Trebisacce-29/03/2023: Rubrica letteraria a cura di Salvatore La Moglie Pubblichiamo qui di seguito l’analisi del canto XXVII dell’Inferno di Dante, del quale Salvatore La Moglie propone un nuovo e originale commento che è diventato un libro pubblicato dalla casa editrice  Setteponti di Arezzo.

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Salvatore La Moglie

Rubrica letteraria a cura di Salvatore La Moglie

Pubblichiamo qui di seguito l’analisi del canto XXVII dell’Inferno di Dante, del quale Salvatore La Moglie propone un nuovo e originale commento che è diventato un libro pubblicato dalla casa editrice  Setteponti di Arezzo.

 Il canto-capitolo XXVII. Ottava bolgia dei consiglieri fraudolenti. Guido da Montefeltro e il padrino Bonifacio VIII che gli farà una proposta che non potrà rifiutare

 La narrazione sui consiglieri fraudolenti prosegue con il silenzio di Ulisse e l’allontanamento dai due Poeti; segue una splendida similitudine che introduce la figura di un altro dannato appartenente a quella che oggi chiamiamo establishment, cioè Guido da Montefeltro, Signore di Romagna e grande orditore di trame ed espedienti ingannevoli e fraudolenti, volte a fare il male ai propri simili: Già dritta in su la fiamma e queta per non dir più, e già da noi sen gìa quand’un’altra, che dietro a lei venìa ne fece volger li occhi alla sua cima per un confuso suon che fuor n’uscìa. Come ‘l bue cicilian che mugghiò prima col pianto di colui, e ciò fu dritto, che l’avea temperato con sua lima, mugghiava con la voce dell’afflitto, sì che, con tutto che fosse di rame, pur el parea dal dolor trafitto; così, per non aver via né forame dal principio nel foco, in suo linguaggio si convertìan le parole grame. Ma poscia ch’ebber colto lor viaggio su per la punta, dandole quel guizzo che dato ave la lingua in lor passaggio, udimmo dire: “O tu a cu’io drizzo la voce e che parlavi mo lombardo, dicendo ‘Istra ten va; più non t’adizzo’, perch’io sia giunto forse alquanto tardo, non t’incresca restare a parlar meco: vedi che non incresce a me, e ardo! Se tu pur mo in questo mondo cieco caduto se’ di quella dolce terra latina ond’io mia colpa tutta reco, dimmi se i Romagnuoli han pace o guerra; ch’io fui de’ monti là intra Urbino e ‘l giogo di che Tever si diserra”.

Dunque: La fiamma biforcuta (che racchiude Ulisse e Diomede) è già raddrizzata e ferma, calma (perché ha cessato di parlare e, quindi, non si agita più), e da noi già si sta allontanando con il permesso del dolce Virgilio (che si congeda da quelle anime), quando un’altra fiamma che le sta dietro, ci fa voltare, girare lo sguardo, gli occhi verso la sua cima, punta per un suono confuso, indistinto che da essa veniva fuori (perché è agitata, si sforza di parlare, di far uscire le parole). 

Come il bue (o toro di rame) siciliano (realizzato dallo scultore Perillo e dato in regalo al tiranno di Agrigento Falaride per mettervi ad arrostire dentro i condannati) che aveva mugghiato per la prima volta con il pianto, i lamenti di chi lo aveva lavorato con i suoi strumenti (cioè Perillo), e questo è stata cosa giusta, che mugghiava (il bue) con le grida di dolore del torturato che si arrostiva, di modo che, pur essendo di rame, sembrava che emettesse dolorosi muggiti (per il supplizio subito); (ebbene) così, allo stesso modo, per il fatto che da subito non trovano via d’uscita né alcun’altra apertura attraverso la fiamma, il fuoco, le parole dolenti, soffocate (del dannato) si convertono nel linguaggio, nel suono del fuoco. Ma (le parole) dopo aver trovato la loro via d’uscita dalla cima della fiamma, imprimendole quella vibrazione che la lingua ha fatto al passaggio delle parole nel pronunciarle, noi sentiamo dire: O tu a cui rivolgo le mie parole e che adesso, poco fa parlavi con accento lombardo (lombardo era sinonimo di italiano), dicendo (ad Ulisse) ora va pure; più non ti incito a parlare, benché io sia forse giunto (qui) un po’ tardi (affinchè tu possa restare a discorrere con me), non ti rincresca di rimanere di trattenerti a parlare con me: come puoi vedere, non rincresce a me, eppure brucio, ardo!

