un certo punto della nostra vita sentiamo il bisogno del padre.

«In cosa posso esserti utile?», mi domandò subito dopo con espressione seria.

«In tutto», gli risposi brevemente. Poi aggiunsi: «Papà, noi non abbiamo mai veramente parlato, non c’è stata la possibilità di avere un vero colloquio. Lo so, non è stata colpa tua: è stata colpa del mio orgoglio di ragazzo che, compiuti i diciotto anni, crede di sapere tutto del mondo e degli uomini. Ecco di cosa è stata la colpa…».

«Non fartene un cruccio, figlio mio. A tutto c’è rimedio e, del resto, come dicevano i latini, tutto ciò che è differito non è perduto».

«È vero, ma sono passati anni senza aver imparato niente da te. Invidio i tuoi ex alunni…», conclusi con una punta di amarezza.

«Non essere triste, Sandro, ne hai di tempo per imparare…», rispose con dolcezza.

«Lo so, ma il tempo passa… Oh, se il tempo si potesse fermare!…», dissi guardando attraverso la finestra che dava sulla strada.

«Il tempo… Già, il tempo…», ribatté con il tono di chi rimpiange. Subito aggiunse: «Sono vecchio, ormai. Non so quanto ancora mi resta da vivere… Eppure mi sembra di aver avuto vent’anni solo ieri…».

«Papà», dissi guardandolo bene negli occhi, «abbiamo perso tanto tempo senza parlare, senza conoscerci: ora bisogna recuperare».

«Recuperare il tempo perduto… Già…», disse e, dopo una brevissima pausa, aggiunse: «Sai, sto leggendo e rileggendo tutti gli autori che hanno parlato del tempo, di questo tiranno… Ma adesso non voglio parlarti del tempo. Del tempo sarebbe meglio non parlarne».

«Per noi due», dissi, «si tratta di recuperarlo per poter stabilire quel rapporto che io non ho fatto che sognare in questi ultimi mesi». Quindi, con tono serio continuai: «Ho letto parecchi libri, ho conseguito una laurea ma mi sembra di non sapere niente e di avere le idee poco chiare su tante cose importanti, decisive della vita. Questo mondo che marcia così velocemente, questo mondo che ha fatto tante scoperte e tanti progressi mi sembra che, sotto certi aspetti, sia più brutale e più crudele di mille anni fa. A volte mi sento confuso, disorientato, smarrito e la realtà mi spaventa. Mi sento insicuro ed incerto in un mondo che non sembra dare tante certezze. Non sai dove inizia la verità e dove finisce la menzogna. In tutto questo, la televisione e i giornali danno l’impressione di non fare niente o comunque poco per stabilire la verità e la chiarezza delle cose. Sembra che nessuno voglia più salvare il mondo… Io», conclusi, «voglio parlare di  tante cose. So che da te potrò avere le risposte a tutti i miei dubbi, e perciò non ti mollerò: ti voglio tutto per me!».

Mio padre mi osservò attentamente. Aveva ascoltato con interesse le parole che gli avevo appena dette e, attraverso il suo volto sereno, potevo capire che era contento. Era contento che finalmente mi ero deciso a parlare con lui della vita, dei valori, dei sentimenti, delle passioni… Era contento che – dopo aver educato non solo alla cultura ma anche ala vita centinaia di giovani – adesso poteva educare me, cioè il figlio, proprio colui che si era sempre, orgogliosamente e stupidamente (solo ora lo capivo!) sottratto e ribellato.

Dopo avermi guardato così profondamente, con un leggero sorriso sulle labbra, alla fine disse: «Quando incominciamo?».

Per un momento rimasi stupito. Non mi aspettavo che facesse quella proposta. Dopo un po’ risposi: «Domani mattina».

«Perché domani e non oggi? Se è vero che il tempo vola e tu vuoi bruciare le tappe… Come dice il Divino Poeta? Che perder tempo a chi più sa più spiace…».

«Va bene, papà. Allora ci rivediamo dopo pranzo. Ora esco e vado in edicola a comprare un po’ d’informazione».

«Vorrai dire ‘un po’ di disinformazione’?… Va bene, va’. Intanto finisco di rileggere Proust», ribatté e subito aggiunse: «Sai cosa diceva Proust?».

«No».

«Che la letteratura è la sola vita pienamente vissuta».

«È un pensiero molto bello e profondo, su cui meditare».

«Sì, su cui meditare».

Quindi uscii e andai dal giornalaio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Amendolara-27/04/2018: NASCE IL DOLCE TIPICO DELL’ALTO JONIO LIMONE ROCCA, MANDORLA AMENDOLARA E ARANCIA TREBISACCE IDENTITÀ E SVILUPPO,SLOW FOOD SI COMPLIMENTA CON CIMINELLI

NASCE IL DOLCE TIPICO DELL’ALTO JONIO
LIMONE ROCCA, MANDORLA AMENDOLARA E ARANCIA TREBISACCE
IDENTITÀ E SVILUPPO,SLOW FOOD SI COMPLIMENTA CON CIMINELLI

AMENDOLARA (Cs), Venerdì 27 Aprile 2018 – Il tema della sovranità alimentare era e deve continuare ad essere inteso come progetto politico e pedagogico che le istituzioni in primis devono saper promuovere dal basso, a partire dalle radici del tessuto sociale e culturale del territorio in cui insistono ed esistono quelle produzioni tradizionali, autentiche e stagionali, capaci di rappresentare la chiave per lo sviluppo eco-sostenibile e durevole. Puntare sulle risorse autoctone e promuoverne innanzitutto la conoscenza nei cittadini, significa preparare il futuro e garantire la sopravvivenza delle comunità. Soprattutto quelle dell’entroterra.

È quanto ribadisce il COMITATO di Condotta POLLINO SIBARITIDE ARBERIA, complimentandosi con il Sindaco di AMENDOLARA Antonello CIMINELLI che, nel solco di una sensibilità che lo ha distinto in questi anni in tema di politiche dei turismi, tutela dell’ambiente e, in particolare del mare, nella promozione culturale, dei marcatori identitari distintivi e dell’enogastronomia d’eccellenza, coinvolgendo anche i Sindaci di TREBISACCE e ROCCA IMPERIALE per un’ulteriore, preziosa iniziativa di marketing territoriale. L’Esecutivo CIMINELLI pone al centro dell’agenda politica ed istituzionale territoriale, non solo del Paese della Secca, la valorizzazione culturale ed economica della MANDORLA, dal quale deriva il nome stesso di AMENDOLARA.

Domani, SABATO 28 nel corso di un consiglio comunale congiunto, ospitato alle ORE 11 nel CASTELLO del centro storico, le tre Amministrazioni ufficializzeranno e battezzeranno la ricetta del DOLCE TIPICO DELL’ALTO JONIO. Tre gli ingredienti principe: la mandorla di AMENDOLARA, il limone di ROCCA IMPERIALE e l’arancio Biondo Tardivo di TREBISACCE.

Durante l’Assise civica, alla quale presenzieranno i tre Sindaci Antonello CIMINELLI, Giuseppe RANÙ e Francesco MUNDO sarà consegnata una targa di riconoscimento al Bar O’ BABBÀ di CORIGLIANO ROSSANO che ha realizzato il DOLCE TIPICO DELL’ALTO JONIO. L’evento è promosso in collaborazione con il Convivium che sarà rappresentato dal responsabile Presìdi della Condotta Giuseppe GATTO e l’azienda di vini ed olio di agricoltura biologica TROIANO che proporrà il vino OGIGIA CALABRIA IGT Bianco che accompagnerà la degustazione del dolce. Verrà, inoltre, conferita la cittadinanza onoraria all’ex Sindaco di CERANO (NO) Gaetano QUAGLIA ed al cittadino Mario UBEZZI, in occasione dell’undicesimo anniversario dal gemellaggio tra la città piemontese ed AMENDOLARA. Alle ORE 21, si potrà assistere all’accensione del falò nel Centro Storico.

599esima edizione della festa in onore di San Vincenzo FERRERI. Il Paese della Secca si prepara a rivivere uno degli eventi più suggestivi e storicizzati di tutto il Sud Italia. Quella del 2018 farà da apripista ai festeggiamenti solenni previsti per il prossimo anno, in occasione del seicentesimo anniversario dalla morte del Santo Patrono. I PUNTILL, vere e proprie barriere umane che si formano tra le vie del Centro Storico e che si arrestano al cospetto dei fucarazzi, animeranno le vie del Borgo fino all’alba, coinvolgendo cittadini, visitatori e curiosi che, DOMENICA 29, arriveranno da tutto l’Alto Jonio. – I festeggiamenti sono organizzati dalla PARROCCHIA S.MARGHERITA in collaborazione con l’Amministrazione Comunale. DOMENICA 29 nel Convento dei DOMENICANI, alle ORE 11, sarà celebrata la Santa Messa Solenne. Alle ORE 21 nell’Auditorium Enrico CAPPA andrà in scena la commedia dialettale AH SI NASCER DA NUV scritta da Filomena PRESTA e curata dall’associazione LIBERA DIAMOCI UNA MANO. Chiuderà i festeggiamenti l’estrazione della riffa. – (Fonte: Lenin MONTESANTO – Comunicazione & Lobbying – 345.9401195).

