Trebisacce-02/03/2013: “Dodici ore soltanto” e “La voce del silenzio”:L’eclettismo di due romanzi, di Sara De Bartolo, che giocano su registri diversi e riescono sempre a coinvolgere

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L’eclettismo di due romanzi

che giocano su registri diversi

e riescono sempre a coinvolgere

 

Sara De Bartolo, scrittrice delicata e profonda che ama

scandagliare a fondo moti interiori e angosce millenariste

di Guglielmo Colombero

«Non una parola. Non un ripensamento. Non un’esitazione. Insieme salirono su quel treno. Partirono verso il loro destino ormai amico, verso un destino senza alcun orizzonte, senza alcun limite, senza alcuna presenza, senza alcun confine. Ma solo con una voce… la voce del silenzio.» Uno scorcio significativo della raffinatezza stilistica con cui Sara De Bartolo, scrittrice autrice di La voce del silenzio (pp. 224, € 13,00) e di Dodici ore soltanto (pp. 64, € 8,00), editi entrambi da Città del sole, racconta le sue storie, e tratteggia i drammi interiori dei suoi personaggi senza nulla concedere alle mode imperanti della narrativa sensazionalista, ad effetto.

 

Una mezzaluna spezzata che intreccia tanti destini

In La voce del silenzio Biagio Garella, giovane avvocato siciliano, rimasto vedovo con un figlio di pochi anni da crescere, Mino, durante una perlustrazione marittima trova un ciondolo d’oro a forma di mezzaluna. Trascorre un ventennio, Mino eredita il ciondolo dal padre morto precocemente: ne ha segito le orme, è diventato anche lui un avvocato. Anita, una cara amica di Mino, rischia di morire in un incidente stradale alla vigilia di Capodanno: Mirko, un direttore d’orchestra che passava per caso nei paraggi, le salva la vita. Mino e Mirko diventano amici: quando vede il ciondolo ereditato da Mino, Mirko si rende conto con sgomento che quell’oggetto era identico ad uno posseduto da suo padre, anche lui noto direttore d’orchestra, scomparso da anni senza lasciare traccia. Mino gli regala l’oggetto, e Mirko, da una perizia affidata ad un orafo, apprende che quella mezzaluna non è altro che la metà di un gioiello spezzato, modellato a forma di luna intera. Con un’avvincente percorso a ritroso (con tanto di epilogo in forma epistolare, raffinata reminescenza dei romanzi ottocenteschi), l’autrice ne ricostruisce la vicenda: non anticipiamo altro per non rovinare il gusto del page turner al lettore.

 

Una manciata di tempo per scongiurare l’Apocalisse

«Esiste una sola alternativa per la salvezza dell’umanità. Cercatela. Trovatela e fatela vostra. Dove cercarla?! Iniziate da ciò che avete tra le mani.» Queste parole riassumono la filosofia esistenziale di Herman Collin, il cinquantenne protagonista di Dodici ore soltanto, che racconta la propria vicenda in prima persona: vive a Washington, è laureato in ingegneria sociale e, grazie al suo talento di “hacker”, è in grado di violare qualsiasi sistema informatico, anche il più sofisticato. Una mattina, la città gli appare come nel peggiore degli incubi: «La gente sui marciapiedi, nelle macchine, per strada, in moto, i bambini nel parco, un cane al guinzaglio con accanto il suo padrone… tutti, indistintamente tutti, stavano immobili. Bloccati non si sa da cosa e da quando». Sconvolto da questo terrificante scenario, Herman viene colpito da una lamiera affilata come una ghigliottina, e resta mutilato di una mano. Poi, come in un sogno, la “Madre di tutti gli Uomini” lo risana e gli affida una missione, che dovrà essere portata a compimento in sole 12 ore… Ci fermiamo qui, per non rivelare al lettore gli ulteriori, sconvolgenti sviluppi di questo racconto quasi kafkiano nelle sue cadenze allucinate che ricordano molto il filone letterario della fantascienza apocalittica. La trama di Dodici ore soltanto riecheggia infatti nell’ambientazione urbana tanti racconti che hanno costellato di inquietudini le notti dei lettori americani ed europei (negli anni Settanta era in voga Richard Matheson, un decennio più tardi fu il turno di Stephen King).

 

Un mosaico di drammi personali e di paure collettive

Sara De Bartolo dispone di un formidabile background culturale, che le permette di oscillare tranquillamente dalla parabola intimista di La voce del silenzio all’apologo sociopolitico di Dodici ore soltanto, mantenendo intatta, in due substrati narrativi così differenti (lento e quasi sospeso il primo, teso e incalzante il secondo) una sorprendente omogeneità stilistica. La sua disinvoltura nell’affrontare due registri così radicalmente diversi è la prova più evidente del suo talento di narratrice: mentre La voce del silenzio possiede la placida solennità di un grande affresco letterario affollato di personaggi, Dodici ore soltanto procede a scatti nervosi come un’istantanea scattata da un corrispondente di guerra al quale fischiano le pallottole sopra la testa. Se Sara De Bartolo fosse una regista, ci avrebbe offerto un saggio illuminante su come transitare dalla teatralità di una commedia sentimentale alla Alan Resnais ad un melodramma metropolitano cupo e barocco alla Martin Scorsese. La sfida è accattivante, e i risultati sono quasi sempre convincenti, soprattutto per quella nicchia di buongustai della parola che amano assaporare testi scaturiti da un’attenta e meticolosa alchimia di espressioni talvolta enigmatiche come una sciarada, altre volte immediate e dirette come un frase in “slang”. Squisitamente mediterranea nel primo romanzo, aggressivamente “yankee” nel secondo, l’autrice ci offre non poche iperboli narrative di incisiva efficacia, e, soprattutto, non perde mai il controllo sulla materia. Se a volte si concede, sopratutto in La voce del silenzio, qualche disgressione che rallenta il procedere del racconto, si tratta comunque di scelte funzionali al consolidamento di una forte impronta personale. E tutto comunque si ribalta in Dodici ore soltanto, dove il dinamismo frenetico degli eventi concede pochissimo respiro al lettore. Ingredienti diversi per due ricette letterarie che, come denominatore comune, possiedono la capacità di tenere sempre sveglia l’attenzione di chi legge.

 

 

 

 

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