Se tu sei precipitato, giunto nel mondo malvagio e senza luce (dell’Inferno) solo da poco (crede che Virgilio sia un’anima peccatrice) da quella dolce terra italiana dalla quale porto tutta la mia colpa, dimmi se i Romagnoli sono in pace o in guerra; perché io sono nato nel Montefeltro, tra Urbino e la catena dell’Appennino dal quale scaturisce (presso il monte Coronaro) il Tevere.

Mentre il peccatore smette di parlare, Dante dice che: Io era in giuso ancora attento e chino, quando il mio duca mi tentò di costa, dicendo: “Parla tu; questi è latino”. E io, ch’avea già pronta la risposta, sanza indugio a parlare incomiciai: “O anima che se’ là giù nascosta, Romagna tua non è, e non fu mai, sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni; ma ‘n palese nessuna or vi lasciai. Ravenna sta come stata è molt’anni: l’aguglia da Polenta la si cova, cì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni. La terra che fe’ già la lunga prova e di Franceschi sanguinoso mucchio, sotto le branche verdi si ritrova. E ‘l mastin vecchio e ‘l nuovo da Verrucchio, che fecer di Montagna il mal governo, là dove soglion fan de’ denti succhio. Le città di Lamone e di Santerno conduce il lioncel dal nido bianco, che muta parte dalla state al verno. E quella cu’ il savio bagna il fianco, così com’ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte tra tirannia si vive e stato franco. Ora chi se’, ti priego che ne conte: non esser duro più ch’altri sia stato, se ‘l nome tuo nel mondo tegna fronte”: Io stavo ancora chinato e con lo sguardo, con gli occhi intento a guardare giù nel fondo della bolgia, quando Virgilio mi ha toccato (col gomito) nel fianco, dicendo: parla tu, (perché) questi è italiano (Virgilio che parla sempre in italiano e che straniero non è, non vuol parlare con il dannato perché non si capirebbero…: naturalmente, si tratta di una piccola finzione letteraria, in quella più immensa, di uno stratagemma messo in piedi da Dante perché è lui che vuol parlare con l’ex potente di storia contemporanea dopo che il maestro ha parlato con il mitologico e leggendario Ulisse).

Infatti, Dante ha già pronta la risposta da dare e senza indugiare, senza esitare ha incominciato: O anima che sei laggiù avvolta, racchiusa (nella fiamma e, quindi, nascosta, non visibile), la tua Romagna non è e non è stata mai senza guerra nel cuore dei suoi tiranni (di potenti famiglie, Signori e capi di fazioni politiche che covano rancore, odio, invidia, cupidigia di potere e di ricchezze); ma adesso, per il momento non c’è nessuna guerra (di cui io possa darti informazioni). Ravenna si trova nella situazione in cui è stata per anni: lo stemma (cioè la Signoria) dei da Polenta (un’aquila rossa in campo giallo) è ormai stabile da anni nel governo della città (l’aquila vi ha fatto il suo nido e la tiene sotto le sue ali (vanni), cioè sotto la sua protezione e il suo controllo, ormai dal 1275), tanto che il suo dominio si estende fino a Cervia. Forlì, la città ghibellina, che ha sostenuto un lungo assedio (1281-83, da parte delle truppe guelfe francesi inviate da papa Martino IV) e ha fatto strage dei soldati francesi, adesso si trova sotto la Signoria degli Ordelaffi, il cui stemma è un leone verde in campo d’oro (e la resistenza alle truppe guelfe c’è stata per merito di Guido da Montefeltro). E i due Malatesta del castello di Verrucchio, il vecchio mastino (perché pronto ad azzannare e addentare i propri nemici), il vecchio Malatesta (padre di Paolo e Gianciotto) e il giovane mastino, Malatestino, che hanno ucciso in prigione un loro nemico, tal Montagna di Parcitade, capo ghibellino riminese, usano i denti come succhiello per dilaniare, lacerare i sudditi, i governati (e anche sottraendo i loro i beni, a Rimini e nelle altre terre). Le città di Faenza e Imola, rispettivamente bagnate dai fiumi Lamone e Santerno, sono dominate dal Signore Maghinardo Pagani da Susinana, con sullo stemma un leone azzurro in campo bianco, che cambia partito dall’estate all’inverno, cioè facilmente (oggi ghibellino e domani opportunisticamente guelfo…: con il linguaggio della politica odierna, si direbbe un incallito voltagabbana, uno facile a cambiare casacca, cioè partito, che era tra le cose che Dante più detestava). E Cesena (infine), bagnata dal fiume Savio, sta così com’è collocata tra pianura e montagna, in una via di mezzo tra la tirannia e la libertà, tra il governo di Signori tirannici (autoritari e antidemocratici, diremmo oggi) e il governo di tipo liberale, meno autoritario e oppressivo. (Insomma, un po’ tutte le Signorie di Romagna vivono una situazione instabile, tra Signori che si atteggiano a sovrani e, quando va bene, con Signori più liberali e meno da Re Sole e da lo Stato sono io).