Amendolara-21/04/2018: E’ uscito il libro “Hanno rapito Moro!” di Salvatore La Moglie

Salvatore La Moglie

 

INTRODUZIONE

 

Questo breve lavoro (che, in verità, non è che la minima parte di un progetto ben più ampio) vuol essere il ricordo della tragedia vissuta da Aldo Moro e da un intero paese nel racconto di un solo giorno. Dunque, sottoforma di diario, si vuol proporre al lettore la narrazione di quel tragico giovedì nero della Repubblica, ovvero di quello che successe il 16 marzo del 1978, con una sorta di scommessa: riuscire a dare un’idea della complessità del caso Moro, di cosa fu l’operazione via Fani a un signore anziano che i 55 giorni visse e a un ra- gazzo che non sa neppure chi è Aldo Moro attraverso il solo resoconto di una giornata che certamente fu particolare e de- stinata a costituire uno spartiacque nella storia del nostro paese. Ebbene, crediamo di esserci riusciti. Comunque, il let- tore lo potrà constatare da sè.

Quella di Moro, presidente della Democrazia Cristiana, che il 16 marzo del 1978 stava per recarsi in Parlamento per votare il nuovo ministero Andreotti che vedeva per la prima volta, dopo trent’anni, la presenza del PCI nell’area del go- verno, anche se solo nella maggioranza parlamentare, fu una vicenda così importante che può essere definita non solo un gigantesco giallo ma una vera e propria metafora del nostro paese, del suo destino politico.

Sono passati quarant’anni dalla strage di via Fani e dal rapimento e poi dall’assassinio di Aldo Moro. Sembra ieri e sembra un secolo fa. Sono stati i 55 giorni più lunghi e oscuri della nostra Repubblica (che, come ha scritto il giudice Fer- dinando Imposimato, hanno cambiato l’Italia) e su quel 16 marzo dell’indimenticabile 1978 ancora non si è riusciti a scoprire in maniera definitiva cosa sia davvero accaduto, o meglio si dovrebbe dire cosa è stato fatto accadere da qual-

 

cuno, e tuttora non è stato possibile smascherare i veri man- danti. Certo, oggi, dopo più di una rivelazione sullo zampi- no dei servizi segreti stranieri e nostrani (i cui vertici, all’epoca, erano quasi tutti iscritti alla P2 di Licio Gelli), sulla presenza in via Fani di uomini della ‘ndrangheta calabrese (Antonio Nirta e Giustino De Vuono) e dopo i più recenti risultati della nuova Commissione d’inchiesta sul caso Moro (guidata da politici seri come Giuseppe Fioroni e Gero Grassi, il quale ho avuto la fortuna di conoscere in uno dei suoi tour sul caso Moro) continuare a credere alle convergenti verità dei brigatisti e di Cossiga (l’allora ministro degli Inter- ni e, qualche anno più tardi, Capo dello Stato) appare, fran- camente, sempre più difficile e impossibile. Potremmo forse concludere con Antonio Ferrari, autore del libro Il segreto (Chiarelettere, 2017) che l’affare Moro fu una grande porcheria internazionale.

Sono stati tanti gli anni in cui siamo stati costretti a fare dietrologia, a pensare a cosa c’è stato dietro, a meno di non vo- ler accettare la verità di Stato (la verità dicibile…), quella di Cossiga, soprattutto, e quella omologa dei terroristi Moretti, Morucci e Faranda (si veda il famoso e soprattutto fumoso Memoriale Morucci-Faranda messo in piedi con l’aiuto del giornalista del Popolo Remigio Cavedon e dato in pasto agli italiani come la verità rivelata…) secondo cui via Fani fu un’operazione tutta brigatista, di brigatisti puri e duri che sognavano la Rivoluzione comunista, ecc. ecc.

La verità o comunque qualcosa che è vicina ad essa è che in via Fani, il 16 marzo, c’erano almeno venti killer, di cui alcuni della mafia calabrese (espertissimi nell’arte di uccidere i propri simili con spietatezza, come Giustino De Vuono), uomini dei servizi segreti, gladiatori (quelli, cioè, della struttu- ra segreta denominata Gladio) non solo nostrani, e anche al- cuni brigatisti, messi lì a fare da copertura con la sigla, con il

 

marchio Brigate Rosse, marchio che i terroristi sotto processo a Torino, cioè i Curcio e i Franceschini, confermarono dal carcere, avallando in tal modo un atroce e infame massacro, un infame delitto politico. In un bel libro del 1984, Operazio- ne Moro, Giuseppe Zupo e Vincenzo Marini Recchia, scrive- vano, nelle pagine iniziali, che: “A via Fani, il grosso del massacro l’ha fatto la mafia. Ma nessuno deve saperlo”.

La parola pacata, razionale, lucida, chiara e decisa di Mo- ro che, verso la fine, si espresse sempre più in un urlo dispe- rato e impotente fino al rassegnato tutto è inutile quando non si vuole aprire la porta, la sua parola non la si volle ascoltare, la si bollò subito, cioè già prima che giungesse un suo scritto dal carcere, come moralmente a lui non ascrivibile, come, cioè, priva di ogni valore e, praticamente, quella di un vile o di un paz- zo da interdire. E, quindi, per evitare la trattativa, screditare Moro era l’operazione-montatura che occorreva mettere in piedi e che fu portata avanti, di conserva (anche questa volta in strana quanto perfetta convergenza parallela) dalla classe po- litica e dalla maggiorparte dei mezzi di comunicazione, tutti attestati sulla inerte e inconcludente linea della fermezza che condannava Moro a morte certa.

Il leader democristiano non fu nè vile nè tantomeno paz- zo e neppure affetto dalla sindrome di Stoccolma, come si ripe- teva allora da più parti, cioè in piena e incomprensibile sin- tonia-empatia collaborativa con i terroristi fino a farne pro- prie le richieste e farsene portavoce. I vili e i pazzi erano ben altri… La verità è che il Moro del carcere non solo si è con- fermato l’uomo politico più lucido d’Italia ma è probabil- mente il Moro più autentico, più vero e più umano che si sia conosciuto fino allora e quello che, di fronte alla terribile morte incombente, ha deciso di dire la verità, magari la sua verità, e di dirla fino in fondo, quasi come a voler lasciare un testamento politico, morale e umano agli italiani.

 

La posta in gioco, in quel lontano e terribile 1978, era al- ta, anzi altissima, tanto che Giovanni Spadolini, storico e senatore repubblicano, definì, in quei tristissimi giorni, colpo di Stato freddo quello di via Fani e fu tra i primi a dire che, dopo quello che è accaduto, nulla sarà più come prima del 16 marzo.

Certamente il corpo di Moro rannicchiato nel bagagliaio della Renault 4 rosso-amaranto sembra l’immagine dello Sti- vale, è, insomma, una metafora: in quella Renault c’è l’Italia prigioniera e vittima di un pesante ricatto politico di altissi- mo livello, tanto da scegliere come luogo una via – via Cae- tani – a due passi dalle sedi della DC e del PCI, e non una mera beffarda simbologia scaturita dalla fervida immagina- zione dei brigatisti. Il leader democristiano è un cadavere eccel- lente che deve costituire un monito per chiunque voglia di- sobbedire e opporsi alla ferrea logica di Yalta, alla logica dei Bloc- chi contrapposti che Moro cercò coraggiosamente di superare con anticipo di anni, volendo difendere in tal modo la no- stra dignità e sovranità nazionale, che i nostri alleati preferi- vano limitata e sottoposta a controllo. Insomma, la DC di Moro (che in quegli anni viveva una profonda crisi) e Moro stesso apparivano sempre meno come il partito americano che garantisce l’Alleato USA ora e sempre in merito al problema del comunismo e della superfedeltà atlantica, e anche se il PCI di Berlinguer (l’anomalia italiana…) mostrava sempre più di essere affidabile e legittimabile come partito democratico e forza di governo, per gli alleati americani ed europei (so- prattutto inglesi, tedeschi e francesi) non bastava e, pertan- to, bisognava fermare Moro. E qualcuno lo fermò, per sempre. E dunque: missione compiuta! L’ennesima operazione Gattopardo era riuscita, il caso italiano era risolto una volta per tutte e il PCI si ritrovò, dopo neppure un anno, nuovamente ricaccia- to all’opposizione. Gli anni della solidarietà e dell’unità na-

 

zionale si sarebbero chiusi nel 1979, poi si sarebbe ritornato all’Italia di prima cancellando con un violento colpo di spu- gna la possibilità di un’Italia diversa che era nella visione del lungimirante Moro, il quale, in verità, era nel mirino da anni per la sua politica di apertura a sinistra. Lo si voleva eliminare già ai tempi del centrosinistra, a metà degli anni ’60, preci- samente nel 1964, secondo quanto rivelò Mino Pecorelli sul finire del 1967 nel suo periodico Il Nuovo Mondo d’Oggi. Non solo, ma, dieci anni dopo, Moro fu salvato dalla strage del treno Italicus del 4 agosto del 1974, sul quale era salito: fu fatto scendere da alcuni uomini dei nostri servizi col pretesto di firmare importanti documenti e gli fu evitata una morte violentissima. Qualcuno, evidentemente, volle salvarlo ma, soprattutto, lanciargli un avvertimento: se noi vogliamo, possia- mo eliminarti quando vogliamo. Questo qualcuno erano gli stessi uomini degli eterni servizi segreti deviati e paralleli, già esperti in più di una strage diretta a bloccare la situazione politica e a far arretrare di decenni la sinistra, i sindacati e il movimen- to dei lavoratori. Erano gli uomini, i gladiatori dei golpes mi- nacciati per realizzare le ennesime operazioni di blindatura del Sistema nell’ambito della ferrea logica di Yalta.

