Trebisacce-27/10/2019: Il fotografo (racconto di Salvatore La Moglie)

Salvatore La Moglie

Rubrica letteraria a cura di Salvatore La Moglie

 

Ai lettori de La Palestra presentiamo un racconto di Salvatore La Moglie che tanto successo sta avendo in più di un premio letterario, Il fotografo, che tratta di una scottante realtà dei nostri tempi.

 

 

Da un po’ di tempo non aveva che un chiodo fisso nella testa: Io, uno di questi giorni, lo uccido a quel criminale. Debbo farlo… Ormai la mia vita me l’ha rovinata… Devo trovare soltanto il momento giusto… Devo prenderlo di sorpresa… quando meno se l’aspetta… Lui non immagina che io possa essere capace di… Pensa che io sia un coniglio… Ma glielo farò vedere io, glielo faròa quel delinquente che mi ha tolto tutto… la moglie… mia figlia (che lo vede come un eroe… un grand’uomo…)… a quell’assassino che mi taglieggia ogni mese, come fa con tanti altriE quando lo farò voglio fotografare la scena… io sono del mestiere… e poi mi autodenuncerò… andrò dai carabinieri e gli dirò: Oggi ho tolto dal mondo un criminale… un essere infame che taglieggiava chi lavora e rovinava chi voleva lui… Voglio una medaglia al valor civileSì, la pretendo! In tanti saranno felici e contenti di aver eliminato dalla faccia della terra un criminale del genere… Se tutti avessero il coraggio di farlo!… Visto che non si è capaci di difendere i propri cittadini e di imporre la legalità… allora uno è costretto a farsi giustizia da sé… o mi sbaglio?…

Ormai erano giorni che non faceva che ripetere a se stesso questo discorso e si convinceva sempre di più di essere dalla parte della ragione e che la gente del paese gliel’avrebbe data e lo avrebbe acclamato come un grande eroe, un uomo coraggioso, uno con gli attributi visto che era stato capace di far fuori un delinquente di quella specie, che aveva sulla coscienza più di un morto ammazzato. Del resto, era profondamente convinto che denunciare il taglieggiatore voleva dire avere i giorni se non le ore contate… significava vivere nell’incubo… E, dunque, stava meditando come organizzarsi per portare a termine l’eroica impresa che, suo malgrado, lo costringeva a scendere sullo stesso terreno del detestato criminale, quello della violenza e del delitto, quello della disumanità e della spietatezza che ci porta alla conclusione che la vita degli altri sia priva di ogni valore.

Pensava: Comprare una pistola, forse sarebbe troppo complicatoE poi non l’ho mai usata… potrebbe incepparsi… o potrei non essere veloce  io  col grilletto… perché l’azione dev’essere rapida… senza tentennamenti o con la paura del grilletto e del meccanismo che si inceppaDebbo trovare un modo più semplice e meno complicato… Forse una cordicella… Lo potrei afferrarre per la gola e poi stringere con tutta la forza che ho… ma se lui riuscisse a svincolarsi… potrebbe uccidermi con la sua pistola… lui cammina armato quando va a chiedere il pizzoNo!… è troppo pericoloso… Ci vuole qualcosa di più pratico e sicuro… Ah! Ho trovato!… Ma perché non c’ho pensato prima!… L’accetta! Ecco l’arma migliore!… L’accetta… quella bell’accetta così tagliente che uso quando vado a potare gli alberi in campagna per passare un po’ il tempo e per dimenticare la rovina a cui mi ha portato quel delinquenteBene: cosa devo fare? Devo prenderla nel garage e portarmela nello studio… Lui, tra qualche giorno, viene a riscuotere… Questa volta… col sorriso sulle labbra… gli dirò di prendere lui stesso i soldi dal cassetto… che facesse come se fosse a casa sua… tanto lui si sente il padrone e io non sono che all’affittoe quando lui sarà piegato verso il cassetto per raccogliere i miei denari e metterseli in tasca col solito beffardo sorriso… ecco che allora… in quel preciso momento la scure dovrà abbattersi sulla sua maledettissima testa… senza ripensamenti e senza pietà… un primo colpo ben deciso e preciso e poi altri ancora finchè il suo cervello malato non schizza tutto fuori… E poi farò le fotoperchè un fatto del genere va immortalato e da me…  Sì, da  me  che sono la vittima e che ho finora subìto… ma è questione di qualche giorno… poi tutto sarà finito… io in galera ma lui al cimitero, come merita