(Io ti ho dato le informazioni che volevi ma) ora, ti prego di farci sapere, di raccontarci chi sei: non essere restio a rispondere più di quanto non sono stato io con te (che ho risposto subito alla tua richiesta), possa così il tuo nome, la tua fama resistere alla sfida del tempo (e qui c’è molta ironia, visto che si tratta di cattiva fama…).

Il dannato non si sottrae alla richiesta, credendo di parlare con un suo simile e non con un vivo che ritornerà nel dolce mondo ed è pronto a vuotare il sacco, tanto le cose resteranno lì, tra lui e Dante, che gli fa credere che sarà proprio così…: Poscia che ‘l foco alquanto ebbe rugghiato al modo suo, l’aguta punta mosse di qua, di là, e poi diè cotal fiato: “S’i’ credesse che mia risposta fosse a persona che mai tornasse al mondo, questa fiamma starìa sanza più scosse; ma però che già mai di questo fondo non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero, sanza tema d’infamia ti rispondo.

Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero. Credendomi, sì cinto, fare ammenda; e certo il creder mio venìa intero, se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, che mi rimise nelle prime colpe; e come e quare, voglio che m’intenda. Mentre ch’io forma fui  d’ossa e di polpe che la madre mi diè, l’opere mie non furon leonine, ma di volpe. Li accorgimenti e le coperte vie io seppi tutte, e sì menai lor arte, ch’al fine della terra il suono uscìe.

Quando mi vidi giunto in quella parte di mia etade ove ciascun dovrebbe calar le vele e raccoglier le sarte, ciò che pria mi piacea, allor m’increbbe, e pentuto e confesso  mi rendei; ahi miser lasso! E giovato sarebbe. Lo principe de’ novi Farisei, avendo guerra presso al Laterano, e non con Saracin nè con Giudei, chè ciascun suo nemico era Cristiano, e nessun era stato a vincer Acri né mercatante in terra di Soldano; né sommo officio né ordini sacri guardò in sé, né in me quel capestro che solea fare i suoi cinti più macri. Ma come Costantin chiese Silvestro d’entro Siratti a guerir della lebbre, così mi chiese questi per maestro a guerir della sua superba febbre: domandommi consiglio, e io tacetti perché le sue parole parver ebbre. E’ poi ridissi: ‘Tuo cuor non sospetti; finor t’assolvo, e tu m’insegna fare sì come Penestrino in terra getti.  Lo ciel poss’io serrare e diserrare, come tu sai, però son due le chiavi che ‘l mio antecessor non ebbe care’.