Ma perché ancora oggi, dopo 40 anni e dopo i conside- revoli risultati della seconda Commissione Moro si pensa sempre in termini di chi c’era dietro? Innanzitutto, perché tut- tora – come per tante altre orribili stragi e delitti politici del nostro paese – non esiste una verità definitiva e soddisfa- cente sull’affare Moro. Tante cose sono ancora destinate a re- stare misteri e/o segreti, come per es., le borse di Moro, in alcune delle quali il leader democristiano portava documenti riservati, e, soprattutto, il Memoriale (che Miguel Gotor ha giustamente definito della Repubblica) che, a noi mortali, è stato dato di conoscere solo in forma censurata. Tanti sono i puntini di sospensione, gli omissis (operati da chi?) nella

 

narrazione di Moro, il quale chissà cosa aveva scritto a futu- ra memoria degli smemorati italiani… Non lo sapremo for- se mai, ma c’è chi ha letto, c’è chi ha censurato, c’è chi ha avuto tra le mani e c’è chi sa dove è custodito il testo com- pleto del Memoriale. E poi ci sono tanti altri misteri destinati probabilmente a restare tali, come i veri prigionieri e le vere prigioni in cui fu tenuto Moro; il ruolo dell’inquietante bar Olivetti della scena della strage (frequentato da mafiosi e da personaggi da servizio segreto, con i relativi illeciti traffici); il ruolo del Vaticano come il ruolo che svolse, durante il se- questro del leader democristiano, l’esperto americano nonché già uomo di fiducia di Henry Kissinger, Steve Pieczenik, lo psichiatra-agente-della-Cia che collaborò con il comitato di cri- si, o dei tecnici che dir si voglia, messo in piedi da Cossiga al Viminale per affrontare la cosiddetta sfida delle BR allo Stato e che, per sua stessa ammissione, si adoperò affinchè i brigati- sti uccidessero il prigioniero. Importante, ha riferito più di una volta il terroristologo americano, non era la vita di Moro perché nessun uomo politico è indispensabile alla sopravvi- venza dello Stato-nazione, ma la stabilizzazione dell’Italia. E, dunque, fingere di destabilizzare il nostro paese ma, nei fatti, operare in modo da stabilizzarlo in senso conservatore, in direzione dello status quo e, quindi, della ferrea logica di Yal- ta: destabilizzare per stabilizzare

Si pensi, poi, che una fonte palestinese, proveniente da Beirut, datata 18 febbraio 1978, aveva fatto sapere che, in Italia, era in preparazione un grave attentato. Informazione che il ministero degli Interni, guidato da Cossiga, e i vertici dei nostri servizi segreti finsero di non aver visto, letto e udito. Più di un servizio e più di un paese sapeva che in Italia sarebbe accaduto qualcosa di grave contro un’alta personali- tà politica (cioè Moro…), ma non si fece nulla per protegge- re questa personalità: la si lasciò scoperta e la scorta (senza

 

auto blindate!…) mandata al macello. Tante furono le omis- sioni, le deficienze e anche le colpevoli complicità di molti ad altissimo livello politico e istituzionale (la magistratura, le forze dell’ordine, i vertici politici, ecc.) e queste sono cose che la Commissione Fioroni ha fatto emergere come una sorta di atto d’accusa, ma che anche allora apparivano così lampanti ed evidenti ma la vulgata era che le nostre forze dell’ordine, di fronte al mostruoso ed efficientissimo eserci- to brigatista (quattro gatti…) erano inefficienti, che i nostri ser- vizi erano stati smantellati dalla solita sinistra che punta il di- to contro i suoi vertici deviati e che le BR avevano infiltrati e complici un po’ dappertutto e anche in ministeri-chiave per non parlare dei fiancheggiatori e simpatizzanti della Nuova Sini- stra (la famosa aerea contigua o di consenso, il famoso brodo di coltura…) che, dunque, diventava facile da criminalizzare, perseguire e reprimere al fine di smantellarla una volta per tutte. In verità, ben altri e ad altissimo livello, erano i fian- cheggiatori e i simpatizzanti del partito armato… E, pertanto, alle conclusioni dietrologiche, complottistiche o se si vuole alla conclusione che il caso Moro non fu un evento rivoluzionario operato per attuare la giustizia proletaria attraverso il processo a una classe politica di cui Moro era ritenuto il massimo rappresentante e il massimo responsabile, è pervenuta la Commissione, la cui relazione finale di Fioroni (dicembre 2017) afferma che il lavoro non è esaustivo ma che si sono fatti significativi passi in direzione della verità, cioè di quella indicibile per il Paese. E, dunque, la verità sull’affaire non è totale, è in parte avvolta nel mistero e si potrebbe dire con Pasolini che: Io so, ma non ho [tutte] le prove

Le domande, i dubbi e i sospetti sono, dunque, tuttora tanti ma la domanda delle domande è: chi ha veramente vo- luto i 55 giorni, cioè fare un finto processo a Moro e alla DC e tenere in scacco e sotto ricatto un’intera nazione? Quando

 

il prigioniero scriveva, in codice, di trovarsi sotto un dominio pieno e incontrollato, voleva dire non quello dei brigatisti, ma di chi stava loro dietro, di chi li lasciava fare, di chi li usava come pedine e utili idioti e, dunque, Moro cercava di dirci che lui era tenuto nell’appartamento di un grande complesso di abi- tazioni che sfuggiva al controllo delle forze dell’ordine, pro- prio perché godeva, di fatto, dell’extraterritorialità, dell’extragiurisdizionalità o che, comunque, era coperto dai servizi segreti piduisti.

In verità, una domanda da porsi è anche questa: perché Moro non è stato ucciso in via Fani, insieme ai cinque uomi- ni della scorta? Evidentemente, chi progettò la strage e poi i 55 giorni di prigionia aveva come obiettivo principale non so- lo di umiliare e distruggere politicamente e poi fisicamente il futuro Presidente della Repubblica ma, allo stesso tempo, quello di tenere prigioniera e sotto pesantissimo ricatto non solo un’intera classe politica (non molto amata dalla mag- giorparte degli italiani) ma soprattutto un intero Paese.

I brigatisti non erano mere schegge impazzite, come si diceva allora, ma dietro c’erano quelli che a me piace definire brigati- sti senza mitra o con altre armi, questi più pericolosi dei primi in quanto rappresentavano il livello politico-istituzionale- lobbistico più occulto dell’attacco alla Repubblica democra- tica nata dalla Resistenza. Di questo livello superiore, occulto e insospettabile del brigatismo (quello in doppiopetto…), fatto di uomini politici ultraconservatori ma anche di gruppi di potere reazionari parlò, nel mese di aprile del 1978, sul pe- riodico Il Mensile, Ruggero Orfei, intellettuale anomalo della sinistra democristiana. Solo pochissimi giornali (l’Avanti! più ampiamente) ripresero la sua impressionante e inquietante analisi. Dunque, Orfei, parlava delle BR e del partito armato in genere, cioè quello fatto di tante sigle, come di una struttura di servizio agli ordini di un uomo politico o di un gruppo di poli-

 

tici, o anche di un gruppo di potere, una specie di potentis- sima lobby, una sorta di superpartito, che aveva come disegno quello di cambiare le regole del gioco, cambiare il paese in senso reazionario, anticomunista, antisindacale e antipopola- re. Egli parlava di gruppi di potere che si sentivano minacciati nei loro interessi, privilegi e “principi” politici e, quindi, dell’esistenza di un “partito eversivo” legale che si serve del “partito eversivo armato” che esegue gli ordini ricevuti. Il pensiero non può che andare alla Loggia P2 di Licio Gelli e al suo famigera- to Piano di rinascita nazionale.