Non vedeva l’ora che quel giorno – il giorno della resa dei conti – arrivasse.  Il  suo  stato  di estrema ansia si  era  ridotto  di  molto in   quanto sapeva che a breve avrebbe rimosso il macigno che da anni gli pesava addosso e gli aveva reso la vita un inferno. Pertanto, a fine mese (era il mese di giugno), quell’ansia e quella rabbia repressa dentro il suo animo che lo prendeva ogniqualvolta il criminale si presentava per riscuotere, adesso era come scomparsa.  Si  sentiva  addirittura  sereno  e  sicuro  di  compiere  una  buona azione. Sentiva che sarebbe stato capace di uccidere per liberarsi da un incubo ormai quotidiano. Il troppo era troppo e occorreva porre fine a una situazione in cui per un uomo è meglio finire in galera piuttosto che continuare a subire. Quando si è perso tutto, non resta che difendere la propria dignità e compiere un gesto eroico che ci risarcisca di tante ferite e di tante sofferenze. Meglio concludere la propria esistenza da eroe che continuare a subire in silenzio i soprusi di un criminale. Occorreva uscire dalla logica della legalità e del rispetto delle leggi, se voleva che la giustizia trionfasse…

 

 Così  quel giorno arrivò. Era una calda sera di fine giugno. Tra poco era ora di chiudere. Ad un tratto l’auto del delinquente si fermò lì davanti allo studio i. Con lui c’era il suo autista-guardaspalle che rimaneva sempre fuori, pronto poi a partire. Anzi, questa volta, il criminale gli aveva detto di andare un po’ in giro e di ritornare tra qualche minuto, perché voleva fare una chiacchierata col suo amico-vittima. L’accetta era pronta per l’azione, sapientemente occultata dietro le spalle e  resa invisibile dalla giacca.

Il  fotografo gli disse, come al solito ma, questa volta, con un sorriso sincero e meno finto: «Entra. Così abbassiamo la saracinesca a tre quarti, come sempre. La gente meno vede e meglio è… Accomodati. Fai come se fossi a casa tua…».    

E il criminale, con un sorriso beffardo: «Ma io sono a casa mia, no?!…».

Il fotografo, sempre col sorriso sulle labbra: «Ma certo! Vuoi che non lo sappia!… Oramai quello che è mio è tuo… lo so. E proprio per questo ti voglio dire che, da questo momento in poi, puoi prenderti i soldi direttamente tu… apri il cassetto e prenditi quello che vuoi…».

«Bravissimo!… Così mi piaci!… Tu sì che sei uno che capisce!…», replicò il delinquente e, tirato il cassetto, si piegò a raccogliere tutto il denaro che c’era. Fu in quel momento che il fotografo, con rapidità fulminea, impugnò l’accetta e altrettanto rapidamente assestò un primo deciso e pesante colpo sulla testa del suo nemico mortale per poi continuare con altri colpi finchè non fosse certo che quell’uomo non potesse più nuocere a lui e anche alle altre vittime. E mentre dava i colpi diceva con tono alto: «Adesso basta!… Non capisco più!… Non voglio più capire!…».

Il sangue e il cervello del delinquente erano schizzati un po’ tutt’intorno. Era riuscito soltanto ad emettere un breve urlo di dolore dopo il primo colpo. Era morto atrocemente come meritava, pensava il fotografo. L’assassino dell’assassino non riusciva a credere ai suoi occhi: L’ho ucciso!… Non posso crederci… sono io che l’ho ammazzato! Adesso la gente dirà che ho fatto bene… che ho tolto dalla faccia della terra un delinquente… un essere inutile e dannoso… Per loro sarò un eroe… Diranno anche che i giudici non dovrebbero darmi la galera ma una medaglia al valor civile