Allor mi pinser li argomenti gravi là ‘ve ‘l tacer mi fu avviso il peggio, e dissi. ‘Padre, da che tu mi lavi di quel peccato ov’io mo cader deggio lunga promessa con l’attender corto ti farà triunfar nell’alto seggio’. Francesco venne poi, com’io fu’ morto per me; ma un de’ neri cherubini li disse: ‘Non portar: non mi far torto. Venir sen dee giù tra’ miei meschini perché diede il consiglio frodo- lente, dal quale in qua stato li sono a’ crini, ch’assolver non si può chi non si pente, né pentere e volere insieme puossi per la contraddizion che nol consente’.

Oh me dolente! Come mi riscossi quando mi prese dicendomi: ‘Forse tu non pensavi ch’io loico fossi’! A Minòs mi portò; e quelli attorse otto volte la coda al dosso duro; e poi che per gran rabbia la si morse, disse: ‘Questi è de’ rei del foco furo’; per ch’io là dove vedi son perduto, e sì vestito, andando mi rancuro”.

Dunque, a parlare, a rivelarsi è il conte Guido da Montefeltro, uomo di guerra, condottiero e politico dotato di grande astuzia, spregiudicatezza e sagacia. Nato forse nel 1220, era stato vicario di Corradino di Svevia nel 1268; fu capo dei ghibellini di Romagna e combattè più volte contro le truppe guelfe e papali. Diventò Signore di Urbino e nel 1294 (dopo esser stato scomunicato) si rappacificò con la Chiesa ed entrò nell’ordine francescano. Morì nel 1298. Ecco come racconta la storia della sua vicenda umana e terrena: Dopo che la fiamma si era sforzata di parlare mugolando come sono solite fare queste fiamme, cioè a modo loro, la cima acuta si è dimenata, mossa ora di qua e ora di la, oscillando, e poi ha emesso questo soffio, cioè ha detto queste parole: Se io credessi che la mia risposta fosse data a persona che prima o poi tornerà sulla terra, nel mondo dei vivi, questa fiamma smetterebbe di agitarsi, cioè non parlerebbe più (Guido non vede Dante e lo crede uno dei tanti dannati); ma per il fatto che mai nessuno da questo fondo, abisso infernale è tornato tra i vivi, se è vero quel che ho sentito dire, (ebbene) io ti rispondo senza alcun timore di procurarmi cattiva fama. (Il prudente e astuto uomo politico e di armi sta vuotando il sacco a un vivo  a cui narra, ignorando che è caduto, suo malgrado – lui grande esperto in inganni – in una sottile, intelligente trappola tesagli dal narratore Dante). Io sono stato uomo d’armi e poi frate francescano, credendo che così munito del cordone, di poter riparare alle colpe, di poter espiare; e certamente quel che credevo si sarebbe pienamente realizzato, se non fosse stato che il papa Bonifacio VIII, che possa essere colpito da un malanno! che possa pagare per questo!, mi ha fatto ricadere nei miei vecchi peccati, nelle colpe di una volta (i consigli fraudolenti, gli inganni); e in che modo e perché, voglio che tu mi intenda, ascolti (bene).

Mentre io, anima, ero unita al corpo, ero  uomo vivo,  in carne ed ossa che mia madre mi aveva dato (mettendomi al mondo), le mie azioni non sono state solo da leone ma da volpe, cioè da uomo molto astuto. Io ho conosciuto, sono stato esperto nelle sottili astuzie e nelle frodi, negli inganni fatti ad arte, e le ho sapute usare, portare così bene a compimento, tanto che questa mia fama si è diffusa fino ai confini del mondo.