Chi come Raniero La Valle scrisse allora, sulle colonne di Paese Sera, che in via Fani era avvenuta una Caporetto e, in- somma, una vergogna nazionale che non poteva essere lavata con la via facile di un’assurda e inerte linea della fermezza, non si sbagliava perchè non era certo con il sangue di Moro che si sarebbe salvato uno Stato per il quale la DC al potere da più di trent’anni non aveva mai avuto il senso, se non il senso del potere fine a se stesso, tanto da averlo occupato e gestito an- che con tanti scandali, malaffare e normale convivenza con le mafie. Durante il caso Moro la DC scoprì, improvvisamen- te, il senso dello Stato e delle sue istituzioni e decise, già il 16 marzo, che questo Stato (così, giustamente, lo definiva allora l’estrema sinistra) non si sarebbe piegato al ricatto delle BR e che per salvare se stesso avrebbe sacrificato l’uomo che si prevedeva essere destinato a diventare il nuovo presidente della Repubblica dopo il non esaltante mandato di Giovanni Leone. E così l’Italia dei guelfi e ghibellini si divise in falchi e co- lombe, in partito della fermezza e partito della trattativa. La DC- Governo-Stato respingeva il cosiddetto attacco al cuore dello Stato in nome della fredda ragion di Stato ma anche della ragion di partito, mostrando la propria inutile durezza e di avere un cuore così freddo da sacrificare il suo più prestigioso leader in nome della conservazione e della continuità del proprio

 

potere e, allo stesso tempo, in nome della logica della sovranità limitata che, forse, impose il male minore dell’auto-golpe per evitare il peggio, cioè uno scenario di tipo cileno, simile a quello che si ebbe con Allende nel 1973. Il tutto, natural- mente, nel più completo accordo tra le due Superpotenze e con reciproci vantaggi. Si pensi che, nell’annus horribilis del 1978, proprio durante i 55 giorni, l’America rinunciò alla spa- ventosa bomba N (ai neutroni), tanto osteggiata dall’URSS, e che chiuse un occhio sul colpo di Stato filosovietico in Af- ghanistan dove, di lì a poco, Mosca l’avrebbe fatta da padro- na per poi doversene scappare nel 1989.

In effetti, tra i tanti perché e i tanti dubbi dell’affaire Moro c’è, tra i principali, questo: chi volle impedire a Moro (che già nel 1971 era stato un papabile) di diventare il naturale successore di Leone alla Presidenza della Repubblica? Per- ché, certo, da quello scranno, Moro sarebbe stato l’autorevolissimo garante dei futuri governi basati sull’accordo tra DC e PCI. E questo, secondo una certa logica, andava assolutamente impedito.

La verità è che chi aveva progettato l’operazione via Fani aveva progettato tutto, fin nei minimi particolari, e quella che viene fatta a partire dal 16 marzo sembra la cronaca di una morte annunciata e certo, Moro, pur sperando fino alla fine nella salvezza, aveva intuito che dallo pseudo carcere del popo- lo, dopo uno pseudo-processo, non sarebbe uscito vivo. E, così, a Moro fu imposta una crudele legge del contrappasso per analogia e costretto a vivere il suo inferno su questa terra proprio quando avrebbe dovuto godere del trionfo politico prima con l’operazione del nuovo governo con il PCI nella maggioranza parlamentare e poi con l’elezione a Presidente della Repubblica con i pieni voti dei comunisti. Il contrappasso consiste in questo: come per 55 giorni Moro aveva strenua- mente lavorato per mettere in piedi il primo governo con i

 

comunisti dopo il 1947, così per 55 giorni avrebbe dovuto patire ed essere umiliato per poi venir assassinato e deposto come un oggetto, come una cosa dentro al bagagliaio di una Renault 4 rosso-amaranto, simbolicamente, tra le sedi del PCI e della DC…

La coraggiosa svolta di Moro diretta alla piena legittima- zione del PCI, che viaggiava insieme a quella della difesa del- la sovranità e della dignità nazionali nei confronti degli alleati americani ed europei, non poteva essere tollerata dagli am- bienti e dai settori più conservatori e reazionari del nostro paese. Moro era troppo in avanti con le idee, stava antici- pando la caduta del Muro di Berlino e, pertanto, per la sua hybris, per aver oltrepassato i limiti invalicabili e, insomma, per il suo senso di sfida avrebbe pagato un prezzo altissimo e sareb- be stato costretto a bere il calice amaro (come, una volta, pa- recchi anni prima, si trovò a dire) fino alla feccia. Le idi di mar- zo erano giunte anche per l’uomo che possedeva il senso del timone unito a un’estrema lucidità e intelligenza delle cose. Qualità che mostrò anche durante la prigionia, senza però es- sere compreso da una classe politica che sembrava essere diventata orribilmente ottusa e mediocremente arroccata sulla inerte e inconcludente linea della fermezza e del discredito di Moro, cioè della parallela negazione di ogni valore alle pa- role del leader democristiano al solo fine di negare una trat- tativa che l’avrebbe salvato.

Dopo quasi quarant’anni da via Fani, risultano, purtrop- po, ancora attuali le parole del Capo dello Stato, Sergio Mat- tarella che, il 24 febbraio del 2017, ha detto che sulla tragica fine di Moro è ancora necessario diradare zone d’ombra. E questo conferma che sull’affaire non tutto è chiaro e che il caso resta aperto non solo e non tanto per la verità giudiziaria ma per quella politica: dopo 40 anni manca ancora, da parte di una classe politica che ha sempre cercato di rimuovere, di dimenti-

 

care l’ingombrante affaire Moro, la volontà e il coraggio mora- le e politico di cercare la verità e di dirla al paese. Verità che andrebbe detta anche su tutti gli altri delitti, misteri e segreti della Repubblica. La Commissione guidata dall’on. Fioroni ha fatto tutto quel che ha potuto ed è incredibile come quasi tutta la stampa abbia fatto calare una inspiegabile pesante cortina di silenzio sugli esiti dei lavori anche nel quarantesi- mo anniversario del tragico evento. È la conferma che si preferisce, ancora una volta, rimuovere il caso Moro ed è stato amaro vedere che nei documentari televisivi si è dato molto spazio ai brigatisti Morucci-Faranda-Moretti-Gallinari che hanno confermato le loro versioni di sempre, che non dico- no nulla sulla vera verità del caso Moro.

In conclusione, la figura di Moro e i 55 giorni sono una vera e propria metafora, anzi un’allegoria dell’Italia e del suo destino storico-politico, e cioè come in Moro e in quei tragi- ci giorni ci siano racchiusi tanta storia e come il tutto finisca per essere una straordinaria sintesi, uno spaccato della civiltà italiana (nell’aspetto storico, politico, sociale e culturale) so- prattutto di quella del secondo dopoguerra. Inoltre, il caso Moro non è semplicemente un fatto del 1978 e basta, non ha solo cambiato le sorti politiche del paese nel breve periodo ma anche nel medio e lungo periodo. Il caso Moro costituisce un vero e proprio spartiacque nella storia del nostro Paese e una ferita tuttora non risarcita. Senza il caso Moro, probabil- mente, non ci sarebbe stato il craxismo, non ci sarebbe stata Tangentopoli e forse neppure tutto quel che è venuto dopo: chissà come sarebbe stata l’Italia di Moro e Berlinguer! Cer- tamente migliore di quella che è stata dopo via Fani, quando la Prima Repubblica era praticamente morta con l’anatema di Moro contro la Dc e i democristiani che non lo avevano sa- puto o voluto salvare (il mio sangue ricadrà su di voi), mentre il suo fantasma chiedeva e continua a chiedere che sia fatta

 

giustizia e verità. Una giustizia e una verità che forse solo la letteratura – alla quale attribuisco l’arduo compito di ristabi- lirle facendole trionfare – può rendere a Moro e alle altre vittime di quell’oscuro 1978.

Al lettore affido queste pagine scritte per non dimentica- re. Per non dimenticare le tante vittime, le tante vite coin- volte in una vicenda terribile sia durante che dopo i 55 giorni e per non dimenticare il caso di un uomo che fu brutalmen- te eliminato dalla scena politica perché divenuto troppo scomodo e sul quale le classi dirigenti del nostro paese han- no preferito far prevalere l’oblio piuttosto che una ardua ma illuminante riflessione che avrebbe certo anche tolto qual- che scrupolo di coscienza. E questo perché l’operazione verità, cioè affrontare il caso Moro fino in fondo, con tutto quel che implica politicamente, fa tuttora paura, proprio perché tocca le coscienze (non solo quelle degli uomini politici) e, allora, forse è meglio che sull’affaire non venga fatta piena luce. Perché fare piena luce potrebbe rivelarsi rischioso se non pericoloso e, dunque, è meglio che tutto continui con un annuale innocuo omaggio e ricordo delle vittime di via Fani, magari con qualche brigatista (come Barbara Balzerani, per. es.) che si permette di fare ironia sui noiosi fasti del quaran- tennale e di sbeffeggiare le vittime del terrorismo che per me- stierefanno le vittime.