Mentre pensava a queste cose e anche ad altre, prese la sua macchina fotografica e incominciò a scattare più di una foto. Doveva immortalare l’evento,  il  grande fatto  che  sarebbe tra poco passato  da  una bocca  ad  un’altra del paese e finita anche sui giornali e in televisione…

Finita l’operazione-foto, uscì e si avviò verso la caserma dei carabinieri che era non lontana dal suo studio. Andava per costituirsi, da quel buon cittadino che aveva sempre rispettato le leggi e pagato le tasse. Pensava, ancora sporco di sangue, che avrebbe detto al maresciallo che lui quell’omicidio orribile non l’avrebbe  mai voluto  commettere ma  che  c’era stato costretto perché ormai non ne poteva più e perché non si era sentito  protetto da quel fior fiore di criminale… Gli avrebbe detto, con molta amarezza, che se adesso, da cittadino buono e  onesto  qual era sempre stato, era diventato un assassino, non era certo colpa sua… e che una società degna di questo nome dovrebbe impedire che ci sia un criminale che poi fa diventare come lui anche persone che non ucciderebbero neppure una mosca… Insomma, gli avrebbe detto, fino alla noia, che lui non avrebbe mai voluto essere un assassino e che avrebbe preferito svolgere serenamente la sua attività di fotografo…

 

Il fotografo fu condannato – con le attenuanti – a quasi 20 anni di carcere. Adesso è un uomo libero ma col tormento quotidiano di essere diventato, suo malgrado, un delinquente, lui che aveva sempre esaltato il principio di legalità e non avrebbe fatto del male a nessuno. E, così, l’ormai anziano fotografo, che già in galera aveva iniziato dolorosamente a riflettere sul fatto che, nella triste storia che lo riguardava, non c’era stato nessun vincitore e che ad essere stato sconfitto era stato il principio di legalità e anche il principio di umanità, continuò, anche da uomo libero, ad analizzare profondamente il suo caso e, dopo tante tormentate riflessioni, giunse a questa semplice conclusione, e cioè che se in un Paese e in una società le cose funzionassero alla perfezione, se il governo, la politica e tutte le istituzioni, pubbliche e private, operassero con senso dello Stato, del dovere e della rettitudine; se gli uomini invece di farsi del male si facessero del bene e le leggi fossero rispettate da tutti i cittadini con altrettanta onestà e rettitudine… come sarebbe bello e come si vivrebbe in pace e in armonia!… Tutti avrebbero – con piena consapevolezza –  uguali diritti e doveri e si vivrebbe secondo i principi di legalità, solidarietà e di civile convivenza. Gli uomini, vivendo nel reciproco rispetto e in base all’etica dell’onestà, avrebbero più pienamente il diritto alla cittadinanza, alla libertà di pensiero, al lavoro per tutti, a una giustizia che funziona, all’istruzione, alla cultura, alla dignità, alla sicurezza e anche al diritto di non aver paura su questo mondo e, anzi, di poter vivere da cittadino consapevole che i miei diritti non devono ledere quelli degli altri e i miei doveri devono essere gli stessi degli altri, nella piena uguaglianza di fronte alle leggi dello Stato e a quelle non scritte della nostra coscienza, della legge morale dentro di me, come diceva il filosofo Kant, che aveva studiato a scuola da ragazzo.

Se così fosse, pensava, ci sarebbe un grande progresso, gli uomini si amerebbero invece di detestarsi e di farsi del male e forse potremmo raggiungere il benessere generale e anche la felicità. Conclusione semplice ma quanto difficile da realizzare… E pensava spesso a quello che aveva lasciato detto Bertolt Brecht prima di morire, quasi un testamento morale, a quelli che c’erano e a quelli che sarebbero venuti su questa terra, il più delle volte crudele e spietata con gli umili, con i più deboli e indifesi: Mentre velocemente scompaio dal mondo senza paura, vi dico, pensate – per quando dovrete lasciare il mondo – non solo ad esser stati buoni ma a lasciare un mondo buono.

Adesso non gli restava che questo sogno: il sogno di un mondo migliore.