Quando sono giunto alla vecchiaia, in quel punto della vita in cui ciascuno dovrebbe (con buonsenso…) ammainare le vele e raccogliere le funi (cioè cercare di vivere una vita più racolta, virtuosa e lontana dalle passioni del mondo), ciò che prima mi era piaciuto (ed era stato al centro della mia vita, cioè le astuzie e gli inganni), poi era finito per dispiacermi, per pesarmi e, dopo essermi pentito e dopo aver confessato i mie peccati, le mie colpe, mi sono fatto frate; ahi povero me! E sarebbe giovato (alla mia salvezza)… (Ma è successo che) il papa (Bonifacio VIII) capo dei nuovi Farisei (tutti gli ecclesiastici ipocriti e indegni come quelli redarguiti e sferzati da Gesù a suo tempo), essendo in lotta politica all’interno del Laterano con la potente famiglia dei Colonna (che vivevano lì vicino), e non contro i nemici della Cristianità, della fede cattolica come gli infedeli Saraceni (musulmani) o gli Ebrei, poiché ogni suo nemico era Cristiano (i suoi nemici erano gli stessi cristiani), e nessuno di questi cristiani era stato (qui c’è forte sarcasmo) a combattere contro i Saraceni per la conquista di San Giovanni d’Acri (caduta poi nella mani dei musulmani), né erano andati come mercanti nelle terre del Sultano (Siria, Egitto, ecc.) per lucro, per denaro, contro il divieto della Chiesa, del papa (per non favorire i musulmani); (ebbene) Bonifacio non ha avuto alcun riguardo né per la sua alta funzione di papa, né del suo essere (lo status di) sacerdote e neppure del mio cordone di frate che era solito rendere (coloro che ne erano cinti) più magri (per la vita povera, i digiuni, le astinenze e le penitenze). Ma come Costantino, affetto dalla lebbra, aveva mandato a chiamare (papa) Silvestro che stava in una grotta sul monte Soratte, nella Sabina, affinchè lo guarisse; così Bonifacio mi ha fatto chiamare come medico per guarirlo dalla sua febbre di superbia, cioè dal febbrile desiderio di abbattere i Colonna (cioè come fare per sconfiggerli); mi ha chiesto un consiglio (fraudolento, una strategia di attacco), ma io ho taciuto perché le sue parole mi sono sembrate insensate, deliranti. (Visto, però, che io mi ero mostrato restio a soddisfare la sua scellerata richiesta) ha poi ripreso a dire, ha insistito: Il tuo cuore non tema; fin da ora io ti assolvo (dalla colpa che commetterai col tuo consiglio fraudolento), ma tu mi devi insegnarmi come fare ad abbattere il castello di Palestrina (che era dei Colonna). Come tu ben sai, io posso (ho il potere di) chiudere ed aprire, assolvere o meno, e infatti sono due le chiavi del Cielo (affidate da Gesù a San Pietro), che il mio predecessore (Celestino V, quello del gran rifiuto) non ha apprezzato molto (perché ha rinunciato al papato e quindi ad usarle).

Allora, gli autorevoli argomenti (e convincenti, quasi da padrino della mafia: gli faremo una proposta che non potrà rifiutare…) mi hanno spinto fino al punto che il tacere, il negare il consiglio richiesto (cioè disobbedire) mi è sembrata la cosa peggiore (fonte di mali peggiori), per cui ho detto: Padre (oggi direbbe: Santità), poiché tu mi assolvi da quel peccato in cui io dovrò cadere, ebbene, il consiglio (fraudolento) che ti farà trionfare sul trono papale dei tuoi nemici (rendendo il tuo potere più sicuro) è questo: promettere molto e mantenere poco.

Quando poi sono morto, San Francesco è venuto per prendere la mia anima (per portarla in Paradiso), ma uno dei diavoli (angeli neri che si erano ribellati a Dio) gli ha detto: Non portarlo in Paradiso, non farmi un torto. Deve venire giù nell’Inferno con i miei schiavi, perché ha dato il consiglio fraudolento; e da quel momento in poi gli sono stato sempre vicino, alle calcagna, pronto ad acciuffarlo: perché non si può assolvere chi non si pente (non c’è assoluzione senza pentimento), né è possibile, allo stesso tempo, pentirsi del peccato e pensare di commetterlo per la (evidente!) contraddizione (il principio di contraddizione…) che non lo consente.