 

Salvatore La Moglie

 

Amendolara-25/04/2018: Dal 25 i Festeggiamenti in Onore di San Vincenzo Ferreri

AMENDOLARA-04/04/2018: CON L’ATTORE BRIGUGLIA IL PREMIO PAGANO PORTA LA SCUOLA A TEATRO

Paolo-Briguglia

Comunicato Stampa

 

AMENDOLARA. CON L’ATTORE BRIGUGLIA IL PREMIO PAGANO

PORTA LA SCUOLA A TEATRO

Torna anche quest’anno il Premio Pagano, con la sua VI edizione. Il concorso scolastico, dedicato al giudice Umberto Pagano originario di Amendolara, ogni anno stimola e coinvolge gli studenti della provincia di Cosenza con tematiche sempre attuali ma legate dal filo conduttore della cittadinanza attiva e responsabile. Il titolo di quest’anno è “Teatro e legalità a scuola: per un’educazione alle buone pratiche civili”, con i ragazzi chiamati a realizzare una rappresentazione con libertà di scelta sui temi di legalità e convivenza civile. Il Premio Pagano fondato e organizzato ogni anno dall’Associazione per lo Sviluppo dell’Alto Ionio (ASAI), presieduta dal consigliere parlamentare Antonio Pagano, si avvale della collaborazione dell’Istituto Comprensivo di Amendolara-Oriolo-Roseto Capo Spulico, diretto dalla dirigente scolastica Carmen Ambriani. Il concorso, ormai punto di riferimento nel panorama scolastico della provincia di Cosenza, ogni anno, nelle giornate di presentazione, accoglie ad Amendolara ospiti di rilievo: dalla politica, allo sport; dalla cultura all’impegno sociale. Quest’anno la kermesse finale del Premio oltre al comune di Amendolara coinvolgerà anche quello di Trebisacce, presumibilmente negli ultimi giorni di maggio, con la data precisa ancora al vaglio dell’organizzazione. Possono partecipare al concorso le Scuole Secondarie di Primo e Secondo Grado, per singole classi o anche per istituto. Il bando scade il 20 aprile ed è reperibile sul sito web del Comprensivo di Amendolara. Per i vincitori del concorso, che prevede anche un riconoscimento al miglior interprete maschile, femminile e alla miglior regia, quest’anno l’Associazione per lo Sviluppo dell’Alto Ionio mette a disposizione un premio molto suggestivo che consiste nella partecipazione ad un laboratorio teatrale  guidato dagli attori Francesco Manetti e Paolo Briguglia che si concluderà con la rappresentazione di una pièces teatrale in un teatro della provincia di Cosenza. Paolo Briguglia, volto noto della televisione e attualmente sul piccolo schermo nella serie di Rai Due “Il cacciatore”, sarà presente anche alla giornata di premiazione del concorso.

 

Vincenzo La Camera, giornalista

Ufficio Stampa – www.paese24.it

 

Amendolara-28/03/2018: Sarà completato il lungomare

Lungomare Amendolara

AMENDOLARA Sarà sistemato, completato e messo in sicurezza il tratto del Lungomare vecchio che va da Via Capri al Molo San Francesco. Una volta completati i lavori, che si affiancano a quelli già eseguiti sulla terra ferma per la difesa dall’erosione costiera e quelli realizzati in mare per la dissuasione della pesca a strascico nel tratto di mare della rinomata Secca di Amendolara, il Lungomare  sarà uno degli attrattori più accattivanti del turismo balneare nel quale si sta imponendo il “Paese delle Mandorle” negli ultimi anni. A differenza infatti di molte altre località costiere calabresi, che vantano una tradizione turistica acquisita nel tempo, Amendolara solo negli ultimi anni sta vivendo un forte sviluppo turistico anche grazie alla “Blu Economy” fortemente voluta dal sindaco Ciminelli, al ricco patrimonio archeologico e alla rivalutazione del Centro Storico e del Lungomare. La CUC (la centrale unica di committenza) che ha sede presso il Municipio di Trebisacce ed è diretta dall’Arch. Antonio Brunacci ha già effettuato la Gara di Appalto dei lavori previsti dal progetto di cui è RUP (responsabile unico) l’Arch. Rocco Tucci Responsabile dell’Ufficio Tecnico Comunale e che sarà effettuata con il sistema della procedura aperta, spostandone la scadenza che in un primo momento era prevista per il 20 marzo al 9 aprile 2018. L’importo dei lavori posti a base d’asta è di circa 200mila euro e prevede il rifacimento del manto stradale, la posa in opera di una ringhiera in ferro zincato per tutto il tratto di strada, la riqualificazione degli spazi adiacenti al Lungomare e la sostituzione dei pali e delle lampade dell’illuminazione pubblica con quelle a risparmio energetico che sono state previste nel progetto esecutivo approvato con Deliberazione della Giunta Comunale n. 8 del 29.01.2018.

 

Pino La Rocca

Amendolara-16/03/2018:       Hanno rapito Moro! (di Salvatore La Moglie)

Rubrica letteraria a cura di Salvatore La Moglie

 

In occasione del 40° anniversario della strage di Via Fani e del sequestro di Aldo Moro la Redazione de La Palestra propone ai suoi lettori un racconto di Salvatore La Moglie che cerca di sintetizzare la giornata più tragica e lunga della nostra Repubblica, sulla quale tuttora permangono zone d’ombra e punti oscuri.

 

 

                                  

            

  

      Hanno rapito Moro!

    Giovedì, 16 marzo

 

Caro diario, sto per scrivere pagine di una giornata certamente particolare, di quelle destinate a rimanere storiche. Stamattina, dopo le 9, le Brigate Rosse hanno eliminato i cinque uomini della scorta e poi sequestrato l’on. Aldo Moro, uno degli uomini politici più importanti del nostro paese. Tutto questo è avvenuto a Roma in pieno centro, in pieno giorno e in tutta tranquillità. Le BR hanno avuto tutto il tempo per ammazzare, per rapire e darsi alla fuga. Sembra tutto così impossibile, incredibile, irreale e anzi surreale. Moro stava andando in Parlamento per il nuovo governo guidato da Giulio Andreotti, con i comunisti nella maggioranza parlamentare dopo decenni di conventio ad excludendum.

Io ho saputo la notizia stamattina a scuola dal professore di “Italiano e Storia” Enzo Desantis, il quale ha anche fatto una sintesi della storia del dopoguerra per far capire meglio alla classe la cronaca che stiamo vivendo. Sono d’accordo con lui su tutto. Per es., sui brigatisti: gente usata e manipolata, lasciata fare e non compagni che sbagliano come tanti nel Movimento li considerano. Questo fatto qui, cioè questa confusione mentale, sulla natura delle BR, non può che danneggiare tutta la Nuova Sinistra. Non sono pochi a credere che i brigatisti siano dei puri e dunque gli unici rivoluzionari italiani che credono per davvero nella lotta di classe e nella rivoluzione comunista, sbagliando, però, nel metodo. Io non nego, comunque, che tra di loro possa esserci qualche idealista convinto di servire la “causa” uccidendo oggi un poliziotto e domani un magistrato…

L’obiettivo, lo scopo – da Piazza Fontana ad oggi – è quello di creare caos, disordine, tensione. Ecco, appunto, la strategia della tensione, la quale equivale, praticamente, a un golpe strisciante, permanente, infinito, mai attuato veramente ma sempre minacciato, diretto a impedire al nostro paese spostamenti a sinistra e, quindi, cambiamenti politici in senso democratico e progressista. Il mio caro prof  Desantis, che se ne intende davvero, ci ha fatto capire oggi molte cose, cose che in gran parte conoscevo ma che adesso ho assimilato meglio e che intendo approfondire. È proprio vero: bisogna conoscere la Storia, il passato se vogliamo capire e “leggere” il presente e, anche, fare previsioni sul futuro. «O italiani, io vi esorto alle storie…», aveva detto il Foscolo in un suo famoso discorso accademico. È vero la Storia è la registrazione dei delitti, delle follie e delle sventure dell’umanità, come dice Gibbon, ma senza la Storia non capiremmo nulla di noi stessi. Come pure capiremmo poco senza la Letteratura. Oggi pomeriggio, pensando alla strage di via Fani, mi sono subito venute in mente le prime pagine dei Promessi Sposi, che abbiamo terminato da poco. Don Abbondio passeggia per le stradine di campagna, legge a tratti il suo breviario e, a un certo punto, davanti a sé, vede due «individui della specie de’ bravi» che gli intimano di non maritare Renzo e Lucia: «“Or bene questo matrimonio non s’ha da fare, né domani né mai”»… Minacce da prepotenti, al servizio di gente potente e arrogante. Oggi mi sembra che qualcuno stia dicendo – in maniera poco garbata – alla Democrazia Cristiana e a Moro: «Questo “matrimonio” tra Dc e PCI non si deve fare, né oggi né mai».

Chi è questo qualcuno? Chi è il don Rodrigo, chi è l’Innominato di turno? Chi è l’Innominabile grande appaltatore di delitti? E chi sono i nuovi bravi mandati a impedire, a fermare? Personalmente sono convinto che l’Innominato o gli Innominati-Innominabili vengano dall’estero ma che abbiano grossi appoggi interni, di quello che il prof Desantis definisce il partito del Gattopardo o partito dei brigatisti senza mitra. È vero che l’America odia la parola stessa “comunismo” in sé e per sé e che vede la Russia dietro il nostro PCI (cioè, non si fida delle sue dichiarazioni sulla democrazia e sul filoatlantismo) ma è vero anche che i più filoamericani, i più filoatlanticamente oltranzisti, i più realisti del re li abbiamo in casa. E in casa ci sono i capitalisti, la Confidustria, le logge massoniche, i gruppi di pressione, i neofascisti, la destra democristiana, i liberali, i socialdemocratici e c’è anche una parte del Vaticano, la più conservatrice e anche reazionaria, che non digerisce i progressi del più grande partito comunista dell’Occidente. Insomma, se dovessi dire la mia, direi che siamo di fronte a un gigantesco complotto che vede interessati italiani e stranieri. Non solo gli USA, ma anche la Germania autoritaria di Schmidt non vede di buon occhio la nostra situazione politica, mentre  ostilità certamente ci sono anche in altri paesi amici dell’Europa (Inghilterra e Francia, per esempio…) e la stessa URSS non è certo molto soddisfatta dell’eurocomunismo di Berlinguer, Marchais, Carrillo e Cunal. A proposito, questa strage avviene, fra l’altro, proprio alla vigilia delle decisive elezioni politiche francesi e non porteranno certo bene al PCF e all’insieme della sinistra. Da noi, invece, ci sarà un minitest elettorale amministrativo già il 14 maggio… Saremo forse costretti ad assistere alla prima sconfitta elettorale del PCI dopo il grande balzo in avanti del ’76 (con tutta la paura che suscitò nei ceti medio-alti…). Eppure, il PCI è da sempre un partito moderato e democratico, e lo è soprattutto quando si trova in situazioni di potere. Togliatti spaventava De Gasperi col suo moderatismo… eppure questo PCI fa paura e qualcuno vuole ridimensionarlo per fare arretrare la classe operaia di almeno trent’anni…

Soffermandomi ancora un po’ sui possibili e probabili Innominati-Innominabili che oggi hanno voluto fermare Moro, il pensiero va alla massoneria che, in verità, rappresenta una lobby potentissima, un potentato che, se vuole, può decidere anche la sorte di un Paese, può condizionare in senso reazionario la vita politica ed economica. Sui giornali ho sentito parlare anche del potente Licio Gelli, “maestro venerabile” della segretissima e misteriosa Loggia Propaganda 2. Egli è politicamente vicino all’ideologia fascista e sembra essere un personaggio con le mani in pasta nella politica, nell’economia e chissà ancora in cos’altro e, pertanto, ipotizzo e mi pongo atroci dubbi. Come questo: e se la massoneria e/o la loggia P2 avessero un loro ruolo nella vicenda anticomunista che riguarda l’on. Moro? Nella P2 ci sono anche magistrati e generali. Mi chiedo, tra questi, c’è anche qualcuno che, da oggi, indagherà sul caso Moro? Sarebbe davvero interessante saperlo…

 Il prof Desantis è convinto che a fronte  dell’esistenza di un partito di brigatisti col mitra ce ne stanno altri o anche uno soltanto (ma è più probabile che ce ne siano più di uno…) senza mitra e in doppio petto, che finiscono per costituire, appunto, quello di cui parlavo più sopra e cioè il partito del Gattopardo o partito dei brigatisti senza mitra o definibili pure con altre armi, i quali sono ancor più pericolosi in quanto sono loro i veri ma occulti eversori, che stanno, appunto, dietro le quinte del Potere, che tramano nell’ombra e fanno da mente pensante, da cervello che progetta il Male e che poi arma le braccia della manovalanza, cioè gli esecutori delle grandi provocazioni, di delitti e stragi che devono fermare, bloccare un certo corso politico o l’avanzata delle masse lavoratrici e degli studenti rivoluzionari… Tutto questo per tenere ferme le lancette della Storia o per spostarle indietro … Pura dietrologia? Credo proprio di no, perché, sulle BR,  io non me la bevo …

  C’è da dire che, inizialmente, la notizia-bomba di stamattina è apparsa falsa, da fantapolitica. Poi la realtà costringe alla riflessione su un terrorismo che ha osato tanto: chi c’è dietro, chi manovra, chi è interessato (all’interno e all’estero) a destabilizzare il nostro paese e a fermare il nuovo corso politico costruito pazientemente da Moro? Non è un caso che l’attentato avvenga in coincidenza con il processo alle BR “storiche” a Torino e, soprattutto, che avviene lo stesso giorno del voto alle Camere per il nuovo governo che coinvolge il PCI nella direzione del paese. E, infine, non si deve dimenticare che Moro è (era?…) il candidato numero uno per il Quirinale dopo Leone…

Nel paese c’è stata la mobilitazione spontanea e immediata dei lavoratori e nelle grandi città le piazze si sono riempite di centinaia di migliaia di persone. Folle impressionanti in difesa della democrazia, non certo di questo Stato…E le bandiere rosse si sono mescolate a quelle bianche della Democrazia Cristiana, partito così poco abituato alla piazza… PCI e sindacati (Cgil in testa) hanno dimostrato la loro grande capacità di mobilitazione delle masse popolari…

Le immagini dei cinque agenti massacrati in via Fani sono terribili, di quelle destinate a rimanere scolpite nella mente. Le vittime sono il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi (51 anni, che, si dice, era l’ombra di Moro, quasi una sorta di alter ego e ormai prossimo alla pensione);  l’appuntato dei carabiniere Domenico Ricci, 43 anni, l’autista preferito di Moro che era nato a San Paolo di Jesi, nelle Marche; il brigadiere Francesco Zizzi, 30 anni, di Fasano, in provincia di Brindisi; la guardia Raffaele Iozzino, di Casola, nel Napoletano, il più giovane della scorta coi suoi 23 anni; infine, l’agente Giulio Rivera, 24 anni, nato a Guglionesi, in provincia di Campobasso. Quasi tutti del Sud e figli di povera gente, vite brutalmente spezzate perché qualcuno l’ha deciso e non fa nulla se Leonardi o Ricci lasciano i loro figli (entrambi due) su questo mondo senza più l’affetto e il sostegno dei loro padri… Intanto, sui muri di qualche grande città, per es., Milano, sono apparse due scritte filobrigatiste che esaltano il sequestro e la strage: 10, 100, 1000 Aldo Moro, con accanto la “famosa” stella delle BR a cinque punte dentro un cerchio, e, più in là, la falce e il martello. Quindi: Ieri Schleyer oggi Moro con accanto stessa stella nel cerchio… Il fenomeno imitativo è forse ineliminabile in certi casi e, poi, si sa che gli imbecilli non mancano mai…

Per quanto riguarda le forze di polizia è normale e ovvio che siano tese e nervose e che non ci tengono alle lapidi piene di retorica sul dovere e il sacrificio per la patria. Lo stato d’animo dei poliziotti (come degli altri militari) si può sintetizzare così: rabbia, paura, tensione, sfiducia e frustrazione, anche per una riforma della polizia che si aspetta da anni e non si fa mai… Stato d’animo che è, poi, quello di un po’ tutti gli italiani…

In Vaticano c’è molta angoscia per Moro. Paolo VI lo conosce da quasi quarant’anni e la notizia l’ha certamente molto colpito. Naturalmente, non manca il messaggio di solidarietà e vicinanza espresso alla famiglia…

Partiti e sindacati hanno invitato alla calma e alla difesa dello Stato democratico e delle sue istituzioni. Berlinguer e Lama in testa. Da più parti si invocano misure eccezionali, stato di pubblico pericolo e leggi marziali con pena di morte. C’è chi vorrebbe il ritorno di Scelba, “uomo forte” degli anni del centrismo. Da più parti si lamenta anche il fatto che i nostri servizi segreti sono stati resi poco efficienti dalle critiche della sinistra per le “presunte” deviazioni sulle stragi fasciste da ’69 ad oggi. I servizi, però, esistono, c’è il Sisde, c’è il Sismi, che, quando vogliono, riescono ad essere efficientissimi. In questa vicenda, naturalmente, debbono apparire inetti e impreparati, non all’altezza del compito, mentre le BR debbono apparire efficientissime, preparatissime e addirittura, più forti dello stesso Stato… Del resto fino a poco tempo fa non c’era pure il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa così bravo ed efficiente nella lotta al terrorismo? Perché non lo si chiama a fronteggiare la situazione? In questo clima irreale e da paura sul mondo sembra che il destino del paese debba essere nelle mani dei militari, così come vorrebbe il partito di Almirante… Il governo ha disposto che tutti i permessi e le licenze ad agenti e militari delle varie armi siano sospesi (lo sono da ieri!) e, anzi, sono stati richiamati in caserma tutti quelli che si trovano in licenza; si pensa anche a mobilitare l’esercito in tutto il paese, proprio come se fossimo in guerra …

Il freddo e imperturbabile Andreotti ha invitato gli italiani a stare calmi e a solidarizzare con lo Stato e il governo. Il suo è stato un vero e proprio appello d’emergenza, in nome dell’emergenza. Ai cittadini italiani poco affezionati allo Stato e alle sue istituzioni ha chiesto praticamente il consenso e la collaborazione in nome della paura e del ricatto del terrorismo. La paura fa consenso: questo sembra essere la ricetta – vecchia o nuova che sia – che il Potere usa per l’occasione…