O povero me! Come mi sono ridestato (atterrito…), come sono trasalito quando mi ha afferrato dicendomi: Forse tu non pensavi, non riuscivi ad immaginare che io fossi un maestro di logica, di dialettica, un sottile ragionatore!… E così mi ha portato da Minosse; il quale ha avvolto otto volte la coda intorno al duro dorso; e dopo essersela morsa per la grande ira (dovuta al grande peccato commesso su istigazione di un papa, e forse arrabbiato anche per questo), ha detto, ha sentenziato: Questi è uno che deve finire nell’ottava bolgia dei peccatori che si nascondono avvolti in una fiamma (foco furo: fuoco ladro); per questo, perciò,  come puoi vedere, sono dannato in questa bolgia, e così avvolto, chiuso in questa fiamma, mentre cammino mi rammarico, mi rodo, mi arrovello (per la pena e il dolore eterno, che poteva essere evitato e invece…).

Guido smette di parlare e si allontana dimenandosi dolorosamente, con sofferenza, mentre i due Poeti proseguono il loro cammino avviandosi nella nona bolgia, la bolgia dei seminatori di discordie: Quand’elli ebbe ‘l suo dir così compiuto, la fiamma dolorando si partìo, torcendo e dibattendo il corno aguto. Noi passamm’oltre, e io e ‘l duca mio, su per lo scoglio infino in su l’altr’arco che cuopre il fosso in che si paga il fio a quei che scommettendo acquistan carco: Una volta finito di parlare, la fiamma si allontana sofferente, dimenando, agitando fortemente la sua punta acuta. Noi due siamo andati oltre, su per il ponte fino a quello successivo, che copre la nona bolgia dove scontano la giusta pena (pagare il fio, cioè il salario, ma qui vale come scontare la giusta pena) quelli che dividendo gli altri, seminando discordia si gravano di colpa, di peccato.

Anche da questo canto-capitolo emerge, ancora una volta, l’estrema cattiveria dell’uomo e soprattutto quella degli uomini di Potere, sia del mondo politico che della Chiesa che, per secoli, è stata l’altra faccia della medaglia della politica e del potere politico. E non manca mai il tanto detestato Bonifacio VIII, papa politico per eccellenza, anzi per antonomasia, che, pur di conseguire il proprio interesse, il proprio particulare, era disposto alle peggiori azioni, alle peggiori nefandezze. Qui istiga Guido a farsi consigliare come tendere un inganno ai nemici Colonna per poter stare tranquillo sul soglio pontificio e, per convincerlo, mette in campo tutta la sua autorità e autorevolezza di vicario di Cristo sulla terra che può già assolverlo in via preventiva dall’orribile peccato che commetterà con l’inganno studiato a tavolino. E a noi che leggiamo il racconto di Guido, che, anzi, lo vediamo raccontare la sua triste storia, alla fine, ci appare meno colpevole del papa, lui sì il vero colpevole, che ha saputo ingannare Guido attirandolo nella trappola con l’illusione che sarebbe stato già assolto per il male commesso. Invece, non è stato così e, alla fine, Guido, ovvero la sua anima, si è trovata davanti la sottile filosofia del diavolo che gli ha fatto capire che Bonifacio l’aveva saputo ingannare e lo aveva portato abilmente a vendersi l’anima con una quasi minacciosa promessa di assoluzione. Adesso che, a sue spese, ha capito l’inganno, non gli resta che lanciargli in eterno le sue plebee maledizioni, l’auspicio di gravi malanni. Pertanto, ad esser messo sotto accusa non è tanto Guido ma il malvagio Bonifacio, cupido di Potere e di ricchezze e, con lui, tutto il Papato corrotto e degenerato.

Guerre di potere, fratricide, tra italiani e italioti, barbariche e violente lotte tra guelfi e ghibellini, Bianchi e Neri, Signori contro altri Signori, capitani di ventura pronti a tutto, trame politiche e atroci inganni con nefandezze e crudeltà di ogni genere… Di questa Italia-bordello-politico destinata a rimanere, per secoli, divisa e preda delle potenze straniere, ora della Francia e poi della Spagna, ci parla, con immensa amarezza, Padre Dante nella Divina Commedia. A lui, spirito così puro e onesto, non rimaneva che Sognare un’Italia unita, unificata sotto l’egida di un ideale Impero e di un’ideale Chiesa, per la pace, la giustizia e la felicità degli uomini.