Le indagini sono a senso unico, cioè contro i militanti della Nuova Sinistra, Autonomia Operaia ed ex-sessantottini soprattutto. Posti di blocco in tutto il Paese, mentre nella capitale vengono perquisite le abitazioni di cittadini che con le BR non hanno nulla a che fare. Disagi e paura per tutti, mentre i brigatisti se ne stanno a sghignazzare comodamente seduti in un appartamento magari non lontano da via Fani…

Centinaia sono le telefonate di mitomani e sciacalli: tutti sanno qualcosa, dicono di aver visto questo o quell’altro… Certamente qualche testimone, qualcuno che ha visto tutto o quasi tutto ci sarà, ma verrà fuori? Avrà il coraggio di parlare e di esporsi al pericolo di essere ucciso qualora il suo nome venisse a galla? Intanto, per accontentare l’opinione pubblica e dimostrare che non si brancola nel buio più totale, oggi sono stati effettuati quattro fermi. Si sa il nome di uno dei fermati: Gianfranco Moreno, 32 anni, impiegato di banca. È probabile che non c’entri nulla, ma qualcuno va pur preso… In tutta fretta il Ministro degli Interni, Cossiga, ha fatto sfornare dal proprio cervello elettronico, cioè dal computer del Viminale, una lista di 20 presunti pericolosi brigatisti da ricercare quali possibili autori della strage di via Fani. Ha lanciato il suo bell’appello agli italiani affinché collaborino (telefonate al numero 475.69.89…) con questo Stato, cioè con le forze di polizia e, insomma, si facciano delatori (magari del vicino di casa che sta sul groppone…), e si è appellato anche alla stampa affinché sia equilibrata (cioè si autoncensuri…) nel dare le notizie…

L’analogia tra “caso Schleyer” e via Fani è davvero impressionante, tanto che a Bonn si è detto subito che è come essere di fronte a un secondo caso Schleyer. Naturalmente, i contatti tra le polizie e i servizi dei due paesi sono sempre attivi e si sono rafforzati dopo una recente visita di Cossiga (evidentemente il nostro capo della polizia ha una grande passione per certe cose…) alle efficienti “teste di cuoio” teutoniche (per reprimere meglio gli estremisti di sinistra…). Si dice che esperti dell’antiterrorismo tedesco siano già a Roma (magari chiamati dal buon Cossiga…) per dare consigli… Intanto, una voce, a dir poco inquietante, dice che i servizi segreti tedeschi sapevano già che in Italia ci sarebbe stato un attentato ad un importante uomo politico e lo avrebbero segnalato. Se fosse vero, sarebbe gravissimo… E c’è il fatto che uno del commando si sarebbe rivolto in tedesco ai suoi complici…

In merito al black-out telefonico organizzato ad arte dalle BR o chissà da chi, pare che la SIP ha negato ogni possibile sabotaggio: si sarebbe trattato di un blocco dovuto solo a sovraccarico di telefonate: tutto è tornato alla normalità verso le 10, cioè a strage e sequestro avvenuti…

Naturalmente, da tutte le parti del mondo sono stati subito espressi sdegno, esecrazione, solidarietà ma anche preoccupazione. Negli “States”si spera che Moro possa tornare presto in libertà. Viene citato il messaggio alquanto generico di Carter, un commento “addolorato” del machiavellico Kissinger (che si augura che, l’«“episodio indegno”» che ha colpito l’illustre leader, possa «“concludersi felicemente”»…) e quello della CBS che parla di democrazia colpita al cuore… Infine, per gli “esperti” del Dipartimento, il governo italiano deve, d’ora in avanti, «“puntare il riflettore”» sul problema «dei possibili “legami internazionali”» del terrorismo che, sottinteso, per gli USA sono sempre con il mondo sovietico, con il mondo dell’Est comunista… Dal canto suo, la superpotenza sovietica lancia le sue accuse alle potenze occidentali…: la strage e il sequestro di un politico come Moro sono una gigantesca e pericolosissima provocazione, un’operazione delle forze reazionarie per impedire il cambiamento e, soprattutto, l’ingresso del PCI nel governo; operazione che rientra in quella strategia della tensione che non riguarda solo l’Italia e che si sa a chi giova (cioè agli Stati Uniti, sottinteso…).

C’è chi chiede (giustamente, in effetti…) le immediate dimissioni di Cossiga ma, in questo momento, sarebbe un errore. Tra qualche giorno, però, si  dovrebbe operare un cambio al Viminale…

Da notare è che l’unico tra i politici che abbia espresso la necessità di fare di tutto per cercare di liberare Moro è stato Bettino Craxi…

La scena di oggi in Parlamento è stata una scena non proprio esaltante per le sortite a caldo di certi uomini politici importanti e meno importanti… Insomma, la nostra classe politica ha dato uno spettacolo non proprio all’altezza della situazione. Ci sono state scene isteriche e prese di posizione preoccupanti come, per es., quella di gente non estremista come La Malfa e di moderati come l’on. Tina Anselmi e di altri che hanno subito sostenuto che lo Stato accetta la sfida dei brigatisti  e che non deve assolutamente trattare per salvare Moro…: lo Stato non scende a patti, lo Stato non tratta con i criminali, lo Stato non cede… E tutto questo quando non si sa ancora se Moro è vivo o morto…

L’irascibile e sanguigno Ugo La Malfa dovrebbe essere in buona fede. Non è certo un fascista ma finisce facilmente, suo malgrado, per essere avvicinato ai fascisti nelle sue invocazioni bellicistiche, da guerra civile: dire che si debba rispondere con pena di morte, coprifuoco e guerra e cioè con le leggi marziali care ai fascisti significa gettare il paese nel caos, nella guerra civile (che, in effetti, non c’è…) e anche finire per dare un riconoscimento, di fatto, come esercito nemico, ai quattro gatti delle BR…

Il clima di tensione ricorda quello dell’attentato a Togliatti, ma c’è chi ha ricordato Giacomo Matteotti, il coraggioso socialista rapito e ucciso dai fascisti nel 1924. Certo, se si pensa a Moro già oggi ucciso o che potrebbe esserlo a breve, il pensiero va a Kennedy e, andando più indietro nel tempo di quasi 2000 anni, anche a Giulio Cesare, alle idi di marzo e al Bruto di turno…

Sul paese è calata come una cappa di piombo. C’è un clima che fa paura, un clima “tedesco”, un clima da colpo di Stato. La sensazione è quella del colpo di Stato. Anche i commenti della gente fanno paura e fanno capire il grado di confusione, di smarrimento, di sfiducia nella politica e anche di qualunquismo in cui gli italiani sono stati fatti piombare tra tentativi di golpe filofascisti, stragi nere e rosse che dir si voglia e scandali senza colpevoli e senza puniti. Delitti senza castigo. Ecco perché oggi su una parte dell’opinione pubblica, su tutti quelli che sono poco politicizzati e seguono il buon senso comune, la strage di via Fani e soprattutto il sequestro di Moro sono fatti che non li riguardano da vicino, sono un fatto di potere che riguarda solo loro, solo i potenti e, anzi, dovrebbero prenderne uno al giorno di quelli, così, finalmente, pagherebbero… Partecipazione, piazze piene, dunque, ma anche qualunquismo e indifferenza da assuefazione, con richiesta, da più parti, della pena di morte e di leggi più severe… da Stato autoritario, insomma…

Nel primo pomeriggio sono uscito  e sono andato all’edicola che da anni è, ormai, la mia edicola. C’era gente di ogni ceto che discuteva della strage e del rapimento di Moro. Ho sentito i commenti più disparati.

«Ve lo dico io: secondo me a fare questo sono stati Andreotti, Fanfani e Carter», ha detto con agitata convinzione l’anziano signor Luigi, il giornalaio per eccellenza del paese.

«Ma che dici!… secondo me, dietro c’è la Russia. Voi non conoscete i russi!…», ha ribattuto don Franco, il farmacista, sempre sicuro di avere la verità a portata di mano.

«Io sono d’accordo con Luigi: sono gli americani e la Democrazia… Sì, proprio il partito di Moro!…», ha replicato a sua volta mastro Ciccio, il ciabattino.

«Io dico che c’è di mezzo anche il Vaticano. Voi li fate così santi quelli lì?…», ha sostenuto il ragioniere Perrone.

«Ma scusate, non potrebbero essere semplicemente terroristi nostrani?.. Io li vedo un po’ come i carbonari dell’Ottocento o, se volete, come i partigiani…», ha precisato con sicurezza don Biagio, il cassiere della banca.

«Ma che carbonari dei miei stivali?! Ma stiamo scherzando?!…», ha quasi urlato il giornalaio. «Questi sono dei criminali all’ordine di gente potente. Credete davvero che si possa fare quello che è stato fatto senza che ci siano forti appoggi e grosse complicità?…».

«Io… A me non frega proprio niente di quello che è successo a Moro…Mi dispiace solo per quei poveretti, gente del popolo come noi… che sono morti per pochi soldi al mese come cani… Per quelli mi dispiace… Per Moro… che paghi!.. È venuto anche il loro turno. Dovrebbero prenderne uno al mese», ha infine affermato Giuseppe, detto Scirocco, perché ritenuto da tutti lo scemo del paese che, però, è sempre presente in edicola e legge gratis i giornali.

«La pena di morte!… Ci vorrebbe la pena di morte, ecco cosa ci vorrebbe!… Così la finirebbero di ammazzare i padri di famiglia!… Tu hai ucciso? E allora fai la stessa fine… Allora sì che le cose cambierebbero!…», ha detto il geometra De Salvo, uno sulla cinquantina, al quale ha fatto subito eco il vecchio maresciallo dei vigili urbani in pensione: «Sì, ci vorrebbe la pena di morte!… leggi più severe… Altro che la legge Reale!…».

«A me non frega niente di niente. Li ammazzassero!… Io so soltanto che se la notte non sforno i miei pani non so come guadagnarmi da mangiare… A me, l’importante è che non mi rompono i coglioni, a me, questi brigatisti…», ha affermato Vincenzo, il panettiere, con la sua disarmante logica.

Il giornalaio, che mi conosce da una vita, mi ha chiesto: «E tu… Tu studente marxista, cosa ne pensi?».

«Io…», ho risposto a un certo punto, «io credo che ci sia qualcosa di poco chiaro dietro questo fatto. Un fatto che poteva accadere solo in un paese orribilmente sporco come l’Italia. Un paese dove può accadere di tutto, dove tutto viene dimenticato  e dove i veri colpevoli non pagano mai…».

«Ma stai zitto!», mi ha risposto a voce alta e con tono contrariato il farmacista. «Sono quelli come te che stanno rovinando l’Italia: comunisti, leninisti, castristi, stalinisti, maoisti, brigatisti dei miei coglioni… Siete voi comunisti, insieme alla Russia, che state spargendo il sangue nel paese per permettere al PCI di governare con la scusa dell’emergenza…».

«Non so cosa dirvi», ho replicato brevemente non volendo scendere in polemica con un nostalgico del Duce.

«Per forza, non sai cosa rispondere!… Ma ora», ha aggiunto con soddisfazione malcelata, «la risposta ve la daranno la polizia e i carabinieri…».

«Scusate», non potei fare a meno di dire, «ma cosa c’entriamo noi? Non siamo mica brigatisti noi dell’estrema sinistra!..».

«Se non siete brigatisti», replicò, «siete comunque quelli che li fiancheggiano, quelli che simpatizzano…».

«Io, veramente, li detesto perché ci stanno distruggendo… Domani avremmo dovuto manifestare contro le cose che non vanno e invece già oggi e poi domani e ancora chissà fino a quando… siamo costretti a scendere in piazza per “difendere lo Stato e le sue istituzioni”…».

Detto questo ho salutato e me ne sono andato…

Adesso smetto di scrivere, ho la testa che mi pesa… La giornata è stata lunghissima e caotica, di quelle fuori dall’ordinario. Certamente i fatti di via Fani sono destinati a cambiare il corso degli avvenimenti, a segnare la storia del nostro paese.

Sogni la Rivoluzione, sogni un mondo migliore per tutti ed ecco, invece, che ti trovi davanti un’ennesima strage e le Brigate Rosse, che sembrano messe apposta lì per avvelenarti e spezzarti ogni sogno… «Ci hanno avvelenato le sorgenti del sogno, a noi che non avevamo altro che il sogno a consolarci», diceva Dino Campana, il poeta pazzo…

Amendolara-07/03/2018: Lagaria Band e la passione per la musica

Amendolara:07/03/2018

Lagaria Band e la passione per la musica

 

 

Bravi! Bravi! Bravi!!-Sembra una favola d’altri tempi, ma provate ad immaginare due amici a passeggio nella piazza di Amendolara paese che vengono richiamati da una voce suadente e da una musica melodiosa. Dalla strada non si nota nulla, arriva solo la musica. Si attraversa la strada e ci si avvicina alla fonte musicale da cui arriva “Mi sei scoppiata dentro al cuore” di Mina, accanto al noto Bar-Gelateria Murgieri “Il Ritrovo”e la canzone richiama l’attenzione  dei due amici che decidono di fare ingresso nel locale, a piano terra, dove vengono cordialmente accolti dagli amici musicisti. E’ il gruppo musicale Lagaria Band di Amendolara che sta provando il repertorio per festeggiare, domenica prossima, i 50 anni dell’attivissimo Murgieri Antonio. Eccovi i bravissimi sei elementi del gruppo “Lagaria Band”: Lucia Francesca Ferrara (Voce-con laurea in Canto Lirico conseguita in Romania), Pasquale Valicenti di Amendolara alla Tastiera, Cantore Francesco di Amendolara alla Batteria, Nicola Muscetta di Oriolo alla chitarra, Francesco Gentile di Amendolara alla chitarra solista, Murgieri Antonio, il futuro festeggiato, di Amendolara al basso. E’ facile intuire che più che una festa di compleanno sarà un matrimonio per il numero enorme di amici che il gruppo conta. I musicisti sono amici fraterni da tempo e con tanta voglia  di cantare e di suonare, accomunati dalla sana passione per la musica. Durante il giorno ognuno di loro si dedica al proprio lavoro, ma almeno un paio di sere a settimana, condividono l’idea di incontrarsi e di suonare in piena serenità. Il repertorio di “Lagaria Band” è vario,ma le musiche degli anni 60-70 ,nel mono locale insonorizzato, prevalgono e ne hanno la piena priorità. Ed ecco che nell’occasione volano nell’aria le note bellissime di: “Purple Rain”,What Up”,”Con il nastro rosa”, “Imagine”, “La Notte”,”Se bruciasse la città”, “Motocicletta”, “The Best”, “Sain Tropez”,ecc.ecc. Si sa, con la musica il tempo vola e si fa subito tardi e bisogna rientrare, ma si trascorrerebbero volentieri delle ore ad ascoltarli. Sono tutti bravi e orgogliosi di poter rappresentare musicalmente il loro paese della mandorla: Amendolara. Sono molti i gruppi musicali nati negli anni sessanta e sembrerebbe una banale e ulteriore imitazione, ma così non è. Vogliono proporre al pubblico dei pezzi molto conosciuti e che hanno scritto la storia di dischi di successo, ma i Lagaria Band provano la difficile sfida dell’originalità e con la loro determinazione e passione ci riusciranno.

Franco Lofrano

Amendolara- 02/03/2018: Caporal Tabacco per il trionfo del bene sul male

Amendolara: 02/03/2018

Caporal Tabacco per il trionfo del bene sul male

 

E’ uscito in questi giorni il libricino “Caporal Tabacco” che raccoglie delle favole, in circa 80 pagine, edito da Macabor e contenente dei racconti di diversi autori: Katia Bertaiola, Nicola Cordioli, Antonio Di Palma, Monica Fiorentino, Salvatore La Moglie, Pietro Rainero e Adriana Valenza. La favola di Caporal Tabacco a firma di Salvatore La Moglie racconta della perenne lotta tra il bene e il male e che alla fine, come sempre succede nell’immaginazione fiabesca, il bene trionfa sul male e la paura cede il posto al coraggio. La donna –mostro uccide diverse persone di un paesino e occorre fermarla. Molti ci provano, ma la loro sconfitta è una costante. L’intrepido Caporale Tabacco, chiamato così perché fumava sempre, accetta la sfida e riesce a liberare dalla paura gli abitanti di quell’immaginario e lontano paesino, uccidendo la donna-mostro, seppure dalle sembianze bellissima. Ecco il trionfo del bene sul male! Ecco il valore della favola che ci trasporta in un mondo magico e che dà valore e sviluppa la fantasia dei giovani e la loro creatività. Salvatore La Moglie ci ha abituati a leggere i suoi racconti, i suoi profili letterari, le sue poesie e oggi ci racconta anche una favola che riporta il suo personale vissuto storico di fanciullo curioso e pauroso nello stesso tempo. Oggi, da adulto, scrive una poesia dedicata alla morte, da tutti temuta, ma che egli sfida e non la teme più: che ben venga!-Ecco che il passaggio dalla fanciullezza all’essere adulto, dopo aver vissuto i tanti problemi che la vita ci presenta, ci porta a sviluppare il coraggio, sfidando il potere della paura. Una favola e una morale, quindi, per vivere con più serenità e sognare dei mondi più belli e sereni. E mentre ci troviamo a completare la lettura di queste belle favole e a riflettervi sopra, apprendiamo la bella notizia che Salvatore La Moglie dal Premio Cumani ha ricevuto ben tre riconoscimenti, che il volume sulla Divina Commedia in prima pagina porta un sua poesia : “La paura”, e riceve ancora un Diploma d’Onore per “Caporal Tabacco” entrambi al Premio Trofeo Penna d’Autore. Ormai il pluriversatile Salatore La Moglie ci ha abituati a tanti premi e noi dobbiamo continuare a leggerlo perché percepiamo che ha sempre da darci per la nostra crescita culturale il cui bisogno rimane infinito.

Franco Lofrano